martedì 24 febbraio 2015

Outing 1.5

Lo ammetto. Spesso fingo di capire il Polpetta. Come con i turisti che in piena estate mi fermano sotto il sole e io, che bramo l'ombra, li mando sempre avanti. 
Go straight on. Go straight on.
Poveri.
E il Polpetta che adesso cerca di esprimersi componendo frasi dal sapor mediorientale si affligge davanti alla mia dolosa ignoranza materna.
Arriva con il suo cambogiano stretto e mi racconta di un qualcosa che ha visto o che vorrebbe vedere o che gli piacerebbe poter toccare e io rispondo "ma dai amore? ma che bello!".
Sono un'idiota, lo so.
Anche perché ho ampie probabilità che con quella sua cadenza da cosacco di San Pietroburgo mi stia in realtà avvisando che la macchina, perennemente in divieto di sosta, è stata avvicinata da un gruppo di vigili urbani in pausa cicca.
Ecco perché pago tutte queste multe, non perché parcheggio dove la mia creatività ama rinnovare il suo voto, ma perché non ascolto mio figlio.

Siate più saggi voi che avete figli a cui piace narrare dello sciabordio del mare. Io vado dal mio piccolo picchio a farmi beccare il naso, che tra un sorriso e una capriola verbale gli scappa pure di darmi un bacio.

Go straight on. Go straight on.

lunedì 16 febbraio 2015

Lavori in corso



Qui si lavora di brutto. Un blog vive di aggiornamenti e io ultimamente riesco a starci poco. Oltre al lavoro da stipendio fisso mensile, mi dedico in notturna a scritture e riscritture di cui non mi interrogo troppo, poco importa la loro destinazione, il punto è che mi fanno stare bene. E quindi work in progress! E come vedete dall'immagine lo faccio in condizioni precarie. Con un Polpetta che segue la mamma in tutti i luoghi e in tutti i laghi e una Peppa Pig che è più invadente di una suocera.

A prestissimo e... stay tuned!

venerdì 16 gennaio 2015

Polpetta: nome proprio di persona.



Ma voi come l'avete chiamato vostro figlio? Ma soprattutto, perché quel nome?

Ho il ricordo meraviglioso di una ragazza che al corso preparto raccontava di aver optato per un'Asia perché lei e il marito amavano viaggiare, ricordo di essermi chiesta cosa sarebbe accaduto se avessero coltivato la passione sfrenata per i salumi e mi sono immaginata una tenera frugoletta di nome Mortadella. Perché noi genitori riusciamo a dare il meglio quando affrontiamo questa difficile quanto romantica dinamica genitoriale e proprio in virtù di questa scelta, spesso, ci sentiamo anche dei gran fighi.
Ne ragionavo ieri con un'amica mentre discutevo dei nomi scelti per i protagonisti di un romanzo. E' così anche per un figlio, con l'unica variante che non sai come andrà a finire. Con un libro la storia ce l'hai davanti per intero e allora i nomi li scegli calibrando bene il tutto. A un metro e novantadue di bellezza maschile non potrei mai rivolgermi con un Bertoldino, ma tuo figlio mica lo sai se diventerà un metro e novantadue.
Zuleika, Baldassarre, Teodosio. Metti un nome, fai una storia. E prega che la storia stia in piedi perché poi lo sguardo di tuo figlio ti renderà il favore.
Certo, il Teodosio con la faccia di Ryan Gosling manderebbe in vacca il sistema, perché il solo sospirarne le vocali mi renderebbe il piacere di poterlo chiamare decine e decine di volte e allora quel nome, così lontano dalla mia mente superficialotta, assumerebbe un valore inimmaginabile. Ma un Teodosio di un metro e cinquantaquattro con la faccia da cavalluccio marino magari faticherebbe quei sei minuti in più a convincermi.
Forse anche dodici, ecco.
E' chiaro che è la persona che porta il nome e non viceversa, ma c'è  da dire che i genitori spesso si lasciano prendere la mano e sfornano misericordiose scelte anagrafiche.
Del resto il Polpetta è stato virtualmente battezzato dalla voracità di una donna che se lo ingoierebbe ogni mattina dentro un bacio e, per contro, sempre lui - lo so - maledirà questo nomignolo insulso e a dieci anni mi chiederà di smetterla - "dai, mamma! cazzo!"(ovviamente sbiadirò davanti al suo vocabolario) - e odierà le polpette proprio come le schifa ora: con supremo orrore.
Già.

