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venerdì 26 febbraio 2016

Consigli per gli acquisti: DANZAINFIERA 2016 (un weekend che spacca!)




Io lo so che non sapete che fare questo fine settimana, che mettono pioggia e che chiusi in casa - col delirio del ventitseiesimo puzzle da ricomporre - non ci volete stare. E quindi?
Un balzello sul treno, la Borbonese buttata sul sedile di dietro, vicino al bambolo che dorme beato, e via! Chicazzosenefrega dell'aspirapolvere che singhiozza dal retro del divano (lamenta solitudine, lo so...)! Ci sono Fred Astaire e Ginger Rogers a un passo dall'Arno che vi aspettano, altro che balle! 

Segnalo l'evento perché io AMO Firenze, perché non devono mai mancare le occasioni per andarci, perché è lì che mi affacciavo da una camera (con svista) e meditavo sul da farsi della mia vita letteraria in tempi non sospetti. Perché lì ci ricasco, col cuore, non vi dico neppure quante volte e lo faccio sempre con il cervello che fa piroette e balzelli, perché la città è bella - bellissima - ma non solo.

E proprio a Firenze questo fine settimana si terrà DANZAINFIERA 2016. E perché ve lo dico? Perché ci sarà tutto un mondo dedicato ai piccoli (mi dicono che sono ammessi anche gli adulti, e per fortuna, amici miei! Per fortuna!).


Comunque prendete nota! La BABY DANCE AREA ospiterà psicomotricità, hip hop, capoeira, ma anche tarantella, danza orientale, locking e molto altro e non mancherà il divertimento con truccabimbi e un'area gioco tutta colorata, la stanza allattamento, il guardaroba... vabbè leggete qui e salite in treno, domani.







RAPIDI EH!

Che qui è un attimo farsi risucchiare dalla gioia!

martedì 18 agosto 2015

Libro nuovo, vita nuova.



Ok. Non è proprio un argomento da mamme, ma mi riguarda talmente tanto che non posso che condividerlo con voi. Anche perché giustifica la mia latitanza, almeno in parte.
 
In questi mesi ho scalato vette, ho attraversato latitudini e mosso piedi dentro terreni che sono spesso risultati scomodi, anche la roccia che sembra più solida alla fine frana. Ho percorso chilometri di fatica e freddo e, qualche volta, paura.
Io adesso vi lascio questa piccola cosa, ma fatene ciò che ritenete più opportuno. Un libro è un libro, ma un libro dove ci sono io ecco, è un libro diverso. Almeno per me, ovvio.
 
Il gigante bianco è uscito ed eccolo. Olivia e Tobia vi guideranno, con i loro occhi fatti di inchiostro e cielo, con le loro mani sottili come fogli, con lo sguardo di chi è ancora animato dall'innocenza più profonda.
 
È una storia diversa dalle mie, una finestra sul mondo.
 
In questi anni il cambiamento mi ha resa una persona nuova. Non dico migliore, no, dico nuova. In questi ultimi due anni i miei occhi si sono abituati ad osservare il mondo dal metro in giù e giravo ormai talmente china su mio figlio che tirar su la schiena non era un'azione così facile da compiere. Questo libro mi ha costretta a rialzare gli occhi, a guardare in alto, fin dentro le nuvole. Lì, su quella cima, ho ritrovato il mio naso di bambina, la guancia tonda di chi ho amato profondamente, le nostre mani piccole, i nostri occhi doppi. E alle volte, se posso, fa bene. Fa bene tornare indietro e riguardarsi da lontano, per ripartire da quei sogni lì, che non sono quelli dei nostri figli, sono proprio i nostri. Non è vero che nasciamo vuoti, si viene al mondo colmi di meraviglia, è l'urgenza di crescere che spesso ci consuma ai bordi e allora finiamo per disperdere tutto quello che eravamo in origine.
 
Per essere un buon doppio, devi essere un singolo non dico buono, ma almeno accettabile.
 
Per chi desiderasse averne una copia (o due, se siete proprio dei lettori seriali) può trovarlo in vendita ovviamente al bookshop del MUSE - Museo delle Scienze di Trento e in alcune librerie della città.
 
