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venerdì 30 giugno 2017
Piccolo Uomo
Sei entrato puntando i piedi e adesso corri così forte che fatico a starti dietro.
Avanti tutta, anima bella!
giovedì 29 giugno 2017
L'amore è una cosa semplice - parte seconda
«Nic, che hai fatto oggi a scuola?»
«C'era l'Adele.»
«Mh. C'era anche l'Amelia?»
«Sì.»
«E che hai fatto con l'Amelia?»
«L'ho baciata.»
«Mh. E con l'Adele?»
«L'ho baciata.»
[ride di una risata maschia che mi fa accartocciare le budella]
«Perché ridi?»
«Ho giocato con l'Adele e l'ho chiamata Amelia.»
«Mh. E lei rideva quando l'hai chiamata Amelia?»
«No. Aveva la bocca dritta dritta.»
«E tu che facevi?»
«Ridevo.»
«E ti sembra giusto ridere mentre uno ha la bocca dritta dritta?»
«Sì.»
«No, invece, non si deve ridere se uno ha la bocca dritta dritta.»
«Ma non ridevo solo io!»
«Ah, no? E chi è che rideva con te?»
«L'Amelia.»
Domani è l'ultimo giorno di scuola. Dio ti ringrazio.
«Mh. C'era anche l'Amelia?»
«Sì.»
«E che hai fatto con l'Amelia?»
«L'ho baciata.»
«Mh. E con l'Adele?»
«L'ho baciata.»
[ride di una risata maschia che mi fa accartocciare le budella]
«Perché ridi?»
«Ho giocato con l'Adele e l'ho chiamata Amelia.»
«Mh. E lei rideva quando l'hai chiamata Amelia?»
«No. Aveva la bocca dritta dritta.»
«E tu che facevi?»
«Ridevo.»
«E ti sembra giusto ridere mentre uno ha la bocca dritta dritta?»
«Sì.»
«No, invece, non si deve ridere se uno ha la bocca dritta dritta.»
«Ma non ridevo solo io!»
«Ah, no? E chi è che rideva con te?»
«L'Amelia.»
Domani è l'ultimo giorno di scuola. Dio ti ringrazio.
martedì 14 febbraio 2017
Il mio (piccolo) San Valentino
Oggi il Nic ha
assaggiato il brodo che gli hanno servito a scuola, poi si è alzato, è andato
dalla cuoca Monica e con una certa solennità ha detto: «tu la cipolla nel brodo non ce la devi mettere, perché
diventa cattivo e a me non mi piace», poi è tornato a posto e, senza battere
ciglio, ha aspettato il secondo.
Oggi il Nic mi ha
vista sulla porta di scuola, ha buttato fuori un sorriso che pareva un
Sofficino, poi si è messo a correre con una certa urgenza negli occhi e ha
detto: «io oggi ho baciato tante volte
l'Amelia, perché le voglio bene e a me mi piace», poi ha fatto una pausa e,
senza battere ciglio, ha aggiunto: «un
sacco».
E si fa fatica ad amare,
nella pretesa, nell'urgenza. Invece è semplicissimo quando lo accogli nello
stupore.
Che il vostro San Valentino
abbia inizio. Come il mio.
Buon amore a tutti, dunque.
mercoledì 5 ottobre 2016
SAM 2016 - Settimana mondiale per l'Allattamento Materno
Ho allattato trentatré mesi. Trentatré, come gli anni di Cristo. Come i trentini che entravano a Trento. Come l’età che avevo quando sono rimasta incinta.
Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile.
Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile.
Questa sono stata io, per anni e anni. Poi ho allattato trentatré mesi.
Ma devo dirlo: ho avuto culo. Un gran culo che si è comunque tramutato in rivelazione, perché la mia seconda vista mare è diventata una tavernetta con le panche scrostate.
E comunque adesso, quando incrocio mio figlio in corridoio, quando mi accorgo che stringe in mano un reggiseno e se lo butta sulle spalle come un moderno Conte Dracula, ecco, in quel momento lì la sento tutta la paura che mi sale dai calzini e va su, rapida, fin dentro le ghiandole salivari. Non c’è scampo, la sventura si abbatterà su di me con il più nefasto dei finali: mia nuora sarà proprietaria di un attico con le porte bombate e i tetti a punta e io, per questo, la odierò, in eterno.
Finché morte non ci separi.
lunedì 6 giugno 2016
Nic in Wonderland
Ieri ho indossato questa maglietta, era da un po' che non la tiravo fuori dal cassetto. Il Polpetta l'ha messa a fuoco, studiata, analizzata per bene. Era affascinato da qualcosa, ma non capivo cosa.
«Nic, che hai? Non ti piace?»
«È bella...»
Sorriso sghemo, fossetta destra marcata.
«E allora che c'è? Perché la guardi così?»
Alza il suo micromignolino, me lo punta contro.
«Perché lì c'è la mamma»
Abbasso gli occhi, guardo bene, rido anch'io. Rido perché scambia sempre Alice per la mamma e a me va benissimo, sia chiaro, mica glielo voglio dire che certi giorni sono pari pari alla Regina di Cuori e certi altri assumo completamente le sembianze sfrangiate dello Stregatto.
Sfioro la guancia di Alice, lui mi interroga con gli occhi, si gratta il naso che cola l'ennesima ondata di muco.
«Ma se io sono questa qui dimmi un po', tu che sai tutto, sai anche dirmi dov'è il paese delle meraviglie, eh?»
Alza le manine collose, se le batte sulla pancia, ride.
«Qui qui»
E quindi, niente, volevo dirvi che la mia di meraviglia odora di cracker rosicchiati, fango secco e kleenex appallottolato.
E la vostra? La vostra meraviglia di cosa profuma?
Buon lunedì, io vado a farmi un tè che per iniziare è sempre una gran cosa.
mercoledì 10 febbraio 2016
Outing 1.7: la resilienza di una mamma.
Ieri il Polpetta mi ha servito il solito caffè della sera, quello che mi fa con la sua stilosissima moca da uno. Si è accomodato dall'altro lato del tavolo, pronunciandosi poi con una certa sollenità.
«Io domani non ci vado a scuola».
Tanto era il trasporto emotivo che giurerei di essermi scottata la lingua.
«E perché, amore bello?».
«Perché a me non mi piace la scuola».
Gli ho chiesto quindi se poteva aggiungere un po' di zucchero al caffè e, giusto per prendere altro tempo, gli ho detto anche che avrei gradito un po' di latte freddo, servito a parte. Lui, in tutta risposta, è andato a cercare il brik nella sua sacca delle verdure col velcro.
E che minchia gli dico, adesso, mh?
Gli devo dare torto?
Gli devo quindi m.e.n.t.i.r.e. perché - giovani - io o.d.i.a.v.o. andare a scuola!
E i ricordi sono ancora così spinosi che non mi bastano le pellicine delle dita per farmi passare il nervosismo. Lo ricordo ancora benissimo, come fosse qui ora, l'odore che usciva dalla cucina dell'asilo, quel misto di brodo e nulla che mi generava una repulsione senza precedenti e ricordo anche che ero terrorizzata dagli occhi a fessura dell'ausiliaria. Non ho avuto una gran fortuna, devo essere sincera, si parla di circa trentaquattro anni fa, c'era tutto un sistema educativo che ora manco sei in grado di immaginare. Per farvi un esempio, io a pranzo non volevo mangiare, mai, certe volte la maestra mi faceva sedere al suo tavolo e allora mi si assestava lo stomaco, prendevo sicurezza e qualcosa buttavo giù. Altre volte invece arrivava l'ausilaria che, forse rinvigorita dal suo ruolo di esperta del settore vettovaglie, mi afferrava il mento, strizzava la bocca fino a farmi male e ci schiacciava dentro gli spinaci. Piangevo e però la lasciavano fare, anche perché, qualcuno, si premurava pure di tenermi ancorata alla sedia e allora mi saliva sempre un po' di paura. Sono ricordi piuttosto netti ed è inutile dirvi che ad oggi io gli spinaci li mangio proprio se a cucinarmeli è Antonella Clerici con tutto un parterre di gattini al seguito.