Perché è così, sappiatelo, tanto ci avete messo a cercare quel nome, tanti libri, tanti mesi, tanti dibattiti e tanto lui ve lo rinfaccerà realizzando l'esatto contrario di ciò che voi avevate programmato, pensato, cesellato. Perché sta lì, in quel loro grado di autonomia biografica che sigillano il confine tra il vostro amarli e il loro essere, nel punto esatto dove iniziano a scrivere da soli la loro storia. Pensiamo di esserne noi gli autori e invece è l'esatto contrario, sono loro che ad ogni mutamento riadattano di pagina in pagina la nostra combattuta esistenza e lo fanno mettendo punti, andando a capo, esattamente dove noi invece ci avremmo voluto vedere una virgola.

E' l'imprevedibilità del destino. E' l'imprevedibilità dell'amore.

sabato 10 gennaio 2015

basta 'na jurnata 'e merd

Le giornate di merda servono. Se le guardi da un'altra prospettiva. E se hai un figlio è facile cambiare prospettiva, facilissimo. Basta che ti chini un po', poggi il culo ai talloni, e ti infili dentro ai suoi occhi. Ecco, da lì, puoi vedere tutto.

Stamattina tiravo il calzino antiscivolo derapando sul parquet tutta la rabbia che mi ero cucita addosso di notte. Problemi di lavoro, che sono pur sempre problemi, perché una è mamma, va bene, ma se deve lavorare, ha ottime probabilità di avere a che fare, ogni tot, con qualche stronzo impenitente, con qualche casino da sbrogliare. E come tutti gli esseri umani ci si incazza, anche se poi torniamo a casa.
Ecco, io a casa c'ero già.
Il Polpetta scaccolava il suo lugubre nasino raffreddato e fissava Peppa Pig con lo stesso sguardo acquoso con cui io mi perdevo dentro la tazzina del caffè.
D'improvviso, però, si gira e mi chiama. Io lo liquido con un "dopoamoredopo". Passano due minuti e mi richiama esplicitando una richiesta: biccotto. Allora mi alzo, vado lì, gli appoggio un biscotto sulle gambe e striscio in bagno con tutta l'intenzione di lavarmi i denti dentro otto minuti di totale autocommiserazione. D'improvviso, però, appare come un ologramma accanto alla mia gamba destra, mi fissa, punta il suo biscotto integro verso di me e dice: 'a mamma!, io allora lo guardo e dico "su amore, lo mangi da solo il biscotto, sei grande adesso, non ti devo imboccare". E lo riaccompagno al divano, dove me lo ripropone con la stessa identica formula: 'a mamma!. Allora mi siedo lo imbocco, gli faccio una carezza, lui si riperde tra i suoi pensieri fatti di cartoni animati e frollini al cioccolato e io mi rialzo lasciandolo lì con un altro biscotto identico al primo. Questa volta non riesco a superare il tappetto, lui salta giù dal divano, se ne fotte del fatto che Pedro Pony sia ricoverato in ospedale e corre appresso a quella minchiona di sua madre brandendo un innocuo biscottino.
'A mamma!. Urla. E io, finalmente, ascolto.
Mi siedo a terra, lo guardo, lui mi stropiccia sulla faccia il naso pieno di catarro, si siede sui miei talloni incrociati e si infila in bocca il biscotto, da solo. Fissa il muro, sgranocchia e ride.

Un figlio è come avere in soffitta un telescopio, sai che c'è, che ha il suo fottuto valore, ma ci guardi dentro una volta ogni tanto, perché è fatica, e allora ti limiti a guardare le stelle da lontano. Poi un giorno te lo ritrovi davanti, ti pieghi, ci sbirci dentro e ti accorgi che da quel punto, da quella prospettiva tutto assume un altro tono, un'altra dimensione, un'altra luce.

Spesso ci ostiniamo a volerli educare affinché possano fare tutto subito, a renderli precisi agli altri perché possano socializzare in fretta, ad insegnare ogni passaggio di vita come se fossimo gli unici detentori della verità, e invece qualche volta - ogni tanto, eh - bisognerebbe raschiare il culo a terra e lasciarci sgridare, riprendere, correggere.
Solo così si cresce. Solo così si impara.