Buona lettura lettori. Che l'avventura sia con voi.
Sempre.

martedì 12 maggio 2015

Le origini della Mammamorfosi

Io ho una mamma potentissima, è indubbia la mia impossibilità di eguagliarla nell'arte del sacrificio e della meraviglia. Spesso mi chiedo come abbia potuto gettarmi dentro questo mondo senza ripensamenti. E se li ha avuti - sicuramente li ha avuti - non mi ha mai permesso di percepirli.

Dieci anni fa mai avrei pensato di diventare madre, neppure tre anni fa a dire il vero, ma gli imprevisti spesso ci salvano e io sono sempre stata un'artista dell'improvvisazione. Dieci anni fa li trovavo insopportabili i bambini che piangevano e pensavo alla madre in questione come ad una depravata, un'inetta, una che nonsamicacomesifa, una che nondovevafareunfiglio, una che dovevacomprarsiuncane,ecco. Ero furiosa con la vita e della vita ne capivo quella giusta parte che avevo solo vagamente assaggiato.
Perché è così che funziona: un boccone alla volta li conosci i sapori, ma finché non ci metti la lingua godi solo a metà (fonzies docet).
Oggi - dieci anni dopo - sono andata a rintanarmi ai margini di un bosco, col Polpetta che dormiva su una panchina e il Papi che sussurrava ai suoi amici tronchi delle meraviglie dell'ombra e di altre amene oscurità. Eravamo lassù, nella location più fuori stagione dell'arco montano, dove gli alberghi erano tutti chiusi e delle dieci anime che abbiamo incontrato otto andavano a votare per le elezioni comunali, e due avevano sbagliato strada. E, beh, si stava dannatamente bene. Un prato, uno scivolo, un'altalena, tutti gli ingredienti giusti per starsene un po' sopra il mondo.
E poi, d'un tratto, il pianto di un bambino. Urlava, chiedeva, piangeva. E la mamma era lì, che lo inseguiva spingendosi in continuazione gli occhiali sul naso. Cercava, invocava un papà che non c'era (e poteva essere ovunque, oppure non esserci affatto, non è questo il punto) e allora la mamma stanca, stremata, piegata, gli prometteva gelati, altalene, sculaccioni. Tutto in una volta, tutto in mezzo metro di prato, il loro mezzo metro di prato.
Il punto è che a un certo punto mi sono dovuta allontanare. Non provavo alcuna forma di giudizio, stavo semplicemente male. Di che male, non ve lo so dire, credetemi. Avevo dentro questo spillo che premeva sul cuore e non riuscivo né a toglierlo, nè a spingerlo più a fondo.
Non ero più quella di dieci anni prima che tuttosapeva, ero quella che sedeva a pochi metri da una madre e che, accanto a lei, soffriva di un dolore non suo. Un dolore che nessuno può giudicare, ammaestare, arginare, delegare.

E poi ho sentito il Papi che cercava di convincere suo figlio a prestarsi nel tentativo di disinnescare quel minuscolo dolore e lo mandava, con il suo pallone, a cercare le attenzioni di quell'altro bambino, al di là del prato. Il Polpetta, in tutta risposta, sganciava un NO fumante come una pistolettata, perfettamente cosciente che quella era l'occasione giusta per iniziare a farsi i fatti suoi.
E così è stato, ci siamo seduti a terra e lo abbiamo aspettato mentre raccoglieva le sue pigne con minuziosa determinazione. A un certo punto però, tra lo scivolo e l'altalena, ha alzato lo sguardo, si è voltato verso l'altro bambino che, seduto a terra, sembrava aver messo radici tra i fiori e lo ha semplicemente guardato. Non si sono detti niente. Poi è tornato da me con il suo carico di legnetti e l'aria di chi ha troppe cose a cui pensare. L'altro bambino, in tutta risposta, si è alzato, si è fatto scivolare più volte il palmo della mano sotto il naso e ha raggiunto la sua mamma senza emettere più alcun suono. Un attimo dopo giocava tra le dita materne contandone i polpastrelli. Uno ad uno.
Me lo sono chiesta per ore cosa si siano detti col pensiero, con gli occhi, col nulla, ma non ho trovato risposta. Perchè non c'è una risposta. Perchè è un po' quello che ho provato io quando da dietro gli occhiali da sole guardavo di nascosto quell'altra mamma e non parlavo, sentivo e basta.
Le esperienze umane, tutte, quelle di amore e di dolore ci ammaccano un po', ci cambiano di volta in volta fino a renderci un po' più simili agli altri. Ma solo dopo. Dopo che ci sei passato, dopo che le hai vissute queste dannatissime cose di cui pensi di sapere tutto. Prima no, prima ci sono solo i giudizi, le facili indicazioni, le critiche senza ragione. Senza la vita che ci scorre addosso e carezza e spesso scortica e ferisce si resta sempre persone a metà.