Sì, insomma, non ho avuto un gran culo in quanto a educazione alimentare e mia madre qualcosa aveva subodorato, perché mi ero ostinata ad ingoiare solo biscotti al cioccolato, ma valli a capire i bambini, valli a scagionare i capricci, le ostinazioni, i fastidi. Non è affatto semplice. Non lo è stato per me, men che meno per lei. Ne sono certa.
E quindi io quei tre anni di scuola materna li ho passati seduta sul bordo della mia seggiolina a spalmarmi di colla vinilica nell'attesa che qualcuno venisse a prendermi. Non ho altri ricordi, ve lo assicuro. Non ricordo una canzone, non ricordo un'amicizia e neppure un dettaglio in grado di restituirmi un luccichio di meraviglia. Niente.
Vabbé, questo per passarvi un concetto piuttosto leggero di quello che dalla mente di un bambino transita fino all'età adulta, quello che ci allena a stare al mondo e quello che un po' ci rende schiavi di paure e fastidi di cui forse faremmo anche a meno.
Ma torniamo al Polpetta, al suo caffè macchiato.
«E dimmi, amore bello, perché non ti piace andare a scuola».
Si siede sulla sua seggiola rossa, appoggia i polsi al tavolo, mi guarda dritta negli occhi e lascia passare quei cazzo di otto secondi che mi vedono con gli occhi a palla e le coronarie in subbuglio.
«Perché io a scuola piango cento volte».
Una caprioletta del ventricolo destro, una caprioletta del ventricolo sinistro, due litri di saliva ingoiati in un sol boccone. Smile.
«E perché, amore bello, piangi cento volte, mh?».
Si alza, fa il giro del tavolo, si piega sulle mie ginocchia e bisbigla pianissimo.
«Perché a me mi manca cento volte la mamma».
Non potevo fare altro, la risposta c'era ed era piuttosto chiara.
L'ho preso in braccio, gli ho dato cento baci - non uno di meno - e ogni bacio era per me, non per lui. Perché ogni giorno che passa me ne accorgo sempre di più e sempre di più si fa salda la certezza che è lui che si prende cura di me, più di chiunque altro abbia mai saputo fare.
«Ascolta, Nic, ma alle maestre piace il caffè che gli fai?».
Scivola via, prende la moca e sorride.
«Sì, ne bevono sempre tre».
«E allora sai che c'è? Fammene altri due, và, ma non li zuccherare eh, che sto già bene così».
giovedì 7 gennaio 2016
Primo giorno di scuola, primo giorno di Te
Sono spaventata, nostalgica, egoista a tratti, entusiasta a sbalzi.
Piangevo, stamattina, mentre gli riempivo il suo primo zainetto per la materna. Solo quattro lacrime, ma particolarmente lunghe.
Ridevo, questo pomeriggio, mentre gli elencavo tutte le cose entusiasmanti che troverà quando, tra qualche ora, verrà accolto da nuovi abbracci e nuovi sorrisi.
E ancora adesso mi sento come se mi portassi in giro due teste.
Ma tranquilli, lo so. Lo so già.
So che il Polpetta avverte anche l'extrasistole ventricolare, che lo sente se sto male pure se giro come Patch Adams, pure se mi sono fumata otto sigarette e ho bevuto il Listerine per ingannargli l'olfatto.
So anche che è così che funziona: se sta bene è merito suo, che è una roccia, se sta male è colpa mia, che non sono stata all'altezza della situazione.
So un sacco di cose, eh.
So che si divertirà come un pazzo. Lo so.
So anche che mi mancherà come un rene. Lo so.
So addirittura che il mio è solo un fottuto piagnisteo materno piuttosto inutile. Quello schifosissimo malessere dove ti crogioli davanti alle fotine di quando aveva sei ore di vita e ti sembrava impossibile lasciarlo anche solo mezzo minuto per andare a farsi - chessò? - un bidè. Lo so.
So benissimo che quando mi rileggerò tra qualche anno sillaberò: poraccia. Lo so.
Ma vabbè. Oggi sto così.
A fare i fighi son tutti bravi. Per essere sfigati con stile invece ci vuole una certa pratica e io ce l'ho. E in questo non mi batte manco Checco Zalone.
E allora mi concentro, spingo le sopracciglia vicine vicine, chiudo gli occhi e lo cerco il mio ricordo forte, quello che mi riempie i bicipiti.
Eccolo lì, seduto in macchina che ancheggia sulle note di lost in the weekend, eccolo mentre mi dice che quella è la nostra canzone. Eccomi che penso che l'ho fatto proprio figo mio figlio, ri-eccomi che mi convinco che lo deve sapere pure lui che è così figo, perchè a due anni mica ne è cosciente e una madre debosciata che lo gonfia come un canotto a ferragosto la deve avere pure lui, dannazione. Allora guardo lo specchietto retrovisore, abbasso il volume della radio, lui di rimando si incazza come Voldemort a un passo dalla BBcream e poi, alla fine, mi guarda e aspetta. Lo sa che se interrompo lost in the weekend è solo per comunicazioni importanti. Lo sa.
«Nic, sei bello tu?»
«No»
«Sarai mica brutto?»
«No»
«E allora come sei?»
«Sono felice»
E adesso può pure venire il primo giorno di asilo.
Vai Nic! Spacca!
E, soprattutto, continua ad essere ostinatamente felice.
domenica 22 novembre 2015
È (quasi) natale. Cazzo.
Dovevate dirmelo. Era vostro dovere avvisarmi.
Non ho neppure digerito la castagnata dei morti, sto ancora vaneggiando sul dodicesimo mojito di fine agosto e voi non me lo avete detto! Ci sono cose che le madri sono tenute a dire! Non ai figli, no, ma alle altre madri, alle povere primipare, a quelle che non partoriscono sapute e che sono pronte a mungere tette, a palleggiare neonati, ad aspirare muco, ma non lo sanno!
n.o.n.l.o.s.a.n.n.o.
Perchè questa cosa non sta scritta da nessuna parte e poi quelle uniche volte in cui ci si imbatte nell'evento fingi pure di non vederlo e, proprio quando stai per metterti in salvo, decidi di smettere di fingere e ti improvvisi Nostradamus e lo urli ai quattro venti, stracciandoti le vesti, che TU, donna emancipata che si è fumata anche i volantini della coop pur di mostrarsi abbastanza mascolina, non entrerai mai in un negozio di giocattoli il venti di novembre per spendere la tua mensilità in un quintale di plastica e bulloni! Che non ti ridurrai MAI a strusciare dentro il tuo sudario in goretex per pedinare la tizia che si è portata via l'ultimo esemplare di un macrocefalo biondo dall'occhio vitreo! Che non lo farai MAI-MAI-MAI di andare su internet e contattare la peggio gente per acquistare al mercato nero una sorta di minimacchinina guidata da un bulldog con la zeppola!
MAI-MAI-MAI...
...un cazzo!
