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venerdì 30 giugno 2017
Piccolo Uomo
Sei entrato puntando i piedi e adesso corri così forte che fatico a starti dietro.
Avanti tutta, anima bella!
mercoledì 21 giugno 2017
{POST SENZA PUNTEGGIATURA [che tanto non la so mettere e quindi]}
ma noi la mamma montessoriana che al buffet dell'albergo mette la pinza in mano alla bimba di un anno con l'intento di farle prendere i pisellini e intanto coordina tutto il alto tedesco antico ma a noi si rivolge in veneto con un la fa tuto da soa quanto cazzo la amiamo
lunedì 19 giugno 2017
Game Over
«Le regole, darsi delle regole», dice il Papi.
Sfortunatamente non si è buttato in politica, perché la forza di certi suoi
diktat si sgretola subito davanti ad un qualsiasi videogioco popolato da zombie
e nutrie in decomposizione, ecco perché credo che sarebbe stato un ottimo
ministro, perché l'occhio da bue messo in sella al trattore gli è esploso
in faccia solo dopo aver espresso il seguente pensiero
«Basta sala giochi!
Adesso andiamo all'altalena! All'aperto! All'aria! All'ombr... oh, ma guarda ci
sono gli zombie...»
Predire, dire, ridire, contraddire, eccole le meraviglie dell'essere genitori.
Poi vabbè a quelli bravi non succede mica di farsele fuori tutte le fasi dello
splendore e del disappunto, ma questa è un po' la cinquantunesima sfumatura che
nessuno conta mai.
Quelli bravi, genitori, col predire sono già a posto; quelli bravi sono bravi
punto e, fateci caso, si muovono bene in gruppo; esercitano il medesimo sguardo
vitreo; da lontano ti indicano con la mano alzata e gorgheggiano - sì, lo so,
ho detto gorgheggiano - e si accartocciano pure un poco dentro a quel loro
frenetico gesticolare.
Come gli zombie, appunto.
Ma per fortuna io c'ho il Nic adesso che ci spara addosso agli zombie - sì, lo
so, ho detto ci spara - e usa palline di gomma fluorescente e lo fa mandando in
aria risate e, si sa, fa più vittime una risata che una pistola laser - sì, lo
so, gli zombie sono già morti - vabbè, per fortuna che c'ho lui, ecco. Ma non
ditelo al Papi, eh, non diteglielo che fa leggi evanescenti perché magari
prende coraggio e si butta sul serio in politica. Ecco, no, mi manca solo
questo, dai. Poi chi li sente i detrattori della PlayStation appesa in classe
al posto del crocifisso. Chi li sente, mh?
E dire che pure io sono stata una brava genitrice, una volta, un po' come
Cenerentola è stata una colf e Biancaneve una drogata, ma è stato tipo quattro
anni fa, è stato tipo quando ero un'altra, è stato tipo quell'attimo prima di
mettere al mondo mio figlio.
mercoledì 3 maggio 2017
Insegnare il dolore
Forte. Ti dicono che devi essere forte, ma non ti insegnano
il dolore. E allora cresci educato, ma scoperto. Il pianto non conosce
dignità, le ferite non si rimarginano subito, alcune non si chiudono affatto.
Sono stata educata a non considerare il male e il capro espiatorio era sempre
il buon cuore di chi mi stava a guardare. Poi ho avuto un figlio e mi hanno
detto che non mi potevo più pulire gli occhi, che i fazzoletti erano per il
moccio al naso, il suo, e che io - la mamma - dovevo ripiegare sulla
plastica di un sorriso perenne.
Sono stata rammendata tante volte e a forza di tenerlo dentro - il pianto - mi si è deformata la faccia. La mandibola è massiccia, le rughe sono diventate profonde. Mio figlio sa esattamente quando sto per piangere anche se non lo faccio. Si avvicina e mi pianta il naso sotto il mento, con la mano destra mi tiene l'orecchio destro e restiamo così, in silenzio, per un po'. Qualche volta piango io, qualche volta piange lui. E non siamo soli, mai.
L'immagine sopra è tratta dal libro Perché piangi, mamma? - Emme Edizioni.
mercoledì 19 aprile 2017
Le paure che non ti ho detto.
Eh, sticazzi, sì. La vita è un percorso a ostacoli dove per
sopravvivere devi solo fare due cose: maturare prontezza di spirito e imparare
un sacco di parolacce. Ecco io sulla seconda ero preparatissima, sulla prima un
po’ meno, decisamente meno. Ma tant’è che ci si indottrina in qualche modo,
pure nell’urgenza. Ecco, io adesso - per essere del tutto sincera e farvi
capire quindi come ci si sente nudi di qualsiasi poesia o religiosa credenza -
sono oggettivamente provata. C’ho tutti i muscoletti del cervello che urlano e
le fibre nervose perennemente in allarme. Ma niente paura, se sto messa come un
cubo di Rubik a cui hanno scollato le tesserine è anche perché il cerchio deve
chiudere il suo giro. Se vi venissi a dire che sto bene, benissimo, mentirei
spudoratamente e solo in virtù di una bella messa in onda, di una facciata
disonesta, di una tranquillità imprudente. In verità, in verità vi dico, che
sto ‘na chiavica. Il corpo reagisce e direi pure bene, ma la testa arranca. La
paura intacca lo spirito e c’è poco da fare, o accetti la sganasciata del
destino o ti metti lì in attesa che tutto prima o poi passi sul serio.
Ecco,
io sto in quel preciso frangente in cui l’attesa pare eterna. Sto in bilico sul
ciglio della sedia ad accusare ogni colpo di tosse come un attacco di
tubercolosi. Sto in allerta dietro la porta ad aspettare l’iperventilazione.
