Visualizzazione post con etichetta genitori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta genitori. Mostra tutti i post

lunedì 19 giugno 2017

Game Over

«Le regole, darsi delle regole», dice il Papi. Sfortunatamente non si è buttato in politica, perché la forza di certi suoi diktat si sgretola subito davanti ad un qualsiasi videogioco popolato da zombie e nutrie in decomposizione, ecco perché credo che sarebbe stato un ottimo ministro, perché l'occhio da bue messo in sella al trattore gli è esploso in faccia solo dopo aver espresso il seguente pensiero

«Basta sala giochi! Adesso andiamo all'altalena! All'aperto! All'aria! All'ombr... oh, ma guarda ci sono gli zombie...»


Predire, dire, ridire, contraddire, eccole le meraviglie dell'essere genitori. Poi vabbè a quelli bravi non succede mica di farsele fuori tutte le fasi dello splendore e del disappunto, ma questa è un po' la cinquantunesima sfumatura che nessuno conta mai.

Quelli bravi, genitori, col predire sono già a posto; quelli bravi sono bravi punto e, fateci caso, si muovono bene in gruppo; esercitano il medesimo sguardo vitreo; da lontano ti indicano con la mano alzata e gorgheggiano - sì, lo so, ho detto gorgheggiano - e si accartocciano pure un poco dentro a quel loro frenetico gesticolare.
Come gli zombie, appunto.

Ma per fortuna io c'ho il Nic adesso che ci spara addosso agli zombie - sì, lo so, ho detto ci spara - e usa palline di gomma fluorescente e lo fa mandando in aria risate e, si sa, fa più vittime una risata che una pistola laser - sì, lo so, gli zombie sono già morti - vabbè, per fortuna che c'ho lui, ecco. Ma non ditelo al Papi, eh, non diteglielo che fa leggi evanescenti perché magari prende coraggio e si butta sul serio in politica. Ecco, no, mi manca solo questo, dai. Poi chi li sente i detrattori della PlayStation appesa in classe al posto del crocifisso. Chi li sente, mh?

E dire che pure io sono stata una brava genitrice, una volta, un po' come Cenerentola è stata una colf e Biancaneve una drogata, ma è stato tipo quattro anni fa, è stato tipo quando ero un'altra, è stato tipo quell'attimo prima di mettere al mondo mio figlio.

lunedì 23 gennaio 2017

La paura di noi 2.0

Mi lascio alle spalle una settimana che è stata un lungo spazio bianco. Il fiato mi è mancato così tante volte che in certe sere pareva tutto fermo. La vita alterna pause infinite a sorprese invadenti. C'è però una cosa che mi ha spinta in avanti come una corrente sotterranea, ed era un po' la stessa cosa che in certi momenti mi tirava giù cavandomi di bocca l'ossigeno: l'amore.

Ho passato una vita a preoccuparmi per gli altri, a tirarli su da terra stropicciando i vestiti, strattonando i capelli, è il mio modo di stare al mondo e prevede che sia io a occuparmi degli altri, a salvarli, a curarli. È egoismo il mio, perché così li controllo tutti, così mi rassicuro e mi tengo buona.

Niente - niente - mi ha mai detto male e ho sempre pensato che sarebbe andata così per un pacco di tempo, o forse non ci ho mai veramente pensato, perché è così che bisogna vivere: senza pensarci affatto.


Resta il fatto che proprio in questa lunga settimana tutto quell'amore mi è tornato indietro come un'onda e sono stata immersa e sommersa dalle parole di chi mi vuole bene. E mi vogliono bene così tante persone che sono ancora incredula. Non crediamo mai di meritarlo l'amore e allora ci affatichiamo fino allo stremo delle forze per dimostrare quanto siamo grandi, ma essere piccoli non è un male. E piegarsi al bisogno alle volte è un po' come tornare embrioni e galleggiare dentro a un ventre che non è più quello materno, ma ci sfama uguale e ci protegge e ci permette, un'altra volta ancora, di tornare alla vita con la forza di chi non è - e non sarà - mai solo.

venerdì 26 febbraio 2016

Consigli per gli acquisti: DANZAINFIERA 2016 (un weekend che spacca!)