Lo farai e non sarai cosciente di farlo. Ci andrai in quel dannato superstore e sarà persino in pausa pranzo, convinta di fottere gli altri genitori. Ci andrai! Perchè tuo marito te l'ha ribadito tredici volte la sera prima, e giureresti di averlo sentito blaterare persino nel sonno, che da un rapido consulto dei ventisei volantini appesi in bacheca quello del superstore è il prezzo più conveniente. E accadrà e tu lascerai che accada e ti sentirai persino grata della fatica fatta per sputtanare le tue promesse di indipendenza.
Lo farai e sarà esattamente così...
Ti dirai che è il venti di novembre e che puoi andarci tranquilla al megastore, che i volantini pascolano nelle bussole della posta da una settimanella scarsa e che c'è la crisi, c'è la guerra, c'è la pace, c'è che tutti hanno da dire e fare altro e allora puoi vestirti di campanellini e entrarci scalza in quella corsia di luci e colori perchè tanto niente e nessuno potrà mai castigare il tuo karma.
SQUAT!
Il primo lo fai che neppure te ne accorgi. Ti pieghi, e ti ripieghi, ti bruciano i muscoli ma non lo senti tanta è la concentrazione nel controllare per la trentaduesima volta il doppiofondo degli scaffali. E solo davanti alla commessa che ti darà il sold out, solo allora accuserai il primo tremore, il primo cedimento muscolare.
TLIN!
Il Polpetta è stato chiaro. Questo è il suo primo Natale in stereo e lo ha detto, esplicitamente, senza mangiarsi nessunissima parola: quartier generale! quartier generale!
Eccheè?
Velodicoio! Un ammasso di plastica colorata su cui far scivolare una certa quantità di cagnolini ammaestrati da un bimbominchia munito di iphone8.
Eppure non ce l'ho il cuore per fingere di non aver sentito. Non è più il bambolo mumu di un anno fa e io non posso più dirgli che il legno colorato con il succo di pomodoro è figo da far paura, non posso più fargli credere che i cubetti monocromatici da impilare in tinta con le mie unghie sono la cosa più interessante di questa terra.
OH! OH! OH!
Non posso più imporgli la mia, capite? Ma non dovevo scontrarmi con lui solo a sedici anni per il motorino? Non era questo il primo intoppo tra me il mio giganterrimo amore nei suoi confronti!?
Il punto è un altro però... il venti di novembre il quartier generale è chiaramente ESAURITO.
MALEDETTE VOI!
Solo ora vi vedo mentre vi avvicinate allo scaffale della Paw Patrol come delle vietcong addestrate e controllate la corsia alle vostre spalle e vi lanciate verso l'ultimo residuato bellico di plastica e bulloni! Solo ora vi vedo, mentre ve ne andate sogghignando e vi voltate e mi guardate e pensate poverasfigata.
Ebbene se credete di esservi giocate il nobel per la pace con questo gesto orribile, scordatevelo! Accusato il colpo ho poi sferrato il mio di rimando e ne vado talmente fiera che non ho il coraggio di guardarmi allo specchio, perchè lo so, lo so che c'ho scritto stronza in fronte.
Oggi ho varcato la soglia dell'ennesimo negozio di giocattoli, e no, non cercavo il quartier generale, perchè il Polpetta nel mentre aveva lanciato un altro messaggio subliminale dandomi la salvifica alternativa. Entravo e compravo carta rossa per imballare l'acquisto già fatto altrove e mentre ero in coda alla cassa, mentre guardavo le altre madri che, funamboliche, sostenevano in bilico su un piede solo il peso di dodici puzzle di Violetta, ho notato una giovane donna abbracciata al suo camion bianco e grigio, quello che porta in giro i sette fantomatici cagnolini di cui sopra, quello che io - perlappunto - ho comprato in offerta al megastore dopo essermelo guadagnato a suon di gomitate. Del resto la commessa me l'aveva detto che non poteva garantire un riassortimento e aveva sottolineato che ero stata fortunata ad accaparrarmelo e mi aveva anche saggiamente consigliato di correre dritta alla cassa e di infilarmelo poi sotto il giaccone e di tenermelo stretta alle tette finchè non fossi giunta sana e salva fino alla macchina.
La giovane madre se lo stringeva altrettanto con forza alle sue di tette, guardava il marito e sogghignava un "siamo fortunati! sai, era l'ultimo".
PIT!
Il codice a barre alla cassa sgranava un rosario di 95 euro!
Ok, lo ammetto, stavo per buttarmi come Buffon ai mondiali, ero pronta ad infilarmi tra lei il bancomat, stavo per farlo! Ma poi non l'ho fatto. La mia dea interiore si è svegliata dai postumi dell'ultima sbornia per tirarmi il lobo destro dell'orecchio e sussurrare: perdonala, perchè non sa quello che fa...
Io quel camion, in offerta, al megastore, me lo ero portava via con dei misererrimi 50 euro e questo alle volte si chiama culo. E allora la prima cosa che ho pensato incrociando i gelidi occhi azzurri del babbo natale posto all'uscita del negozio è stata che quello della madre è tanto il mestiere dell'amore quanto il mestiere della stronza.
E questo è il mio primo pensiero natalizio, pensate un po'...
E il vostro? Dai ditemelo, ma toglietevo quel rosa ciclamino che vi imbelletta le gote, tanto lo so che siete stronze pure voi.
Anche a Natale.
venerdì 3 luglio 2015
Outing 1.6
Questa mattina il Polpetta ha aperto gli occhi, ha guardato il soffitto e si è perso dentro un sospiro.
"Non ci zono più la 'una e le ztelle"
Io, che da settimane dormo poco - veramente poco - e che in quel mentre ero impietrita dal sonno ho espresso la mia risposta con un mugugno prossimo al rantolo.
Lui, che non si accontenta mai di una sola spiegazione, si è messo seduto, mi ha guardata per bene e, solo dopo essersi sfilato una caccola dal naso ha rimesso ogni cosa al suo posto.
"La 'una e le ztelle zono andate a fare un picnic."
Ok. Volevo quasi strapparmi il cuore e donarglielo grondante d'amore, ma invece - e solo perché mi sembrava più pratico - l'ho abbracciato blaterando scongiuri e preghiere.
Credo di avergli chiesto ottocentotrentaduevolte di non cambiare mai, di restare puro così, meraviglioso così, per sempre.
Lui in risposta mi è scivolato dalle braccia e ha raggiunto la cucina urlando: "biccotto!"
Cuoredimamma.
E' proprio vero che la vita è solo una questione di stomaco.
Cuoredimamma.
E' proprio vero che la vita è solo una questione di stomaco.
giovedì 14 maggio 2015
E non mi stancherò mai di rallentare
Questa mattina esco di casa col Polpetta. Di corsa. Siamo in ritardo. Ancora in ritardo. Sempre in ritardo.
"Dai! Muoviti! Dai! Cammina!"
"Dai! Muoviti! Dai! Cammina!"
E' fermo sul marciapiede, col naso in aria. Alzo la testa, guardo. Non c'è niente. Il cielo è pulito e c'è un sole che spacca.
"Dai! Muoviti!"
Solleva un dito, un minuscolo ditino sopra la testa come se dovesse toccare qualcosa.
"Il cielo è caldo"
Eccolo il mio bambino che mi rallenta il passo.
Eccolo il mio maestro che mi rispolvera il cuore.
venerdì 13 marzo 2015
Ogni anno è per sempre.
Il mio capodanno è oggi. Io il trentuno dicembre neppure lo cago, vado a dormire come i polli e mi alzo con i galli. Il tredici marzo invece lo vivo come il big bang. Tutte le volte. E al momento sono solo alla seconda.
Il Polpetta oggi compie due anni. Due.