Sto affondata in quel preciso istante della notte in cui ogni ombra diventa
demone. Nessuno mi ha detto che devo stare lì, sia chiaro, ma ci sto uguale.
Questa è la vera verità: la paura è un fil di ferro che ti taglia in due il
cuore, e ogni ferita - si sa - non smette di sanguinare subito.
Lo
so, dovrei fare come fanno i cani, scrollarmi la pelliccia e sparare lontano
tutte le minuscole merdine che mi si sono appiccicate addosso. Lo so, ma il
punto è che non sono neppure un cane e la mia superficie è assurdamente porosa.
Io delle emozioni tiro dentro tutto, aspiro e mando giù senza darmi il tempo di
capire. Liberarsi del proprio sentire è un lavoraccio che comporta fatica e
rivoluzioni. Autentiche rivoluzioni. E chi ce l’ha sempre la forza di mettersi
a fare casino? Io sì - di solito sì - ma mi viene bene da sbronza, da euforica,
da incazzata, quando sto a metà strada tra la stanchezza e la lucidità di
spirito mi perdo come si perdono tutti.
C’è
però una cosa che mi salva sempre e di questa cosa certi giorni vado fiera,
certi altri no. Io tra il fegato e il pancreas ho installato un autentico
laboratorio di alchimia. Piastrellato di verde sta tutto affollato di ampolline
fumanti. Ecco, in quel minuscolo ambiente lì, dove l’aria è irrespirabile e il
fuoco pare portarti via il naso si rielaborano le emozioni. Non ci si mette due
attimi a trovarla la pace, ce ne voglio pure quattro o cinque di attimi e una
sana consapevolezza che quel disordine umano è tanto indisciplinabile quanto
prezioso. Dal laboratorio ogni ventisei o ventisette attimi escono delle
sottili asticelle d’oro, oro purissimo. Ho tutta una struttura interna che è
popolata di pagliuzze luminescenti pronte a piegarsi sotto il peso del mondo.
Io sono un cantiere aperto dove entra la luce senza uscirsene mai e mi scompongo
e destrutturo ogni volta come se fosse la prima e non sarò mai ultimata neppure
il giorno in cui penserò di esserlo.
E,
niente, ringrazio Eilish per aver generato questa creatura. L’ho acquistata
pochi giorni prima dell’intervento, volevo qualcosa che sostituisse in tutto e
per tutto la mia tiroide. Tra un diamante grosso come un molare e uno slogan
per una campagna elettorale ho scelto lo slogan, anzi no, la parola, anzi no,
la parolaccia. Che a me le parolacce calzano tutte dannatamente bene. Quindi,
sticazzi gente che se una è figa ‘n c’ha proprio le forze di smettere di
esserlo, pure col collo di Maria Antonietta, pure con l’abbronzatura del sovrano
della Valacchia, pure con l’umore di Darth Vader.
Ah
Ah
Ah
lunedì 3 aprile 2017
CARCINOMA. Il peso di certe parole.
Carcinoma è una parola brutta, come brutto è il suono che produce quando qualcuno se la fa passare in bocca. Con un’altra parola come - chessò - pantolofola ci si muove meglio, molto meglio. Pantofola è un termine morbido, lo mastichi come una gelatina di frutta e le consonanti non ti si infilano tra un dente e l’altro come pezzi di vetro.
Vabbè, questo per dire che
la mia tiroide ha deciso di dare ospitalità a taluni elementi poco graditi e
lo ha fatto a mia insaputa. Ecco perché ho deciso di sfrattarla senza
preavviso, che di tutti gli atteggiamenti cazzuti questo mi pare proprio il più
solenne. Del resto per un inquilino che non rispetta i regolamenti si applicano
sanzioni doverose e quindi «bye-bye little butterlfy, go away e passa la pezza
prima di chiudere».
Detto questo – e tutto d’un
fiato, che se replicate in coro vien qui Trump a controllare – voglio precisare
che sto bene. Non voglio quindi vedere emoticon piagnone, volpine affrante o
panda impiccati a uno Stecca Lecca, così come non voglio sentirmi sul collo il
peso di certi sospiri. Sono settimane che vivo in mezzo a una costante corrente
emotiva e c’ho i reumatismi che mi trapassano il cuore, credetemi. L’ansia
degli altri è pesante da sostenere, più della propria. Non che l’indifferenza
sia una passeggiata di salute, eh, ma questa è un’altra storia e merita un
passaggio a nord-ovest che in questo momento non riesco ancora a praticare.
E allora lo scrivo dentro a
un post, con il solo intento di dirlo a tutti senza guardare negli occhi
nessuno, perché la paura che si manifesta in mezzo alle ciglia degli altri
indispone quasi quanto la noncuranza e io, in questi mesi, ho fatto una
fatica disumana nel tentativo di sganciarmi dal senso di responsabilità che mi
lega alle persone. È un attimo sentirsi in colpa pure se non hai fatto
niente.
Per giorni ho portato
avanti la convinzione che dentro alla carte che maneggiavo non ci fosse il mio
nome, che la cosa di cui tutti discutevano non mi riguardasse affatto. Per
giorni mi sono convinta che non poteva essere vero. Ho sempre avuto il
controllo di tutto, perderlo mi pareva impossibile, inumano. E così ho messo in
pratica quello che fanno certi animali feriti, mi sono allontanata, ho lanciato
i chilometri a mio figlio, perché di tutte le interrogazioni le sue mi
sembravano le più insostenibili, ho finto come non ho mai finto in vita mia,
perché ogni lacrima che disperdevo pareva fatta di amianto e il terrore che gli
altri ci morissero dentro a mie spese era sempre troppo alto.