Io lo so che non sapete che fare questo fine settimana, che mettono pioggia e che chiusi in casa - col delirio del ventitseiesimo puzzle da ricomporre - non ci volete stare. E quindi?
Un balzello sul treno, la Borbonese buttata sul sedile di dietro, vicino al bambolo che dorme beato, e via! Chicazzosenefrega dell'aspirapolvere che singhiozza dal retro del divano (lamenta solitudine, lo so...)! Ci sono Fred Astaire e Ginger Rogers a un passo dall'Arno che vi aspettano, altro che balle! 

Segnalo l'evento perché io AMO Firenze, perché non devono mai mancare le occasioni per andarci, perché è lì che mi affacciavo da una camera (con svista) e meditavo sul da farsi della mia vita letteraria in tempi non sospetti. Perché lì ci ricasco, col cuore, non vi dico neppure quante volte e lo faccio sempre con il cervello che fa piroette e balzelli, perché la città è bella - bellissima - ma non solo.

E proprio a Firenze questo fine settimana si terrà DANZAINFIERA 2016. E perché ve lo dico? Perché ci sarà tutto un mondo dedicato ai piccoli (mi dicono che sono ammessi anche gli adulti, e per fortuna, amici miei! Per fortuna!).


Comunque prendete nota! La BABY DANCE AREA ospiterà psicomotricità, hip hop, capoeira, ma anche tarantella, danza orientale, locking e molto altro e non mancherà il divertimento con truccabimbi e un'area gioco tutta colorata, la stanza allattamento, il guardaroba... vabbè leggete qui e salite in treno, domani.







RAPIDI EH!

Che qui è un attimo farsi risucchiare dalla gioia!

domenica 22 novembre 2015

È (quasi) natale. Cazzo.

Dovevate dirmelo. Era vostro dovere avvisarmi.
Non ho neppure digerito la castagnata dei morti, sto ancora vaneggiando sul dodicesimo mojito di fine agosto e voi non me lo avete detto! Ci sono cose che le madri sono tenute a dire! Non ai figli, no, ma alle altre madri, alle povere primipare, a quelle che non partoriscono sapute e che sono pronte a mungere tette, a palleggiare neonati, ad aspirare muco, ma non lo sanno!

n.o.n.l.o.s.a.n.n.o.

Perchè questa cosa non sta scritta da nessuna parte e poi quelle uniche volte in cui ci si imbatte nell'evento fingi pure di non vederlo e, proprio quando stai per metterti in salvo, decidi di smettere di fingere e ti improvvisi Nostradamus e lo urli ai quattro venti, stracciandoti le vesti, che TU, donna emancipata che si è fumata anche i volantini della coop pur di mostrarsi abbastanza mascolina, non entrerai mai in un negozio di giocattoli il venti di novembre per spendere la tua mensilità in un quintale di plastica e bulloni! Che non ti ridurrai MAI a strusciare dentro il tuo sudario in goretex per pedinare la tizia che si è portata via l'ultimo esemplare di un macrocefalo biondo dall'occhio vitreo! Che non lo farai MAI-MAI-MAI di andare su internet e contattare la peggio gente per acquistare al mercato nero una sorta di minimacchinina guidata da un bulldog con la zeppola!

MAI-MAI-MAI...
...un cazzo!

Lo farai e non sarai cosciente di farlo. Ci andrai in quel dannato superstore e sarà persino in pausa pranzo, convinta di fottere gli altri genitori. Ci andrai! Perchè tuo marito te l'ha ribadito tredici volte la sera prima, e giureresti di averlo sentito blaterare persino nel sonno, che da un rapido consulto dei ventisei volantini appesi in bacheca quello del superstore è il prezzo più conveniente. E accadrà e tu lascerai che accada e ti sentirai persino grata della fatica fatta per sputtanare le tue promesse di indipendenza.
Lo farai e sarà esattamente così...
Ti dirai che è il venti di novembre e che puoi andarci tranquilla al megastore, che i volantini pascolano nelle bussole della posta da una settimanella scarsa e che c'è la crisi, c'è la guerra, c'è la pace, c'è che tutti hanno da dire e fare altro e allora puoi vestirti di campanellini e entrarci scalza in quella corsia di luci e colori perchè tanto niente e nessuno potrà mai castigare il tuo karma.
SQUAT!
Il primo lo fai che neppure te ne accorgi. Ti pieghi, e ti ripieghi, ti bruciano i muscoli ma non lo senti tanta è la concentrazione nel controllare per la trentaduesima volta il doppiofondo degli scaffali. E solo davanti alla commessa che ti darà il sold out, solo allora accuserai il primo tremore, il primo cedimento muscolare.
TLIN!
Il Polpetta è stato chiaro. Questo è il suo primo Natale in stereo e lo ha detto, esplicitamente, senza mangiarsi nessunissima parola: quartier generale! quartier generale!
Eccheè?
Velodicoio! Un ammasso di plastica colorata su cui far scivolare una certa quantità di cagnolini ammaestrati da un bimbominchia munito di iphone8.
Eppure non ce l'ho il cuore per fingere di non aver sentito. Non è più il bambolo mumu di un anno fa e io non posso più dirgli che il legno colorato con il succo di pomodoro è figo da far paura, non posso più fargli credere che i cubetti monocromatici da impilare in tinta con le mie unghie sono la cosa più interessante di questa terra.
OH! OH! OH!
Non posso più imporgli la mia, capite? Ma non dovevo scontrarmi con lui solo a sedici anni per il motorino? Non era questo il primo intoppo tra me il mio giganterrimo amore nei suoi confronti!?