C'è una sostanza che salva noi donne dal parto, che permette alla società di riprodursi nei secoli, che ci rincoglionisce al punto da volerlo riprovare quel dolore assurdo di mettere al mondo qualcuno. E' l'inibina. Cara, dolcissima inibina, che ogni anno, alla stessa ora, anche davanti al banco del pane, ci spari in vena il desiderio assurdo di tornare al travaglio, all'espulsione, alla magia del suo corpo spalmato di meconio come se fosse nutella, alla meraviglia dell'averlo tra le braccia chiedendosi "e tu chi sei?". Al nostro dolore. Al nostro amore.
A me sale sempre un punto di tristezza che no so mai dove infilare. Perchè se ripenso a quanto ho scongiurato un cesareo, uno spinello, una botta in testa, penso anche che sono impazzita, che non ho logica, che sono odiosamente terrena. Eppure mi tocco la pancia e mi ostino a volerlo ricordare quel globo immenso in cui se ne stava comodo, lui, a dialogare con i miei organi interni.
Ti sale pure una lacrima, se sei mamma. Perchè non è a rifarne un altro che soddisfi l'esigenza del sentirlo ancora, perchè lui è lui e resterà così per sempre.
E' un amore distinto, un pensiero continuo, una preoccupazione, una gioia, una stanchezza immemore, un battito raddoppiato.
E poi ripenso all'allattamento, ai risvegli, alle pisciatine sparate ovunque, di notte, mentre con un occhio dormivo ancora e con l'altro cercavo di trovare la chiusura del pannolino, sempre al contrario, sempre sbagliando qualcosa. E anche gli errori, tutti quegli errori che la legge umana mi ha messo in mano, li ricordo con la stessa intensità con cui guardo mio figlio che è fatto della medesima materia imperfetta e che non sa cosa aspettarsi oltre ai bacini sul collo e ai giri in altalena. Perchè la vita dovrebbe essere popolata solo di bacini sul collo e di giri in altalena.
E allora inizio il conto alla rovescia, mi chiudo alle spalle un altro anno di rincorse, slanci pazzeschi, schianti paurosi, perchè l'amore è così, è esplosione, quiete, tempesta.
E lui è così, è il battito mancante del mio cuore, quello che si è portato via due anni fa, venendo al mondo. Popolando il mondo.
Buon compleanno Nicolò,
per sempre e ancora.
la mamma
martedì 24 febbraio 2015
Outing 1.5
Lo ammetto. Spesso fingo di capire il Polpetta. Come con i turisti che in piena estate mi fermano sotto il sole e io, che bramo l'ombra, li mando sempre avanti.
Go straight on. Go straight on.
Poveri.
E il Polpetta che adesso cerca di esprimersi componendo frasi dal sapor mediorientale si affligge davanti alla mia dolosa ignoranza materna.
Arriva con il suo cambogiano stretto e mi racconta di un qualcosa che ha visto o che vorrebbe vedere o che gli piacerebbe poter toccare e io rispondo "ma dai amore? ma che bello!".
Sono un'idiota, lo so.
Anche perché ho ampie probabilità che con quella sua cadenza da cosacco di San Pietroburgo mi stia in realtà avvisando che la macchina, perennemente in divieto di sosta, è stata avvicinata da un gruppo di vigili urbani in pausa cicca.
Ecco perché pago tutte queste multe, non perché parcheggio dove la mia creatività ama rinnovare il suo voto, ma perché non ascolto mio figlio.
Siate più saggi voi che avete figli a cui piace narrare dello sciabordio del mare. Io vado dal mio piccolo picchio a farmi beccare il naso, che tra un sorriso e una capriola verbale gli scappa pure di darmi un bacio.
Go straight on. Go straight on.
venerdì 16 gennaio 2015
Polpetta: nome proprio di persona.
Ho il ricordo meraviglioso di una ragazza che al corso preparto raccontava di aver optato per un'Asia perché lei e il marito amavano viaggiare, ricordo di essermi chiesta cosa sarebbe accaduto se avessero coltivato la passione sfrenata per i salumi e mi sono immaginata una tenera frugoletta di nome Mortadella. Perché noi genitori riusciamo a dare il meglio quando affrontiamo questa difficile quanto romantica dinamica genitoriale e proprio in virtù di questa scelta, spesso, ci sentiamo anche dei gran fighi.
Ne ragionavo ieri con un'amica mentre discutevo dei nomi scelti per i protagonisti di un romanzo. E' così anche per un figlio, con l'unica variante che non sai come andrà a finire. Con un libro la storia ce l'hai davanti per intero e allora i nomi li scegli calibrando bene il tutto. A un metro e novantadue di bellezza maschile non potrei mai rivolgermi con un Bertoldino, ma tuo figlio mica lo sai se diventerà un metro e novantadue.
Zuleika, Baldassarre, Teodosio. Metti un nome, fai una storia. E prega che la storia stia in piedi perché poi lo sguardo di tuo figlio ti renderà il favore.
Certo, il Teodosio con la faccia di Ryan Gosling manderebbe in vacca il sistema, perché il solo sospirarne le vocali mi renderebbe il piacere di poterlo chiamare decine e decine di volte e allora quel nome, così lontano dalla mia mente superficialotta, assumerebbe un valore inimmaginabile. Ma un Teodosio di un metro e cinquantaquattro con la faccia da cavalluccio marino magari faticherebbe quei sei minuti in più a convincermi.
Forse anche dodici, ecco.
Forse anche dodici, ecco.
E' chiaro che è la persona che porta il nome e non viceversa, ma c'è da dire che i genitori spesso si lasciano prendere la mano e sfornano misericordiose scelte anagrafiche.
Del resto il Polpetta è stato virtualmente battezzato dalla voracità di una donna che se lo ingoierebbe ogni mattina dentro un bacio e, per contro, sempre lui - lo so - maledirà questo nomignolo insulso e a dieci anni mi chiederà di smetterla - "dai, mamma! cazzo!"(ovviamente sbiadirò davanti al suo vocabolario) - e odierà le polpette proprio come le schifa ora: con supremo orrore.
Già.
Perché è così, sappiatelo, tanto ci avete messo a cercare quel nome, tanti libri, tanti mesi, tanti dibattiti e tanto lui ve lo rinfaccerà realizzando l'esatto contrario di ciò che voi avevate programmato, pensato, cesellato. Perché sta lì, in quel loro grado di autonomia biografica che sigillano il confine tra il vostro amarli e il loro essere, nel punto esatto dove iniziano a scrivere da soli la loro storia. Pensiamo di esserne noi gli autori e invece è l'esatto contrario, sono loro che ad ogni mutamento riadattano di pagina in pagina la nostra combattuta esistenza e lo fanno mettendo punti, andando a capo, esattamente dove noi invece ci avremmo voluto vedere una virgola.
E' l'imprevedibilità del destino. E' l'imprevedibilità dell'amore.
Già.
Perché è così, sappiatelo, tanto ci avete messo a cercare quel nome, tanti libri, tanti mesi, tanti dibattiti e tanto lui ve lo rinfaccerà realizzando l'esatto contrario di ciò che voi avevate programmato, pensato, cesellato. Perché sta lì, in quel loro grado di autonomia biografica che sigillano il confine tra il vostro amarli e il loro essere, nel punto esatto dove iniziano a scrivere da soli la loro storia. Pensiamo di esserne noi gli autori e invece è l'esatto contrario, sono loro che ad ogni mutamento riadattano di pagina in pagina la nostra combattuta esistenza e lo fanno mettendo punti, andando a capo, esattamente dove noi invece ci avremmo voluto vedere una virgola.