Dieci anni fa non volevo avere figli. Dieci anni dopo sono felice di aver cambiato idea.

venerdì 16 gennaio 2015

Polpetta: nome proprio di persona.



Ma voi come l'avete chiamato vostro figlio? Ma soprattutto, perché quel nome?

Ho il ricordo meraviglioso di una ragazza che al corso preparto raccontava di aver optato per un'Asia perché lei e il marito amavano viaggiare, ricordo di essermi chiesta cosa sarebbe accaduto se avessero coltivato la passione sfrenata per i salumi e mi sono immaginata una tenera frugoletta di nome Mortadella. Perché noi genitori riusciamo a dare il meglio quando affrontiamo questa difficile quanto romantica dinamica genitoriale e proprio in virtù di questa scelta, spesso, ci sentiamo anche dei gran fighi.
Ne ragionavo ieri con un'amica mentre discutevo dei nomi scelti per i protagonisti di un romanzo. E' così anche per un figlio, con l'unica variante che non sai come andrà a finire. Con un libro la storia ce l'hai davanti per intero e allora i nomi li scegli calibrando bene il tutto. A un metro e novantadue di bellezza maschile non potrei mai rivolgermi con un Bertoldino, ma tuo figlio mica lo sai se diventerà un metro e novantadue.
Zuleika, Baldassarre, Teodosio. Metti un nome, fai una storia. E prega che la storia stia in piedi perché poi lo sguardo di tuo figlio ti renderà il favore.
Certo, il Teodosio con la faccia di Ryan Gosling manderebbe in vacca il sistema, perché il solo sospirarne le vocali mi renderebbe il piacere di poterlo chiamare decine e decine di volte e allora quel nome, così lontano dalla mia mente superficialotta, assumerebbe un valore inimmaginabile. Ma un Teodosio di un metro e cinquantaquattro con la faccia da cavalluccio marino magari faticherebbe quei sei minuti in più a convincermi.
Forse anche dodici, ecco.
E' chiaro che è la persona che porta il nome e non viceversa, ma c'è  da dire che i genitori spesso si lasciano prendere la mano e sfornano misericordiose scelte anagrafiche.
Del resto il Polpetta è stato virtualmente battezzato dalla voracità di una donna che se lo ingoierebbe ogni mattina dentro un bacio e, per contro, sempre lui - lo so - maledirà questo nomignolo insulso e a dieci anni mi chiederà di smetterla - "dai, mamma! cazzo!"(ovviamente sbiadirò davanti al suo vocabolario) - e odierà le polpette proprio come le schifa ora: con supremo orrore.
Già.

Perché è così, sappiatelo, tanto ci avete messo a cercare quel nome, tanti libri, tanti mesi, tanti dibattiti e tanto lui ve lo rinfaccerà realizzando l'esatto contrario di ciò che voi avevate programmato, pensato, cesellato. Perché sta lì, in quel loro grado di autonomia biografica che sigillano il confine tra il vostro amarli e il loro essere, nel punto esatto dove iniziano a scrivere da soli la loro storia. Pensiamo di esserne noi gli autori e invece è l'esatto contrario, sono loro che ad ogni mutamento riadattano di pagina in pagina la nostra combattuta esistenza e lo fanno mettendo punti, andando a capo, esattamente dove noi invece ci avremmo voluto vedere una virgola.