Il punto è un altro però... il venti di novembre il quartier generale è chiaramente ESAURITO
MALEDETTE VOI!
Solo ora vi vedo mentre vi avvicinate allo scaffale della Paw Patrol come delle vietcong addestrate  e controllate la corsia alle vostre spalle e vi lanciate verso l'ultimo residuato bellico di plastica e bulloni! Solo ora vi vedo, mentre ve ne andate sogghignando e vi voltate e mi guardate e pensate poverasfigata.
Ebbene se credete di esservi giocate il nobel per la pace con questo gesto orribile, scordatevelo! Accusato il colpo ho poi sferrato il mio di rimando e ne vado talmente fiera che non ho il coraggio di guardarmi allo specchio, perchè lo so, lo so che c'ho scritto stronza in fronte.

Oggi ho varcato la soglia dell'ennesimo negozio di giocattoli, e no, non cercavo il quartier generale, perchè il Polpetta nel mentre aveva lanciato un altro messaggio subliminale dandomi la salvifica alternativa. Entravo e compravo carta rossa per imballare l'acquisto già fatto altrove e mentre ero in coda alla cassa, mentre guardavo le altre madri che, funamboliche, sostenevano in bilico su un piede solo il peso di dodici puzzle di Violetta, ho notato una giovane donna abbracciata al suo camion bianco e grigio, quello che porta in giro i sette fantomatici cagnolini di cui sopra, quello che io - perlappunto - ho comprato in offerta al megastore dopo essermelo guadagnato a suon di gomitate. Del resto la commessa me l'aveva detto che non poteva garantire un riassortimento e aveva sottolineato che ero stata fortunata ad accaparrarmelo e mi aveva anche saggiamente consigliato di correre dritta alla cassa e di infilarmelo poi sotto il giaccone e di tenermelo stretta alle tette finchè non fossi giunta sana e salva fino alla macchina.

La giovane madre se lo stringeva altrettanto con forza alle sue di tette, guardava il marito e sogghignava un "siamo fortunati! sai, era l'ultimo".
PIT!
Il codice a barre alla cassa sgranava un rosario di 95 euro!
Ok, lo ammetto, stavo per buttarmi come Buffon ai mondiali, ero pronta ad infilarmi tra lei il bancomat, stavo per farlo! Ma poi non l'ho fatto. La mia dea interiore si è svegliata dai postumi dell'ultima sbornia per tirarmi il lobo destro dell'orecchio e sussurrare: perdonala, perchè non sa quello che fa...

Io quel camion, in offerta, al megastore, me lo ero portava via con dei misererrimi 50 euro e questo alle volte si chiama culo. E allora la prima cosa che ho pensato incrociando i gelidi occhi azzurri del babbo natale posto all'uscita del negozio è stata che quello della madre è tanto il mestiere dell'amore quanto il mestiere della stronza.

E questo è il mio primo pensiero natalizio, pensate un po'...

E il vostro? Dai ditemelo, ma toglietevo quel rosa ciclamino che vi imbelletta le gote, tanto lo so che siete stronze pure voi.