E' l'imprevedibilità del destino. E' l'imprevedibilità dell'amore.
sabato 10 gennaio 2015
basta 'na jurnata 'e merd
Le giornate di merda servono. Se le guardi da un'altra prospettiva. E se hai un figlio è facile cambiare prospettiva, facilissimo. Basta che ti chini un po', poggi il culo ai talloni, e ti infili dentro ai suoi occhi. Ecco, da lì, puoi vedere tutto.
Stamattina tiravo il calzino antiscivolo derapando sul parquet tutta la rabbia che mi ero cucita addosso di notte. Problemi di lavoro, che sono pur sempre problemi, perché una è mamma, va bene, ma se deve lavorare, ha ottime probabilità di avere a che fare, ogni tot, con qualche stronzo impenitente, con qualche casino da sbrogliare. E come tutti gli esseri umani ci si incazza, anche se poi torniamo a casa.
Ecco, io a casa c'ero già.
Il Polpetta scaccolava il suo lugubre nasino raffreddato e fissava Peppa Pig con lo stesso sguardo acquoso con cui io mi perdevo dentro la tazzina del caffè.
D'improvviso, però, si gira e mi chiama. Io lo liquido con un "dopoamoredopo". Passano due minuti e mi richiama esplicitando una richiesta: biccotto. Allora mi alzo, vado lì, gli appoggio un biscotto sulle gambe e striscio in bagno con tutta l'intenzione di lavarmi i denti dentro otto minuti di totale autocommiserazione. D'improvviso, però, appare come un ologramma accanto alla mia gamba destra, mi fissa, punta il suo biscotto integro verso di me e dice: 'a mamma!, io allora lo guardo e dico "su amore, lo mangi da solo il biscotto, sei grande adesso, non ti devo imboccare". E lo riaccompagno al divano, dove me lo ripropone con la stessa identica formula: 'a mamma!. Allora mi siedo lo imbocco, gli faccio una carezza, lui si riperde tra i suoi pensieri fatti di cartoni animati e frollini al cioccolato e io mi rialzo lasciandolo lì con un altro biscotto identico al primo. Questa volta non riesco a superare il tappetto, lui salta giù dal divano, se ne fotte del fatto che Pedro Pony sia ricoverato in ospedale e corre appresso a quella minchiona di sua madre brandendo un innocuo biscottino.
'A mamma!. Urla. E io, finalmente, ascolto.
Mi siedo a terra, lo guardo, lui mi stropiccia sulla faccia il naso pieno di catarro, si siede sui miei talloni incrociati e si infila in bocca il biscotto, da solo. Fissa il muro, sgranocchia e ride.
Un figlio è come avere in soffitta un telescopio, sai che c'è, che ha il suo fottuto valore, ma ci guardi dentro una volta ogni tanto, perché è fatica, e allora ti limiti a guardare le stelle da lontano. Poi un giorno te lo ritrovi davanti, ti pieghi, ci sbirci dentro e ti accorgi che da quel punto, da quella prospettiva tutto assume un altro tono, un'altra dimensione, un'altra luce.
Spesso ci ostiniamo a volerli educare affinché possano fare tutto subito, a renderli precisi agli altri perché possano socializzare in fretta, ad insegnare ogni passaggio di vita come se fossimo gli unici detentori della verità, e invece qualche volta - ogni tanto, eh - bisognerebbe raschiare il culo a terra e lasciarci sgridare, riprendere, correggere.
Solo così si cresce. Solo così si impara.
E non parlo di loro. Parlo di noi.
martedì 21 ottobre 2014
Papi, ti svezzo in due.
Sì, lo so, da mesi in molti si chiedono che tipo sia il Papi. Beh, ci tengo a rinfrancare i più allarmisti, dichiarando che se il Papi non avesse mostrato fin da subito la sua fredda ironia da eschimese ai tropici, io non lo avrei mai e poi mai preso in considerazione.
C'è da dire che il suo animo, apparentemente così disinteressato alle scene, in realtà è il frutto di una strutturata finzione, perché lui dentro ai miei racconti ci sguazza come un maiale dentro al letame. Lui si farebbe l'editing se solo gliene dessi l'opportunità. E di certi testi teme, teme moltissimo, ma essendo uno che si sparerebbe dentro alla bocca di un leone tanto per capire cosa si prova, affronta il rischio con il brivido di chi resta lì, a mezz'aria, tra la mia pubblicazione e il suo non conoscerne per intero il contenuto.
Questo incipit era doveroso, i maschi sono animali da branco, e c'erano fior fior di padri che da giorni mi fissavano indisposti e gli uomini indisposti non sopravvivono a lungo, pertanto sono intervenuta solo per salvare la specie umana.
Ma torniamo a noi.
So per certo che molte di voi hanno il Bimby e molte altre hanno il Bimby, un marito che cucina, lava, stira e passa il Folletto mentre va narrando al figlio le avventure di Ulisse. Bene, giovani fanciulle che mi auguro possediate anche in natura il gran culo di cui narrate, non mi rivolgo a voi. Mi rivolgo invece a quelle tal'altre donzelle che ogni giorno si avventurano tra gli scaffali del supermercato improvvisandosi giostraie nel tentativo di intrattenere il bambolo che, dentro al carrello, mette costantemente a repentaglio il saldo da pagare alla cassa.
Se c'è una cosa che proprio non riesco a capire invece è il percorso che una mente maschile effettua per arrivare alla medesima cassa del supermercato. Io vado per ordine di arrivo, il Papi invece segue il ciclo dei suoi pensieri e pensa alle uova mentre sfila dallo scaffale la carta igienica, e poi pensa che ha fame e che è dimagrito troppo e che deve reintegrare e allora va al banco della carne e compra tutto ciò che gli sembra commestibile e poi si dimentica che gli ho chiesto per la trentaduesima volta di comprarmi il caffè, perchè - ovviamente - lui il caffè non lo beve mica e allora si compra due ovetti kinder (uno per lui e uno per il Polpetta) e va alla cassa. Fine della spesa.
Eccomi quindi che lo trovo in cucina mentre sbatte in padella una braciola alta quattro centimetri e nel mentre puntualizza che si è dimenticato di comprare il caffè ma in compenso ha preso la cioccolata e che non ha preso la camomilla, ma ha comprato otto bacardi breezer al lime, che aiutano ugualmente la digestione.
E' in momenti come questi, quando lo vedo nascondersi dietro il fitto fumo della terza braciola in cottura, proprio mentre cerco di scollarla dalla padella, che mi chiedo cosa ci sia stato in me di così profondamente folle dall'averlo voluto come padre di mio figlio. E non trovo mai una risposta, una sola intendo. Perché mentre dalla statale il condominio in cui abito viene scambiato per un'acciaieria - tanto è il fumo che esce dalla velux - il Papi inizia a gironzolare per casa a bordo di un minuscolo triciclo e il Polpetta lo rincorre ridendo a perdifiato. Solleticata da quel brulicare di sorrisi avanzo di qualche passo mentre il fumo si dirada, e finalmente incrocio i loro occhi - così uguali, così belli - e ci ricasco ancora!
Il Polpetta si avvicina, afferra un pezzo di carne bruciacchiata e la inizia a ciucciare gorgogliando come un sifone intasato. Il Papi gongola a bordo del suo triciclo, guarda il figlio e si dice che sì, è stato proprio bravo a comprargli quella braciola alta quattro centimetri, che se fosse per lui lo svezzamento partirebbe proprio da lì. Dall'altro lato della cucina mordicchio un quadretto di cioccolata e li guardo con aria da smorfiosa di marciapiede. Mi piacciono esageratamente, fumo d'amore. Anche per il Papi. Anche per lui. Non me ne capacito, ma è così.