Carcinoma è un sostantivo.
Un sostantivo che ho sempre evitato di usare. E così adesso lo scrivo qui, per
esteso, con il solo intento di ridistribuirne il peso, con la sola volontà di
concedermi alla comunicazione facile e immediata. E poi devo lasciar fare al
cursore quello che non sono riuscita a fare per mesi: domare le coniugazioni,
ricollocare gli aggettivi, misurare gli avverbi. Le parole sono difficili da
gestire - l’ho urlato per giorni con una rabbia feroce che non sapevo gestire -
ma l’errore mi guardava da sotto in su mentre stavo lì a dondolarmi sul ciglio
del pregiudizio. Le parole sono l’opportunità che ci concediamo, che molto
spesso neppure vediamo e possono essere leggere, pure quando sono brutte e
sbrecciate, e possono volare in aria come farfalle pure dopo che le abbiamo
accusate come proiettili.
Quindi, questo è.
Ho sfrattato quella
sfaccendata della mia tiroide e ricominciato a mettermi il fondotinta fin
dentro ai calzini.
So che qualcuno in queste
settimane ha faticato a riconoscermi, perché ho smesso di adattarmi agli altri,
ho smesso di dire la cosa giusta in virtù del comportamento sbagliato, ho
smesso di curare le debolezze, di accudire, ho smesso di essere quella che
mi imponevo di essere. Qualcuno per questo si è allontanato, ma va bene, non
tutti sono come me e, per contro, io non posso essere come gli altri. E questa
consapevolezza – credetemi – di tutte le cure mi pare la più
efficace.
Quindi, amicici, pregate
per me, ma non nel senso religioso della questione, fate che sia una preghiera
corale in cui vi (e mi) augurate una sola cosa: che il vaneggiamento
perduri e lo scazzo pure, che io da placida sono noiosa e da buona per nulla
intrigante.
E comunque, nel giro di
qualche settimana tornerò più bella che mai, quindi se mi incrociate sotto
l’arco di un semaforo o tra i petti di pollo del supermercato mollate il
Labello rosa che divorate con così tanta insistenza e passatevi sulle labbra
dello scotch da cantiere, che la mandibola è un attimo che si sfracelli al
suolo e la meraviglia, si sa, genera sempre stupore.
Io ve lo dico, poi – come
sempre – fate un po’ quel cazzo che vi pare.
lunedì 23 gennaio 2017
La paura di noi 2.0
Mi lascio alle spalle una
settimana che è stata un lungo spazio bianco. Il fiato mi è mancato così tante
volte che in certe sere pareva tutto fermo. La vita alterna pause infinite a
sorprese invadenti. C'è però una cosa che mi ha spinta in avanti come una
corrente sotterranea, ed era un po' la stessa cosa che in certi momenti mi
tirava giù cavandomi di bocca l'ossigeno: l'amore.
Ho passato una vita a
preoccuparmi per gli altri, a tirarli su da terra stropicciando i vestiti,
strattonando i capelli, è il mio modo di stare al mondo e prevede che sia io a
occuparmi degli altri, a salvarli, a curarli. È egoismo il mio, perché
così li controllo tutti, così mi rassicuro e mi tengo buona.
Niente - niente -
mi ha mai detto male e ho sempre pensato che sarebbe andata così per un pacco
di tempo, o forse non ci ho mai veramente pensato, perché è così che bisogna
vivere: senza pensarci affatto.
Resta il fatto che proprio
in questa lunga settimana tutto quell'amore mi è tornato indietro come un'onda
e sono stata immersa e sommersa dalle parole di chi mi vuole bene. E mi
vogliono bene così tante persone che sono ancora incredula. Non crediamo
mai di meritarlo l'amore e allora ci affatichiamo fino allo stremo delle forze
per dimostrare quanto siamo grandi, ma essere piccoli non è un male. E piegarsi
al bisogno alle volte è un po' come tornare embrioni e galleggiare dentro a un
ventre che non è più quello materno, ma ci sfama uguale e ci protegge e ci
permette, un'altra volta ancora, di tornare alla vita con la forza di chi non è
- e non sarà - mai solo.
mercoledì 5 ottobre 2016
SAM 2016 - Settimana mondiale per l'Allattamento Materno
Ho allattato trentatré mesi. Trentatré, come gli anni di Cristo. Come i trentini che entravano a Trento. Come l’età che avevo quando sono rimasta incinta.
Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile.
Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile.
Questa sono stata io, per anni e anni. Poi ho allattato trentatré mesi.
Ma devo dirlo: ho avuto culo. Un gran culo che si è comunque tramutato in rivelazione, perché la mia seconda vista mare è diventata una tavernetta con le panche scrostate.
E comunque adesso, quando incrocio mio figlio in corridoio, quando mi accorgo che stringe in mano un reggiseno e se lo butta sulle spalle come un moderno Conte Dracula, ecco, in quel momento lì la sento tutta la paura che mi sale dai calzini e va su, rapida, fin dentro le ghiandole salivari. Non c’è scampo, la sventura si abbatterà su di me con il più nefasto dei finali: mia nuora sarà proprietaria di un attico con le porte bombate e i tetti a punta e io, per questo, la odierò, in eterno.
Finché morte non ci separi.
mercoledì 28 settembre 2016
Cara Bridget...
Ok. L'ho visto. Ho visto il terzo episodio di Bridget Jones ed è stato come scollinare a Medjugorje.