E non parlo di loro. Parlo di noi.

domenica 4 gennaio 2015

A proposito di buoni propositi

Il mio buon proposito per il 2015 è vedere il fondo del cesto della biancheria. Non ne ho altri, perché questo è già di per sé superimpegnativo e in quattro giorni di nuova esistenza casalinga (quella che mi sono imposta a capodanno) ho giocato a memory svariate volte con i calzini spaiati che da un anno nascondevo in un cassetto, ho scoperto di avere cardigan interessanti che durante i saldi mi ero ripromessa di acquistare, ho ritrovato mutande che avevo dato per disperse e il dubbio più angosciante era dove le avevo perse... 
Insomma, benché la cinghia della lavatrice ad ogni centrifuga ululi come un licantropo innamorato, io vado avanti in questa mia avventura da casalinga, madre, donna, quasi perfetta.
Ovviamente di perfetto non c'è nulla.
Ho passato lo sgrassatore su tutta la cucina e ho scoperto di averla acquistata bianca, non color champagne. Ho pulito la cappa di design, che mi è costata come una berlina, con tutta l'ostinazione di cui sono capace e, quando alla dodicesima passata di panni magici, mi ci sono specchiata ho chiesto con aria truce se ero o non ero la mamma più brava del mondo e la cappa mi ha risposto, con quella sua voce da fumatrice accanita.

"Tu non sai cucinare, non ti piace pulire casa, ci sono giorni in cui scapperesti a gambe levate dai tuoi doveri. Eppure ami mostruosamente tuo figlio. Che te ne fotte di essere una brava mamma? Se cucinassi bene, se ti fossi tatuata sul bicipite la scritta Vorwerk, se ti incipriassi ogni giorno il viso come una geisha dalla mostruosa attitudine al sacrificio, risulteresti oltremodo antipatica. Concediti quindi queste tue molteplici imperfezioni perché quello che sei è già tanto, alle volte forse troppo."

E dopo un ultimo rantolo si è spenta.
Amo questa casa, dove tutto ciò che trovo, mi placa il cuore.
Gli anni nuovi passano e diventano subito vecchi, si riempiono dei nostri panni sporchi che spesso ci dimentichiamo di avere, fino al nuovo passaggio di proprietà, fino a quando decidiamo di lavarli, stenderli, farli nuovamente nostri. Ogni buon proposito è quindi sempre ben accetto, perché ci permette di alimentare una cosa che finisce quasi sempre dentro il cassetto dei calzini spaiati: la speranza.
Vado a spegnere la lavatrice. Quel suo urlo straziante deve essere placato, esattamente come i nostri sensi di colpa, esattamente come il nostro senso di inadeguatezza, esattamente come la vita che procede e che, ogni tanto, può concedersi anche delle pause. Quindi mi rimetto il pigiama e torno a fare un bel nulla.

Buon anno a tutti.

giovedì 25 dicembre 2014

Buon natale. Comunque.

Un anno fa, a quest'ora, noi si tornava a casa dal pronto soccorso. Tutti con la gastroenterite e un Polpetta piccinopicciò che ci costringeva ad abbandonare la tazza del cesso per pulire un culetto che non la smetteva di dire la sua. Un'immagine non proprio natalizia, direte voi. E c'avete pure ragione. Ma il Natale di merda prima o poi arriva.

Passa un anno, la vita accade, continua a improvvisare i suoi giri acrobatici. E ti ritrovi così ad armeggiare con situazioni difficili, dolorose, e ti guardi indietro e pensi che la gastroenterite dell'anno prima era stata alla fin fine una gran bella figata e che, se te ne dessero l'occasione, faresti pure a cambio, perché pure sto giro il signor Babbo Natale non c'ha capito un cazzo.
La tristezza capita, anche a Natale.
Ci sono momenti dell'anno in cui il cuore pompa a mille e se devi amare ami di più, perché è Natale e, per contro, se devi essere triste lo sei di più, sempre perché è Natale.
E non è vero che se hai un bimbo piccolo viene tutto più facile, la vita ti passa accanto e la lasci andare in virtù di quell'esserino e le sue prime meraviglie, non è vero. La vita in certi momenti fa schifo uguale. Specie se è Natale. Perché se manca una persona, se manca un affetto, se mancano degli elementi che il tuo sangue cerca, la voragine si spalanca e il cuore si sbreccia.
I luccichii degli alberi a festa abbagliano le emozioni. Tanto sorridi, tanto investi, tanto ci credi. Tanto soffri, tanto ti fai fregare, tanto ti perdi.