Credo.
Il Polpetta si avvicina, afferra un pezzo di carne bruciacchiata e la inizia a ciucciare gorgogliando come un sifone intasato. Il Papi gongola a bordo del suo triciclo, guarda il figlio e si dice che sì, è stato proprio bravo a comprargli quella braciola alta quattro centimetri, che se fosse per lui lo svezzamento partirebbe proprio da lì. Dall'altro lato della cucina mordicchio un quadretto di cioccolata e li guardo con aria da smorfiosa di marciapiede. Mi piacciono esageratamente, fumo d'amore. Anche per il Papi. Anche per lui. Non me ne capacito, ma è così.
Credo.
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martedì 30 settembre 2014
L'algoritmo del Polpetta
Ho appena compreso che anche il Polpetta ha il suo algoritmo e sto cercando di valutarlo con la stessa freddezza mentale di Zuckerberg.
Sì, lo so, è scontato, me lo avevano già detto in molti, ma il Polpetta era piccolo, così dannatamente piccolo! L'altro ieri aveva due giorni! Si limitava a piangere, scimmiottare, sillabare. Era tutto un dispiegar di bave e sorrisi e se i sorrisi erano i suoi, le bave erano le mie. Perché, sì, io colavo gioia sopra questi suoi declassamenti verbali e il suo prodigarsi così lentamente verso l'arte della comunicazione mi appariva più come un pellegrinaggio che non come un'evoluzione umana. Ero ovviamente fuorviata dai giudizi esterni, dalle dinamiche familiari altrui e poi io volevo parlarci con questo bambolotto che invece si ostinava ad accaparrarsi la tetta, senza chiedere mai il permesso.
Sì, lo so, è scontato, me lo avevano già detto in molti, ma il Polpetta era piccolo, così dannatamente piccolo! L'altro ieri aveva due giorni! Si limitava a piangere, scimmiottare, sillabare. Era tutto un dispiegar di bave e sorrisi e se i sorrisi erano i suoi, le bave erano le mie. Perché, sì, io colavo gioia sopra questi suoi declassamenti verbali e il suo prodigarsi così lentamente verso l'arte della comunicazione mi appariva più come un pellegrinaggio che non come un'evoluzione umana. Ero ovviamente fuorviata dai giudizi esterni, dalle dinamiche familiari altrui e poi io volevo parlarci con questo bambolotto che invece si ostinava ad accaparrarsi la tetta, senza chiedere mai il permesso.
Poi è successo. Lo sapevo.
Ieri il Polpetta ha detto merda. Non cacca, no. Proprio merda. E non indicava il vasino, non prendeva possesso del pannolino, no. Scuoteva il telecomando, fissava la televisione buia e se ne usciva con un lapidario merda.
Bene. Ovvio.
Quel merda era mio. Mica suo. Sebbene l'imprecazione maschile, lo sguardo fisso sullo schermo e il telecomando in mano ricordassero più l'origine paterna; la parola, il lemma, l'incauto pensiero era tutto mio. Mio. Mio. Mio.
Io sono una portatrice sana di parolaccia, una che ne fa uso come rafforzativo dei pensieri, una che alle volte forse ne abusa, una che sicuramente spesso ne abusa.
Il punto però è un altro. Che mio figlio sia entrato ufficialmente nella fase del repetita iuvant è cosa piuttosto scontata, non ero pronta, non ci pensavo affatto, ma è cosa risaputa e va bene, ma che mio figlio possa diventare così il mezzo con cui visualizzo tutto quello che transita dalla mia bocca è un qualcosa che non avevo preso in considerazione e convengo che questo un po' mi terrorizza.
Il suo algoritmo è basato sull'assimilazione. Lui osserva e registra tutto quello che gli alito addosso, smista e ridistribuisce. Mi dice che il cane abbaia, no "bau", bau è da sciocchi, la mamma dice "abbaia", non dice bau. Il papà è il Papi, non ci sono variabili e la mamma lo sa perché lo chiama sempre così. Il letto della nanna è giallo anche quando è viola, perché la mamma canta sempre la canzone del letto giallo, mica quella del letto viola, e allora è giallo anche se è viola, rosso o blu. Sempre. Perché lo dice la mamma.
E più mi ripeto, anche incoscientemente, senza valutare il suo ascolto, più si applica nel condividere il pensiero, nel metterlo in bacheca, nel renderlo pubblico e ripresentarmelo poi sotto forma di allegro mosaico infantile.
Lui conosce ogni declinazione del mio profilo. Mi chiama insistentemente ammore. Perché io clicco sulla parola amore una quantità smisurata di volte. Realizzo così che il mio antro di bestia è un posto lugubre e buio dove però, se cerchi bene, ci sono anche dei fiori mai visti, degli squarci di luce pazzesca. Allora lo alzo, lo bacio in fronte, e cestino l'idea del silenzio, perché il suo algoritmo ha bisogno di dati e io sono il suo imbuto, il suo contagocce, la sua maniglia sul mondo. Le parole vanno annusate, ammaestrate, coccolate. Regalate.
E più mi ripeto, anche incoscientemente, senza valutare il suo ascolto, più si applica nel condividere il pensiero, nel metterlo in bacheca, nel renderlo pubblico e ripresentarmelo poi sotto forma di allegro mosaico infantile.
Lui conosce ogni declinazione del mio profilo. Mi chiama insistentemente ammore. Perché io clicco sulla parola amore una quantità smisurata di volte. Realizzo così che il mio antro di bestia è un posto lugubre e buio dove però, se cerchi bene, ci sono anche dei fiori mai visti, degli squarci di luce pazzesca. Allora lo alzo, lo bacio in fronte, e cestino l'idea del silenzio, perché il suo algoritmo ha bisogno di dati e io sono il suo imbuto, il suo contagocce, la sua maniglia sul mondo. Le parole vanno annusate, ammaestrate, coccolate. Regalate.
Ho una grande responsabilità, lo so. Ecco perché stamattina gli ho insegnato una parola nuova che da qualche ora sillaba lentamente, quasi volesse assaporarne per intero la consistenza.
Li be ro.
Nicolò, questa è una parola da amare. Tienila stretta, portala a spasso, impara ad accudirla. Un giorno la userai e ti aprirà al mondo, quando il mondo si aprirà a te.
Li be ro.
Nicolò, questa è una parola da amare. Tienila stretta, portala a spasso, impara ad accudirla. Un giorno la userai e ti aprirà al mondo, quando il mondo si aprirà a te.
venerdì 26 settembre 2014
INSTAMUM Eleonora Manfroni e Noi
acrilico su tela
E' andata più o meno così. Ero in ospedale, avevano appena portato via il Polpetta e stavo aspettando. Lo avevano preso che piangeva e non mi era stato permesso di consolarlo. E il pianto di un figlio fa salire l'altamarea nel cuore di qualsiasi mamma. Era come se mi avessero schiacciata dentro ad un minuscolo vaso. Me ne stavo lì, compressa dentro i miei nove mesi di attesa, a ripercorrere le ore di travaglio che mi scalciavano nuovamente dentro, che mi toglievano nuovamente il fiato.
Al centro di quell'immenso spazio bianco ho capito che sarei stata con lui per sempre, che nulla ci avrebbe mai diviso. E' una sensazione impalpabile, un pensiero difficile da maneggiare.
Il telefono brillava di chiamate, messaggi, avvisi. Non saprei dire quanti mi hanno lasciata senza fiato per quel loro prendersi cura di me, di lui, di noi. Non saprei.