Per anni mi sono interrogata sull'origine della mia variegata esistenza. Alterno periodi di garbata autostima a scontri titanici con il destino e la sua malaugurata inventiva. La realtà è più o meno questa: ovunque rivolga l'attenzione vien giù un disastro, inciampo da ferma, frano in mezzo ai prati, dico cose che non vorrei dire, spicco per mediocrità in ogni attività sportiva. Da incinta sbattevo ovunque, la mia specialità era scrostare gli stipiti delle porte, mi tatuavo gli spigoli sulle cosce, ridisegnavo gli spazi, transitavo attraverso le cose come un ectoplasma ma, peggio ancora, procedevo in avanti nella certezza di poter indossare, comunque, una quarantadue.
Quarantadue era la taglia in cui sognavo di infilarmi anche a sedici anni, desiderio che si frantumava ogni mattina davanti allo specchio. L’anta dell’armadio spalancava le sue orrende fauci e vomitava insulti, mentre entravo con la testa dentro il maglione di mio padre. A sedici anni a cagarmi era solo il bidello della scuola perché gli scucivo di dosso dell’autentica compassione. Quando varcavo la soglia dell’Istituto in compagnia del mio fedelissimo cannolo alla crema, quel curvo essere umano così predisposto all’insulto e all’invocazione divina usciva dal suo antro di bestia e mi offriva la sedia e stava lì a fissarmi mentre ingurgitavo l’ultimo boccone prima di salire in classe. Per il resto del tempo il genere maschile non era cosa che mi riguardasse affatto, la mia vita era costellata da femmine belle e incredibilmente stronze. Ingoiavo libri e me ne stavo lì in disparte a fantasticare sulle potenzialità della mia esistenza futura. Ero vittima di un culo non mio e portatrice sana di un caschetto che ad ogni colpo di phon intonava ritornelli di Renato Zero.
Solo adesso realizzo e prendo coscienza di un'altra acuta quanto preoccupante somiglianza, la somiglianza con te Bridget e - diavolo d’un destino! - dobbiamo parlarne ora, subito, senza lasciar insoluta la benché minima richiesta. Quindi dimmi, ti prego, dimmi! Com’è che funziona? Com’è che si arriva all’happy ending? Com'è che se io da ubriaca varco una tenda buia a un rave party mi limono di sicuro il verduraio che piscia sui lampioni della statale e tu, invece, cara Bridget, finisci dritta dritta nelle mutande di Patrick Dempsey? Com'è? Mh? Qual è il sentiero del karma che devo imboccare per ritrovarmi infine così dannatamente sfigata ma felice?
Solo questo ti chiedo, cara Bridget.
E per mantenere viva l’attesta e non far scemare il destino in altre assurde possibilità ho deciso di sostare il resto dei miei giorni dentro il sempre fedele pigiama di pile, quello rosso, quello che ha le ginocchia sui polpacci e che ci fa sembrare attraenti come un termosifone, soprattutto adesso che nella quarantadue ci entriamo entrambe e l’elastico delle mutande si arrotola ancora, ma sempre nei punti sbagliati.
Vabbè, salutami tanto Mr Darcy e se ritieni di essere troppo occupata col pretty baby per rispondere a questa mia innocente missiva, don’t worry sore’, passa il mio indirizzo al buon Patrick e lascia fare a lui, tanto alle figure di merda ci penso da sola, i rapporti a distanza non mi spaventano affatto e gli algoritmi non li ho mai veramente capiti.
Ciao Bridget.
Grazie Bridget.
Ti voglio bene Bridget.
venerdì 9 settembre 2016
Storia di una prugna (e non solo)
- Nonno, oggi ho leccato la prugna.
- Era buona?
- No, era liscia.
- Ma l'hai mangiata?
- No, a me mi piace di più leccarla. La prugna.
- ...
- È bello leccarla nonno, sai?
- ...
Gli effetti della narrativa erotica in gravidanza.
E dire che ci sono puerpere che non mangiano i cavolfiori. Per dire.
lunedì 6 giugno 2016
Nic in Wonderland
Ieri ho indossato questa maglietta, era da un po' che non la tiravo fuori dal cassetto. Il Polpetta l'ha messa a fuoco, studiata, analizzata per bene. Era affascinato da qualcosa, ma non capivo cosa.
«Nic, che hai? Non ti piace?»
«È bella...»
Sorriso sghemo, fossetta destra marcata.
«E allora che c'è? Perché la guardi così?»
Alza il suo micromignolino, me lo punta contro.
«Perché lì c'è la mamma»
Abbasso gli occhi, guardo bene, rido anch'io. Rido perché scambia sempre Alice per la mamma e a me va benissimo, sia chiaro, mica glielo voglio dire che certi giorni sono pari pari alla Regina di Cuori e certi altri assumo completamente le sembianze sfrangiate dello Stregatto.
Sfioro la guancia di Alice, lui mi interroga con gli occhi, si gratta il naso che cola l'ennesima ondata di muco.
«Ma se io sono questa qui dimmi un po', tu che sai tutto, sai anche dirmi dov'è il paese delle meraviglie, eh?»
Alza le manine collose, se le batte sulla pancia, ride.
«Qui qui»
E quindi, niente, volevo dirvi che la mia di meraviglia odora di cracker rosicchiati, fango secco e kleenex appallottolato.
E la vostra? La vostra meraviglia di cosa profuma?
Buon lunedì, io vado a farmi un tè che per iniziare è sempre una gran cosa.
mercoledì 10 febbraio 2016
Outing 1.7: la resilienza di una mamma.
Ieri il Polpetta mi ha servito il solito caffè della sera, quello che mi fa con la sua stilosissima moca da uno. Si è accomodato dall'altro lato del tavolo, pronunciandosi poi con una certa sollenità.
«Io domani non ci vado a scuola».