Il Polpetta dorme nel suo lettino, i regali lo aspettano sotto l'albero, attendo il luccichio dei suoi occhi per concentrarmi, aggrapparmi, perdermi dentro quel violento bagliore d'amore che compensa, e qualche volta, trascina via anche il dolore. Lo prenderò in braccio, ci concentreremo insieme, e con la forza di quel pensiero accarezzeremo i profili meravigliosi di chi ci manca così tanto. Alle volte funziona, dicono. Vi farò sapere.

Buon nataleComunque.


lunedì 15 dicembre 2014

Dell'amore e di altri demoni.

I giornali li vedo di sfuggita, la televisione la guardo di notte. Ogni tanto arrivo da mia madre che mi racconta del tale che ha ucciso la tale, guarda caso sua moglie, perché voleva andare a vivere con l'amante. O della tale che ha ucciso il figlio e che poi ha deciso di farla finita. O dell'altra ancora che il figlio sembra gliel'abbiamo ucciso, ma è indagata uguale, perché si sa che una donna con un'adolescenza piena di buchi poi un figlio te lo ammazza come se fosse niente. Resto sempre, ovviamente, basita e mi chiedo, mi interrogo, ma raramente trovo risposte adeguate.
Poi navigo un po' e scopro che i processi si fanno in rete, tra gente che invece di starsene lì a far bollire il ragù, si pialla il cervello davanti alla D'Urso, oppure se ne sta lì col didò del figlio a costruire plastici per i quali, il buon Brunino Vespa, darebbe in cambio tutti i suoi nei. Poi, per chiuderla in gloria, ci si piazza davanti al pc e si spara una sentenza dentro un post di due righe. In tre lo condivideranno, otto lo commenteranno, dodici lo leggeranno, e questa attenzione ci monterà dentro un piacere immenso e ci sentiremo furbi, intelligenti, meravigliosamente giusti. E allora inizio a vedere dove stanno i buchi.

Ve la ricordate voi la vecchina del paese? Quella che se ne stava seduta sulla panchina e raccoglieva i discorsi di tutti e li riportava all'altra vecchina che stava sulla panchina dell'altro paese, e che ne sapeva un altro pezzo ancora di storia, e che quindi era chiaro che la colpa era sua, della donna, mica del marito, perché o fai la moglie o fai la puttana. Che poi il marito beveva, si sapeva eh, mica era una novità, ma poveretto che altro poteva fare?

La gente deduce, teorizza, pratica sentenze.
Le trame familiari sono ricche di toppe e strappi malricuciti, e alla gente piace parlarne, la gente accusa quello che non riesce a sanare.
E allora una madre come quella di Ragusa spaventa, terrorizza, inorridisce. Perché le famiglie a natale scartano pacchetti d'amore, mica di odio reciproco. E perché tutti preferiscono allontanarsi da certe storie, cacciarle indietro, accusarle e renderle così distanti. E allora via a postare la foto del lucente albero di natale. Poco importa se dietro a quell'albero c'è una donna infelice, l'importante è poterci mettere un like e dei cuoricini. E giù a condannare, insultare, generare demoni, se poi quella stessa donna annega dentro sé stessa, perché l'importante è dirlo che noi non siamo come lei, che noi siamo migliori, unici, e soprattutto giusti. E i nostri amici col pollice alzato ci danno ragione, e quindi: smile.
Questo è il nostro senso delle proporzioni e questo è quello che non ci permette più di capire che con le stesse misere proporzioni manipoliamo il bene e il male. Perché il profilo di facebook se non ti piace lo cancelli. Instagram lo disinstalli. Tutto quello che produciamo è mobile, ma la comprensione, quella che noi donne spesso ci priviamo di praticare, è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli in pianta stabile e con la stessa forza con cui ora condanniamo qualcuno tanto per il gusto di occupare due righe di vuoto umano, dentro ad uno spazio dolorosamente inumano.