Ne nomino una, ma vale per tutti.
Eleonora ha atteso con noi, a distanza di chilometri.
Poi non lo so come accadono certe cose.
Ha preso una tela e ha iniziato a dipingere, ma non l'ha fatto dandosi un soggetto, una trama, un pensiero, ha seguito l'impulso che il cuore le suggeriva. Tra una pausa e l'altra mi scriveva, chiedeva del Polpetta, chiedeva della mamma.
Di sera, mentre me ne stavo a letto, abbracciata al mio bambino che finalmente dormiva sereno, ho ricevuto un messaggio in cui Eleonora mi mostrava un quadro appena ultimato. Mi sono così trovata improvvisamente davanti a uno specchio, l'abbraccio era il medesimo in cui mi stavo consumando. Si annullavano i chilometri, le distanze, i pensieri. Si perdevano le preoccupazioni, le paure, i confini.
Non so spiegare esattamente cosa accade, ma c'è qualcosa di misterioso tra lo spazio che divide una mamma da un'altra mamma. Spesso ci perdiamo dentro i confronti, le invidie, le paure, ma altrettanto spesso lasciamo che il filo invisibile del nostro vissuto si tenda e attiriamo a noi il sentito di un'altra mamma e ci consoliamo senza dirci nulla e ci abbracciamo senza neppure saperlo. Se accadesse più spesso, credo che ci sentiremmo meno sole.
Grazie ai vostri cuori quindi, tutti. Non uno di meno. Erano con me. E lo sono ancora. Ovunque io sia, ovunque tu sia.
mercoledì 17 settembre 2014
Notte prima degli esami
Avete presente quel vuoto che squarcia il panorama e che ti lascia col fiato sospeso? Un respiro mancato, un battito in meno. L'adrenalina che prova il funambolo prima di affrontare la corda sospesa. La paura, la fottuta paura, di non poter controllare tutto. Il vuoto prima degli esami, quel sbriciolarsi dentro ai libri convinti di non saperne mai abbastanza, quel nodo in fondo alla lingua, che scivola in gola e più giù non va mai. La maturità che viene avanti e sembra non accontentarsi mai delle risposte che sei pronto a dare.
E' un po' quello che provo io stanotte.
Domani si entra in ospedale. Niente di grave. Tranquilli. Venerdì operano il Polpetta. Niente di grave. Tranquilli. Eppure penso a cosa provo. Un qualcosa di chiaramente soggettivo, in cui un battito manca sempre.
Perché il Polpetta ai miei occhi è piccolo, più piccolo del piccolo e io sono vulnerabile, più vulnerabile del vulnerabile. Perché quando una mamma porta un figlio in ospedale, transita dentro se stessa, e non indossa scarpe, non si porta dietro nulla per proteggersi dal freddo. Quel figlio in braccio la spoglia di qualsiasi difesa.
Io questo intervento ce l'avevo in programma e, più di un anno fa, ne ho vissuto un altro che programmato non era, eppure la differenza tra i due non si fa sentire. La paura c'è sempre, anche quando la ragione funziona benissimo.
Ricordo bene la prima volta. Ricordo quando mi sono seduta in sala d'attesa e c'erano altre mamme che mi guardavano mentre piangevo disperata, e mi consolavano. Ricordo il giorno dopo e quelle stesse mamme, sedute a raccontare, una ad una, il proprio perché. Ricordo una ragazza, molto più giovane di me, che attendeva una chiamata. Ricordo quanto fosse prezioso il cuore di suo figlio. In quel momento ricordo anche di essermi vergognata profondamente delle mie lacrime, perché il Polpetta stava male, ma di un male diverso, di un male minore.
E' che ogni tanto vorresti capitasse agli altri, e poi però ti volti e vedi che agli altri capita e, alle volte, capita peggio.
Dicono che da genitori si è preparati a tutto, e sì, posso dirvi che è vero, perché quando hai un figlio c'è una piccola parte di noi che è sempre ai blocchi di partenza, in attesa di un fischio e i nostri muscoli sono sempre tesi, caldi, pronti. Poi però c'è anche quella parte di noi che qualche volta perde il ritmo, quella parte che lo vorrebbe portare sempre e solo al parco giochi. E' la parte più irrequieta, quella più difficile da gestire, quella che ancora teme gli esami e che davanti alla commissione ci arriverebbe con la lingua insabbiata.
Dicono che da genitori si è preparati a tutto, e sì, posso dirvi che è vero, perché quando hai un figlio c'è una piccola parte di noi che è sempre ai blocchi di partenza, in attesa di un fischio e i nostri muscoli sono sempre tesi, caldi, pronti. Poi però c'è anche quella parte di noi che qualche volta perde il ritmo, quella parte che lo vorrebbe portare sempre e solo al parco giochi. E' la parte più irrequieta, quella più difficile da gestire, quella che ancora teme gli esami e che davanti alla commissione ci arriverebbe con la lingua insabbiata.
Stasera ripasso, mi concentro, prendo appunti. E domani si riparte, un'altra volta, un passo sulla corda e, se serve, un salto nel vuoto. E chi sostiene chi sarà solo una percezione dell'anima. Io sarò il suo abbraccio e lui il mio.
lunedì 1 settembre 2014
Uno per tutti, tutti per Uno. (fenomenologia dell'amore virale)
Non so voi, ma noi si divide sempre tutto in tre. Dividiamo in tre il pane, l'acqua e il raffreddore, se poi è accompagnato da febbre, beh, allora si applica il lusso della divisione a scaglioni di tempo: oggi io, domani tu e così via.
Potrei farne una teoria scientifica, tanto qualche buon'anima che prende per buono quello che scrivo io in questo mondo balengo ci deve pur essere.
Bene. Il Polpetta è quasi giunto al suo lustro e mezzo e quindi posso parlare con nozioni di causa, sempre che il virus della coincidenza non si sia preso gioco di me in questi mesi costellati di termometri, tiramuco, supposte e simpatici grannellini omeopatici di cui non parlerò, perché non so mentire.
Ricordo ancora quando mi hanno venduto il Papi, all'epoca ventenne dai capelli mechati, come un giovane stallone dal fisico imperturbabile. Ricordo di quando mi chiese, con aria innamorata e, oserei dire, vagamente interessata: "amore, cos'è un'emicrania?" e ricordo molto bene di quando arrancavo tra i miei malesseri mensili e lui mi fissava sviscerando l'empatia di un gambero di fiume. Era giovane, aveva tutta la vita davanti, ma soprattutto il Polpetta non lo incrociava neppure in sogno.
Ora. Al secondo giorno di tosse del Polpetta, il Papi crolla come un albero dell'Amazzonia sotto i colpi del machete e te lo ritrovi così che boccheggia dentro al letto col colore tipico di chi è prossimo all'imbalsamazione.
Al terzo giorno, poi, mi ammalo io. Fisso come la morte. E la mia è la malattia del guerriero.
Un tempo - sempre per cadere nel nostalgico - mi spalmavo dentro al letto ed invocavo la mamma e allungavo il brodo fin oltre il termine, perché una come me di starsene sotto la coperta a guardare il festival di Sanremo con la scusa dell'influenza - posso dirlo senza vergogna - non ne ha mai abbastanza.
Ora. Al primo sintomo di febbre spalanco l'armadietto dei medicinali e apro la rassegna stampa dei bugiardini. Alla voce allattamento tutti mi cazziano e quindi ovviamente non prendo nulla, però - lo ammetto - ci provo tutte le volte. Perché l'idea di stare male e nel contempo di dovermi occupare di tutto il contorno un po' mi spaventa e allora cerco il mago della lampada dentro tutti quei flaconcini colorati. Ma niente, non esce nessuno dal blister del paracetamolo e allora mi incammino sospirando verso il resto della ciurma che sguazza dentro al proprio muco come una nave dentro la tempesta.