Tanto era il trasporto emotivo che giurerei di essermi scottata la lingua.
«E perché, amore bello?».
«Perché a me non mi piace la scuola».
Gli ho chiesto quindi se poteva aggiungere un po' di zucchero al caffè e, giusto per prendere altro tempo, gli ho detto anche che avrei gradito un po' di latte freddo, servito a parte. Lui, in tutta risposta, è andato a cercare il brik nella sua sacca delle verdure col velcro.
E che minchia gli dico, adesso, mh?
Gli devo dare torto?
Gli devo quindi m.e.n.t.i.r.e. perché - giovani - io o.d.i.a.v.o. andare a scuola!
E i ricordi sono ancora così spinosi che non mi bastano le pellicine delle dita per farmi passare il nervosismo. Lo ricordo ancora benissimo, come fosse qui ora, l'odore che usciva dalla cucina dell'asilo, quel misto di brodo e nulla che mi generava una repulsione senza precedenti e ricordo anche che ero terrorizzata dagli occhi a fessura dell'ausiliaria. Non ho avuto una gran fortuna, devo essere sincera, si parla di circa trentaquattro anni fa, c'era tutto un sistema educativo che ora manco sei in grado di immaginare. Per farvi un esempio, io a pranzo non volevo mangiare, mai, certe volte la maestra mi faceva sedere al suo tavolo e allora mi si assestava lo stomaco, prendevo sicurezza e qualcosa buttavo giù. Altre volte invece arrivava l'ausilaria che, forse rinvigorita dal suo ruolo di esperta del settore vettovaglie, mi afferrava il mento, strizzava la bocca fino a farmi male e ci schiacciava dentro gli spinaci. Piangevo e però la lasciavano fare, anche perché, qualcuno, si premurava pure di tenermi ancorata alla sedia e allora mi saliva sempre un po' di paura. Sono ricordi piuttosto netti ed è inutile dirvi che ad oggi io gli spinaci li mangio proprio se a cucinarmeli è Antonella Clerici con tutto un parterre di gattini al seguito.
Sì, insomma, non ho avuto un gran culo in quanto a educazione alimentare e mia madre qualcosa aveva subodorato, perché mi ero ostinata ad ingoiare solo biscotti al cioccolato, ma valli a capire i bambini, valli a scagionare i capricci, le ostinazioni, i fastidi. Non è affatto semplice. Non lo è stato per me, men che meno per lei. Ne sono certa.
E quindi io quei tre anni di scuola materna li ho passati seduta sul bordo della mia seggiolina a spalmarmi di colla vinilica nell'attesa che qualcuno venisse a prendermi. Non ho altri ricordi, ve lo assicuro. Non ricordo una canzone, non ricordo un'amicizia e neppure un dettaglio in grado di restituirmi un luccichio di meraviglia. Niente.
Vabbé, questo per passarvi un concetto piuttosto leggero di quello che dalla mente di un bambino transita fino all'età adulta, quello che ci allena a stare al mondo e quello che un po' ci rende schiavi di paure e fastidi di cui forse faremmo anche a meno.
Ma torniamo al Polpetta, al suo caffè macchiato.
«E dimmi, amore bello, perché non ti piace andare a scuola».
Si siede sulla sua seggiola rossa, appoggia i polsi al tavolo, mi guarda dritta negli occhi e lascia passare quei cazzo di otto secondi che mi vedono con gli occhi a palla e le coronarie in subbuglio.
«Perché io a scuola piango cento volte».
Una caprioletta del ventricolo destro, una caprioletta del ventricolo sinistro, due litri di saliva ingoiati in un sol boccone. Smile.
«E perché, amore bello, piangi cento volte, mh?».
Si alza, fa il giro del tavolo, si piega sulle mie ginocchia e bisbigla pianissimo.
«Perché a me mi manca cento volte la mamma».
Non potevo fare altro, la risposta c'era ed era piuttosto chiara.
L'ho preso in braccio, gli ho dato cento baci - non uno di meno - e ogni bacio era per me, non per lui. Perché ogni giorno che passa me ne accorgo sempre di più e sempre di più si fa salda la certezza che è lui che si prende cura di me, più di chiunque altro abbia mai saputo fare.
«Ascolta, Nic, ma alle maestre piace il caffè che gli fai?».
Scivola via, prende la moca e sorride.
«Sì, ne bevono sempre tre».
«E allora sai che c'è? Fammene altri due, và, ma non li zuccherare eh, che sto già bene così».
giovedì 7 gennaio 2016
Primo giorno di scuola, primo giorno di Te
Sono spaventata, nostalgica, egoista a tratti, entusiasta a sbalzi.
Piangevo, stamattina, mentre gli riempivo il suo primo zainetto per la materna. Solo quattro lacrime, ma particolarmente lunghe.
Ridevo, questo pomeriggio, mentre gli elencavo tutte le cose entusiasmanti che troverà quando, tra qualche ora, verrà accolto da nuovi abbracci e nuovi sorrisi.
E ancora adesso mi sento come se mi portassi in giro due teste.
Ma tranquilli, lo so. Lo so già.
So che il Polpetta avverte anche l'extrasistole ventricolare, che lo sente se sto male pure se giro come Patch Adams, pure se mi sono fumata otto sigarette e ho bevuto il Listerine per ingannargli l'olfatto.
So anche che è così che funziona: se sta bene è merito suo, che è una roccia, se sta male è colpa mia, che non sono stata all'altezza della situazione.
So un sacco di cose, eh.
So che si divertirà come un pazzo. Lo so.
So anche che mi mancherà come un rene. Lo so.