E' l'imprevedibilità del destino. E' l'imprevedibilità dell'amore.

sabato 10 gennaio 2015

basta 'na jurnata 'e merd

Le giornate di merda servono. Se le guardi da un'altra prospettiva. E se hai un figlio è facile cambiare prospettiva, facilissimo. Basta che ti chini un po', poggi il culo ai talloni, e ti infili dentro ai suoi occhi. Ecco, da lì, puoi vedere tutto.

Stamattina tiravo il calzino antiscivolo derapando sul parquet tutta la rabbia che mi ero cucita addosso di notte. Problemi di lavoro, che sono pur sempre problemi, perché una è mamma, va bene, ma se deve lavorare, ha ottime probabilità di avere a che fare, ogni tot, con qualche stronzo impenitente, con qualche casino da sbrogliare. E come tutti gli esseri umani ci si incazza, anche se poi torniamo a casa.
Ecco, io a casa c'ero già.
Il Polpetta scaccolava il suo lugubre nasino raffreddato e fissava Peppa Pig con lo stesso sguardo acquoso con cui io mi perdevo dentro la tazzina del caffè.
D'improvviso, però, si gira e mi chiama. Io lo liquido con un "dopoamoredopo". Passano due minuti e mi richiama esplicitando una richiesta: biccotto. Allora mi alzo, vado lì, gli appoggio un biscotto sulle gambe e striscio in bagno con tutta l'intenzione di lavarmi i denti dentro otto minuti di totale autocommiserazione. D'improvviso, però, appare come un ologramma accanto alla mia gamba destra, mi fissa, punta il suo biscotto integro verso di me e dice: 'a mamma!, io allora lo guardo e dico "su amore, lo mangi da solo il biscotto, sei grande adesso, non ti devo imboccare". E lo riaccompagno al divano, dove me lo ripropone con la stessa identica formula: 'a mamma!. Allora mi siedo lo imbocco, gli faccio una carezza, lui si riperde tra i suoi pensieri fatti di cartoni animati e frollini al cioccolato e io mi rialzo lasciandolo lì con un altro biscotto identico al primo. Questa volta non riesco a superare il tappetto, lui salta giù dal divano, se ne fotte del fatto che Pedro Pony sia ricoverato in ospedale e corre appresso a quella minchiona di sua madre brandendo un innocuo biscottino.
'A mamma!. Urla. E io, finalmente, ascolto.
Mi siedo a terra, lo guardo, lui mi stropiccia sulla faccia il naso pieno di catarro, si siede sui miei talloni incrociati e si infila in bocca il biscotto, da solo. Fissa il muro, sgranocchia e ride.

Un figlio è come avere in soffitta un telescopio, sai che c'è, che ha il suo fottuto valore, ma ci guardi dentro una volta ogni tanto, perché è fatica, e allora ti limiti a guardare le stelle da lontano. Poi un giorno te lo ritrovi davanti, ti pieghi, ci sbirci dentro e ti accorgi che da quel punto, da quella prospettiva tutto assume un altro tono, un'altra dimensione, un'altra luce.

Spesso ci ostiniamo a volerli educare affinché possano fare tutto subito, a renderli precisi agli altri perché possano socializzare in fretta, ad insegnare ogni passaggio di vita come se fossimo gli unici detentori della verità, e invece qualche volta - ogni tanto, eh - bisognerebbe raschiare il culo a terra e lasciarci sgridare, riprendere, correggere.
Solo così si cresce. Solo così si impara.

E non parlo di loro. Parlo di noi.

mercoledì 27 agosto 2014

dedicato ai bambini del mio cuore (e non solo)

E' difficile fare le cose difficili, parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco.
Bambini imparate a fare le cose difficili, dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi.

Gianni Rodari


Oggi sono sintetica, e forse anche un po' triste. Con me sintesi e tristezza vanno di pari passo. E allora ripenso alla mia infanzia, mi immalinconisco un po' e poi però rivedo le pagine di Rodari, il suo sogno dentro ai miei occhi e penso che tutto può fiorire e ci voglio credere ancora, ora come allora.

Perché l'infanzia è un luogo sacro dove tutto può fiorire. Dove tutto deve poter fiorire.