Vi risparmio la descrizione del passato natale, dove la gastroenterite aveva raso al suolo il menù di mia suocera. Ventisei portate, più contorni, buttate alle ortiche e una suocera in analisi fino all'Epifania.
Del resto io e il Papi non siamo sposati e il Polpetta fa da promemoria ogni sacrosanto giorno, come un postit appeso in fronte, ci ricorda che non basta il mutuo a unirci nel bene e nel male, che la condivisione familiare è fatta anche di massaggi al pancino fino a notte fonda, io a te, tu a me e lui a noi.
Le mani sono sei, gli scambi di favori procedono per moltiplicazione.
E così ti ritrovi a tirare la ciabatta verso il gas, a metter su l'ennesima camomilla per un Papi che la vuole zuccherata ma non troppo, calda ma non troppo. E poi porgi la tetta al Polpetta e ti lasci scardinare un orecchio purché cada in un sonno profondo. E poi ti misuri la febbre e scopri che è scomparsa, che sei guarita e che non hai avuto neppure il tempo di rendertene conto, che il mago della lampada è venuto in tuo aiuto e che non era nascosto nei meandri di nessun flacone, ma ce l'avevi dentro tu, bastava solo sfregarti un po'. Lì dietro, in mezzo alle scapole, dove dall'altra parte batte il cuore.
Del resto io e il Papi non siamo sposati e il Polpetta fa da promemoria ogni sacrosanto giorno, come un postit appeso in fronte, ci ricorda che non basta il mutuo a unirci nel bene e nel male, che la condivisione familiare è fatta anche di massaggi al pancino fino a notte fonda, io a te, tu a me e lui a noi.
Le mani sono sei, gli scambi di favori procedono per moltiplicazione.
E così ti ritrovi a tirare la ciabatta verso il gas, a metter su l'ennesima camomilla per un Papi che la vuole zuccherata ma non troppo, calda ma non troppo. E poi porgi la tetta al Polpetta e ti lasci scardinare un orecchio purché cada in un sonno profondo. E poi ti misuri la febbre e scopri che è scomparsa, che sei guarita e che non hai avuto neppure il tempo di rendertene conto, che il mago della lampada è venuto in tuo aiuto e che non era nascosto nei meandri di nessun flacone, ma ce l'avevi dentro tu, bastava solo sfregarti un po'. Lì dietro, in mezzo alle scapole, dove dall'altra parte batte il cuore.
venerdì 1 agosto 2014
Piove, piove, la gatta non si muove.
Ho atteso qualche settimana prima di dedicarmi a questo post. Monitoravo facebook, guardavo le foto di spiagge assolate e piedi abbronzati e manzi stretti dentro opportunissimi costumini fluo e, come la vecchia strega di Biancaneva lustravo la mia bella mela rossa gracchiando: tornereteee! oh, se tornereteee!
Ecco. Ora che a quelli tornati si è spenta l'abbronzatura e che a quelli in partenza spetterà il mio stesso cielo incontinente posso sentirmi pronta nel condividere la mia claustrofobica clausura materna.
Piove. Su tutta Italia, o quasi, ma di quel quasi non mi voglio neppure interessare perché ciò che non può essere mio è fonte di perturbazione psicologica. Guardo mio figlio con la pelle candida da Edward Cullen che sbava e si contorce per l'arrivo dei canini e temo, temo che questo lungo inverno mi stia solo preparando all'arrivo dei Volturi. Controllo le mie occhiaie allo specchio e mi dico che non c'è un sonno adeguato a questa stanchezza, che l'unico riposo che al mio corpo permetterebbe di assorbire tutto questo caos estetico sarebbero dodici giorni di sole che, puro, si spalma come nutella su ogni cm del mio corpo. La buccia d'arancia ha lasciato il posto alla pelle d'oca e, francamente, non so cosa sia peggio.
Il problema però è un altro. Il Polpetta è alla finestra, appeso al vetro con le sue diaboliche manine a ventosa. Invoca il parco giochi mentre fuori piove e piove e piove. Lo stacco, lo riporto sul suo tappettino colorato e dico per la centoventiquattresima volta "giochiamo!", lui mi guarda con aria incerta, si pigia gli occhi per strizzarci fuori due lacrime in più e aspetta. Io lo guardo e improvviso, ma l'entusiasmo nel frattempo ha ceduto il passo alla stanchezza e risulto allettante quanto una pizza congelata. Il libretto! Ecco, leggiamo il libretto! I cubetti! Ecco, facciamo una torre con i cubetti! Gli animaletti! La pallina! I cerchietti colorati! Il secchiello! Il cavallino! La macchinina! Le padelline! L'orsetto! Il martello! La televisione!
Tutto. Fatto tutto. E fuori piove. Ancora.
La sera arriva e striscio dentro al letto come un viet cong. E risparmiatemi i suggerimenti indigesti di chi conosce ottantatue metodi didattici per tenerli adeguatamente occupati, il Polpetta ha sedici mesi ed è in quell'età dove esplora e conosce e nell'esplorare e nel conoscere riesce ad infilarsi in ogni anfratto, e se trova qualcosa, prima lo guarda e poi lo ciuccia mentre medita se ingoiarlo o meno. Certo, la casa è sicura come il caveau di una banca svizzera, pertanto niente è a portata di bambino. I mobili sono chiusi con la catena della bici, i giochi sono calibrati alla sua età, tutto è a sua immagine e somiglianza. Tutto.
Ma i bambini sono esseri superiori. Il Polpetta da giorni studiava silenziosamente la mia borsetta appoggiata sul davanzale della finestra. La guardava e non chiedeva, non indicava. Oggi improvvisamente si è alzato e con passo da calzino peloso è andato fin sotto il davanzale. Il Polpetta è un sedici mesi taglia XXL e pertanto è molto alto, ha allungato la mano, si è tirato in braccio la borsetta, ha infilato un ditino nel minuscolo spazio ad inizio cerniera e ha scoperto che per aprirla bastava far strisciare con forza la manina. Ecco. Io, che stavo facendo pipì, ho avvertito nel silenzio di casa un misterioso alone di paura. Allungando il collo oltre il bidet ho visto riflessa nello specchio l'operazione del piccolo ladro e ne sono rimasta affascinata. Soddisfatto ha dato una leccatina al mio cellulare, ha stracciato con aria divertita dieci nuovissimi fazzoletti di carta e si è messo a blaterale in cambogiano quando ha trovato le chiavi di casa.
Mi lascio quindi questo orrido lugliembre alle spalle meditando sulla clausura materna. Il marito che torna quando si fa sera e ti dice che sei fortunata a stare a casa con vostro figlio, che lui invece al lavoro ha incontrato una svariata quantità di idioti e che pagherebbe per fare a cambio. Tu gli dedichi sei secondi netti di attenzione in cui lo vedi aprire la velux, issarsi sul tetto e dire in fretta al bambino "esco a prendere le sigarette. torno subito!".
La quotidianità è un puzzle di meraviglie e fatiche che si incastrano alla perfezione.
E' uscito un raggio di sole, la mia pupilla si è stropicciata di fastidio e il Polpetta, davanti alla finestra, ha iniziato a brillare come un piccolo swarovski. Me lo carico in spalla e corro al parco giochi, mentre aspetto l'arrivo dei Volturi.
E comunque - per la cronaca - non trovo più cinquanta euro. Per dire.
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