So addirittura che il mio è solo un fottuto piagnisteo materno piuttosto inutile. Quello schifosissimo malessere dove ti crogioli davanti alle fotine di quando aveva sei ore di vita e ti sembrava impossibile lasciarlo anche solo mezzo minuto per andare a farsi - chessò? - un bidè. Lo so.
So benissimo che quando mi rileggerò tra qualche anno sillaberò: poraccia. Lo so.
Ma vabbè. Oggi sto così.
A fare i fighi son tutti bravi. Per essere sfigati con stile invece ci vuole una certa pratica e io ce l'ho. E in questo non mi batte manco Checco Zalone.
E allora mi concentro, spingo le sopracciglia vicine vicine, chiudo gli occhi e lo cerco il mio ricordo forte, quello che mi riempie i bicipiti.
Eccolo lì, seduto in macchina che ancheggia sulle note di lost in the weekend, eccolo mentre mi dice che quella è la nostra canzone. Eccomi che penso che l'ho fatto proprio figo mio figlio, ri-eccomi che mi convinco che lo deve sapere pure lui che è così figo, perchè a due anni mica ne è cosciente e una madre debosciata che lo gonfia come un canotto a ferragosto la deve avere pure lui, dannazione. Allora guardo lo specchietto retrovisore, abbasso il volume della radio, lui di rimando si incazza come Voldemort a un passo dalla BBcream e poi, alla fine, mi guarda e aspetta. Lo sa che se interrompo lost in the weekend è solo per comunicazioni importanti. Lo sa.
«Nic, sei bello tu?»
«No»
«Sarai mica brutto?»
«No»
«E allora come sei?»
«Sono felice»
E adesso può pure venire il primo giorno di asilo.
Vai Nic! Spacca!
E, soprattutto, continua ad essere ostinatamente felice.
venerdì 25 dicembre 2015
50 sfumature di noi (forse 51, ecco)
365 giorni di erotismo studiato da tutti i punti di vista, il mio. Letterari e cinematografici, si intende.
E stasera?
Stasera il top.
È la vigilia di natale, voglio dire. Io me lo merito un regalo, no?
C'è gente che, in questo preciso istante, sarebbe disposta a mangiarsi pure la madre, nel vano tentativo di farla smettere di cucinare.
E poi ci sono quelli che improvvisano regali, ravanano nell'armadio e tirano fuori quel pullover verdinospedale che qualcuno deve pur avergli rifilato in qualche modo, ma c'è l'amnesia che si sostituisce alla redenzione e allora lo reincartano, così, tanto per liberarsene e poter santificare qualche altro essere vivente.
E poi ci sono milioni di genitori che - proprio ora - chiudono pacchi grandi quanto un divano, e attaccano lo scotch sempre nei soliti punti sbagliati e allora lo staccano e scrostano la carta dai rispettivi colori e mimano una bestemmia, ma non la dicono. Sia mai. È la vigilia di natale e poi c'è il bimbo che dorme, di là, beato. E che si fa quando il bimbo dorme così beato, eh? Che si fa?
Io ho già incartato tutto e ho cenato con pane e prosciutto.
Sto pronta! No?
E allora lo vedo arrivare, con un rotolo di nastro adesivo in mano - no scotch, eh... ragazze attenzione! Quello che il Papi stringe in mano è proprio nastro adesivo! Quello che usano i muratori! Gli elettricisti! Quello che vendono in ferramenta! - e mi dico che sì, cazzo, ci siamo! Il Papi ha incrociato Mr Grey da Laroy Merlin e io posso solo ringraziare quel vecchio rincoglionito di Babbo Natale che negli ultimi tre anni se ne è un po' fottuto delle mie quartine spedite in Lapponia, che sto giro l'ha capita l'antifona e se l'è pure imparate a memoria le rime!
Mi lascio quindi fasciare i polsi e nel mentre sogghigno copiosamente. Poi lo guardo mentre afferra un cavo di luminarie, ci spoglia l'albero e me le stringe addosso e mi dico che, diavolo d'un Papi, quando si mette è più brillante di un rossetto Avon. Non ho via di scampo!
EVVIVA!
YUHU!
WOWOW!
Mi tappa la bocca.
Mi tappa la bocca?!
Pennarello.
Pennarello?!
Macchina fotografica.
Macchina fotografica?!
No. Ragazzi! Che cazzo succede?!
Dov'è Mr Grey?! Dove sono i giri della morte?! Ma, soprattutto, dov'è il mio cellulare?!
No! Papi! Metti giù il mio telefono! Non la puoi postare quella cazzo di foto! Io ODIO il natale! Io non li farò MAI gli auguri al mondo intero! Io le mando a fare in culo le persone! Io non lo dico BUON NATALE! Piuttosto mi faccio mettere il glitter sulle unghie dei piedi! Piuttosto mi infilo duecentododici bigodini in testa! Piuttosto mi limono un piatto di trippa! Piuttosto...
...
Vabbè, fate i bravi e se stanotte vi amate tra gli aghi di pino, fatelo con giudizio. Mi raccomando, che io vi penso.
E merry christmas, eh.
domenica 22 novembre 2015
È (quasi) natale. Cazzo.
Dovevate dirmelo. Era vostro dovere avvisarmi.
Non ho neppure digerito la castagnata dei morti, sto ancora vaneggiando sul dodicesimo mojito di fine agosto e voi non me lo avete detto! Ci sono cose che le madri sono tenute a dire! Non ai figli, no, ma alle altre madri, alle povere primipare, a quelle che non partoriscono sapute e che sono pronte a mungere tette, a palleggiare neonati, ad aspirare muco, ma non lo sanno!
n.o.n.l.o.s.a.n.n.o.
Perchè questa cosa non sta scritta da nessuna parte e poi quelle uniche volte in cui ci si imbatte nell'evento fingi pure di non vederlo e, proprio quando stai per metterti in salvo, decidi di smettere di fingere e ti improvvisi Nostradamus e lo urli ai quattro venti, stracciandoti le vesti, che TU, donna emancipata che si è fumata anche i volantini della coop pur di mostrarsi abbastanza mascolina, non entrerai mai in un negozio di giocattoli il venti di novembre per spendere la tua mensilità in un quintale di plastica e bulloni! Che non ti ridurrai MAI a strusciare dentro il tuo sudario in goretex per pedinare la tizia che si è portata via l'ultimo esemplare di un macrocefalo biondo dall'occhio vitreo! Che non lo farai MAI-MAI-MAI di andare su internet e contattare la peggio gente per acquistare al mercato nero una sorta di minimacchinina guidata da un bulldog con la zeppola!
MAI-MAI-MAI...
...un cazzo!
Lo farai e non sarai cosciente di farlo. Ci andrai in quel dannato superstore e sarà persino in pausa pranzo, convinta di fottere gli altri genitori. Ci andrai! Perchè tuo marito te l'ha ribadito tredici volte la sera prima, e giureresti di averlo sentito blaterare persino nel sonno, che da un rapido consulto dei ventisei volantini appesi in bacheca quello del superstore è il prezzo più conveniente. E accadrà e tu lascerai che accada e ti sentirai persino grata della fatica fatta per sputtanare le tue promesse di indipendenza.
Lo farai e sarà esattamente così...
Ti dirai che è il venti di novembre e che puoi andarci tranquilla al megastore, che i volantini pascolano nelle bussole della posta da una settimanella scarsa e che c'è la crisi, c'è la guerra, c'è la pace, c'è che tutti hanno da dire e fare altro e allora puoi vestirti di campanellini e entrarci scalza in quella corsia di luci e colori perchè tanto niente e nessuno potrà mai castigare il tuo karma.
SQUAT!
Il primo lo fai che neppure te ne accorgi. Ti pieghi, e ti ripieghi, ti bruciano i muscoli ma non lo senti tanta è la concentrazione nel controllare per la trentaduesima volta il doppiofondo degli scaffali. E solo davanti alla commessa che ti darà il sold out, solo allora accuserai il primo tremore, il primo cedimento muscolare.
TLIN!
Il Polpetta è stato chiaro. Questo è il suo primo Natale in stereo e lo ha detto, esplicitamente, senza mangiarsi nessunissima parola: quartier generale! quartier generale!
Eccheè?
Velodicoio! Un ammasso di plastica colorata su cui far scivolare una certa quantità di cagnolini ammaestrati da un bimbominchia munito di iphone8.
Eppure non ce l'ho il cuore per fingere di non aver sentito. Non è più il bambolo mumu di un anno fa e io non posso più dirgli che il legno colorato con il succo di pomodoro è figo da far paura, non posso più fargli credere che i cubetti monocromatici da impilare in tinta con le mie unghie sono la cosa più interessante di questa terra.
OH! OH! OH!
Non posso più imporgli la mia, capite? Ma non dovevo scontrarmi con lui solo a sedici anni per il motorino? Non era questo il primo intoppo tra me il mio giganterrimo amore nei suoi confronti!?
Il punto è un altro però... il venti di novembre il quartier generale è chiaramente ESAURITO.
MALEDETTE VOI!
Solo ora vi vedo mentre vi avvicinate allo scaffale della Paw Patrol come delle vietcong addestrate e controllate la corsia alle vostre spalle e vi lanciate verso l'ultimo residuato bellico di plastica e bulloni! Solo ora vi vedo, mentre ve ne andate sogghignando e vi voltate e mi guardate e pensate poverasfigata.
Ebbene se credete di esservi giocate il nobel per la pace con questo gesto orribile, scordatevelo! Accusato il colpo ho poi sferrato il mio di rimando e ne vado talmente fiera che non ho il coraggio di guardarmi allo specchio, perchè lo so, lo so che c'ho scritto stronza in fronte.
Oggi ho varcato la soglia dell'ennesimo negozio di giocattoli, e no, non cercavo il quartier generale, perchè il Polpetta nel mentre aveva lanciato un altro messaggio subliminale dandomi la salvifica alternativa. Entravo e compravo carta rossa per imballare l'acquisto già fatto altrove e mentre ero in coda alla cassa, mentre guardavo le altre madri che, funamboliche, sostenevano in bilico su un piede solo il peso di dodici puzzle di Violetta, ho notato una giovane donna abbracciata al suo camion bianco e grigio, quello che porta in giro i sette fantomatici cagnolini di cui sopra, quello che io - perlappunto - ho comprato in offerta al megastore dopo essermelo guadagnato a suon di gomitate. Del resto la commessa me l'aveva detto che non poteva garantire un riassortimento e aveva sottolineato che ero stata fortunata ad accaparrarmelo e mi aveva anche saggiamente consigliato di correre dritta alla cassa e di infilarmelo poi sotto il giaccone e di tenermelo stretta alle tette finchè non fossi giunta sana e salva fino alla macchina.
La giovane madre se lo stringeva altrettanto con forza alle sue di tette, guardava il marito e sogghignava un "siamo fortunati! sai, era l'ultimo".
PIT!
Il codice a barre alla cassa sgranava un rosario di 95 euro!
Ok, lo ammetto, stavo per buttarmi come Buffon ai mondiali, ero pronta ad infilarmi tra lei il bancomat, stavo per farlo! Ma poi non l'ho fatto. La mia dea interiore si è svegliata dai postumi dell'ultima sbornia per tirarmi il lobo destro dell'orecchio e sussurrare: perdonala, perchè non sa quello che fa...
Io quel camion, in offerta, al megastore, me lo ero portava via con dei misererrimi 50 euro e questo alle volte si chiama culo. E allora la prima cosa che ho pensato incrociando i gelidi occhi azzurri del babbo natale posto all'uscita del negozio è stata che quello della madre è tanto il mestiere dell'amore quanto il mestiere della stronza.
E questo è il mio primo pensiero natalizio, pensate un po'...
E il vostro? Dai ditemelo, ma toglietevo quel rosa ciclamino che vi imbelletta le gote, tanto lo so che siete stronze pure voi.
Anche a Natale.
martedì 10 novembre 2015
I multipli di uno.
Spiegare a un figlio unico cosa si prova a dividere spazi e crescita (e vita) con un altro figlio unico, non è una cosa facile.
Ecco perchè voto per le famiglie numerose, perchè sono ricche di figli unici che fanno a botte e che alle volte si amano e alle volte si detestano. Fratelli o sorelle che ti obbligano a crescere con un confronto continuo di fastidi e meraviglie, personaggi che ti popolano i paesaggi e ti scartavetrano per bene le emozioni. E così varchi la soglia della fase adulta che ti sei anche un po' già rotto i coglioni, ma in compenso hai un armadio pieno di armi che sai imbracciare e di cui non potrai più fare a meno.
Cos'è una famiglia, mamma?
Me l'ha chiesto ieri il Polpetta.
Tutti grandi domande in casa 'sto periodo, ma tranquilli non siamo fenomeni, è il momento che chiama analisi e alle analisi bisogna rispondere altrimenti ti inceppi, altrimenti ti ammali.
Cos'è una famiglia?
Ho sospirato. Ho sorriso tirandomi fuori i denti e gli ho battuto sul torace con un dito.
È tutto quello che qui dentro fa rumore. Lo senti il rumore, Nic?
Lui mi ha guardata e ha fatto no con la testa. Poi però si è perso dentro un sorriso sghembo, si è spinto in avanti e mi ha baciata.
Quel bacio ha fatto un gran rumore.
Tutti grandi domande in casa 'sto periodo, ma tranquilli non siamo fenomeni, è il momento che chiama analisi e alle analisi bisogna rispondere altrimenti ti inceppi, altrimenti ti ammali.
Cos'è una famiglia?
Ho sospirato. Ho sorriso tirandomi fuori i denti e gli ho battuto sul torace con un dito.
È tutto quello che qui dentro fa rumore. Lo senti il rumore, Nic?
Lui mi ha guardata e ha fatto no con la testa. Poi però si è perso dentro un sorriso sghembo, si è spinto in avanti e mi ha baciata.
Quel bacio ha fatto un gran rumore.
Ed è lo stesso rumore che fa il telefono quando riattacco e dall'altra parte c'è mio fratello. Il cuore martella. Stesso ritmo, stessa costanza. Perchè in ogni famiglia c'è sempre qualcuno che prende le sembianze di un boomerang: scompare all'orizzonte e poi ti riappare davanti. E le mie mani si alzano sempre e lo afferrano al volo, proprio non ce la faccio a lasciare la presa. È un impulso che non ha spiegazioni. E tutte le volte il cuore si ribalta e tutte le volte fa sempre quell'identico indefinibile rumore.
Un giorno lo registrerò e ve lo farò sentire, per ora, fidatevi di me che valgo un bel nulla, il suono che sento quando apro la porta a quella testa così diversa dalla mia è sempre lo stesso. Ed è simile ad un vecchio registratore di cassa, quelli che ormai vediamo solo nei film, quelli dove alla fine della moltiplicazione c'è un "plin" che suona e stabilisce il risultato. Un fratello è quella moltiplicazione lì, è il vostro numero che torna, è il singolo che diventa doppio, è un poco che diventa più. Perchè uno per due non fa mai uno, fa sempre due.
E sì, quel bidoncino biondo lassù sono io. E quell'altro spaventapasseri è lui. E forse già la vedevamo, seduti in mezzo a quell'erba secca, con i sassi piantati nel culo e perfetti come non mai, la necessità assurda di far contenti mamma e papà. E già ridevamo di noi, perché se lo provi lo sai che dell'amore la parte più faticosa è la famiglia, e allora ti fai andare bene tutto e impari a diventare un po' l'uno e un po' l'altro.
E io sarò sempre un po' lui e lui sarà sempre un po' me.
Un giorno lo registrerò e ve lo farò sentire, per ora, fidatevi di me che valgo un bel nulla, il suono che sento quando apro la porta a quella testa così diversa dalla mia è sempre lo stesso. Ed è simile ad un vecchio registratore di cassa, quelli che ormai vediamo solo nei film, quelli dove alla fine della moltiplicazione c'è un "plin" che suona e stabilisce il risultato. Un fratello è quella moltiplicazione lì, è il vostro numero che torna, è il singolo che diventa doppio, è un poco che diventa più. Perchè uno per due non fa mai uno, fa sempre due.
E sì, quel bidoncino biondo lassù sono io. E quell'altro spaventapasseri è lui. E forse già la vedevamo, seduti in mezzo a quell'erba secca, con i sassi piantati nel culo e perfetti come non mai, la necessità assurda di far contenti mamma e papà. E già ridevamo di noi, perché se lo provi lo sai che dell'amore la parte più faticosa è la famiglia, e allora ti fai andare bene tutto e impari a diventare un po' l'uno e un po' l'altro.
E io sarò sempre un po' lui e lui sarà sempre un po' me.
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