Anche a Natale.

sabato 13 giugno 2015

Piove, senti come piove



C'è che decidi di prendere l'estate di petto e imbastisci così il rito dell'uscita dopo cena. La luce si allunga fin quasi a non esaurirsi mai, la gelateria è sempre aperta, il pallone non tiene più una briciola di polvere e la mamma si porta appresso i suoi pensieri senza darli troppo a vedere. Anzi, cerca pure di disperderli nel vento, alzando gli occhi al cielo di nascosto e ripetendosi spesso e volentieri che quel tempo lì è di suo figlio e gli spetta di dovere.
Io stasera mica lo volevo far vagare dentro ai miei cirrostrati, ma solo perchè invocavano pioggia e a noi la pioggia, d'estate, c'ha pure un po' rotto le palle. Soprattutto quella che ti bussa dentro e ti fa piangere, e ti fa dimenticare che da mamma piangere è diverso.
E me lo sono chiesta, circa ottocentoventiduevolte (e mezza), questa settimana. Sì, mi dicevo: ma il Polpetta davanti alle mie lacrime che penserà?
A una mamma è concesso piangere?
E se sì, ci sono dei motivi validi e dei motivi meno importanti, percui, zitta e muta, ingoia e digerisci?
C'ho pensato. Tanto.
E poi m'ha risposto il cielo, stasera.
E così, mentre noi si giocava in tre sul prato del parco giochi con l'anima leggera di chi ricomincia a sentirsi ganzo al punto giusto, uno spettro di duemila nubi nere si è piallato per bene l'orizzonte scaricandoci addosso una bomba d'acqua che neanche l'ultimo giorno di scuola di diciotto anni fa, al parco Santa Chiara, dove ad ingoiarti erano i gavettoni e qualche pomiciata che solo la Nannini avrebbe saputo mettere in musica.
E mentre correvo, a una velocità prossima a quella del suono, sono stata raggiunta dalla cristallina risata del Polpetta. I suoi riccioli che raccoglievano l'acqua, la bocca spalancata e gli occhi, voltati nella mia direzione, che mi guardavano come se quella corsa sotto il diluvio universale semplicemente non dovesse interrompersi mai.
Avevamo la faccia zuppa e poteva essere pioggia, poteva essere pianto. Io in quel momento ero una bambina, una sorella, una figlia, un cuore che come una spugna raccoglie e conserva tutto quello che gli altri gli versano addosso sotto l'onere dell'amore eterno. E il Polpetta era il mio elastico che si tendeva per farmi tornare indietro.
Nel condominio del mio cuore ci si vive in tanti e c'è sempre qualcuno che fa più baccano degli altri e non mi lascia dormire.
Un figlio è quella mano che spinge sul citofono senza mai sbagliare l'interno. E una madre è quella mano che apre la porta un secondo prima che il citofono scivoli dentro la sua solita nota stonata.

Il pianto non è una bestemmia, non è un peccato, non è una condanna. Il pianto si spiega, si giustifica, qualche volta - persino - si insegna, perchè se non soffrissimo non sapremmo neppure amare.

Questo penso.
Forse sbaglio.
Forse no.




martedì 12 maggio 2015

Le origini della Mammamorfosi

Io ho una mamma potentissima, è indubbia la mia impossibilità di eguagliarla nell'arte del sacrificio e della meraviglia. Spesso mi chiedo come abbia potuto gettarmi dentro questo mondo senza ripensamenti. E se li ha avuti - sicuramente li ha avuti - non mi ha mai permesso di percepirli.

Dieci anni fa mai avrei pensato di diventare madre, neppure tre anni fa a dire il vero, ma gli imprevisti spesso ci salvano e io sono sempre stata un'artista dell'improvvisazione. Dieci anni fa li trovavo insopportabili i bambini che piangevano e pensavo alla madre in questione come ad una depravata, un'inetta, una che nonsamicacomesifa, una che nondovevafareunfiglio, una che dovevacomprarsiuncane,ecco. Ero furiosa con la vita e della vita ne capivo quella giusta parte che avevo solo vagamente assaggiato.
Perché è così che funziona: un boccone alla volta li conosci i sapori, ma finché non ci metti la lingua godi solo a metà (fonzies docet).
Oggi - dieci anni dopo - sono andata a rintanarmi ai margini di un bosco, col Polpetta che dormiva su una panchina e il Papi che sussurrava ai suoi amici tronchi delle meraviglie dell'ombra e di altre amene oscurità. Eravamo lassù, nella location più fuori stagione dell'arco montano, dove gli alberghi erano tutti chiusi e delle dieci anime che abbiamo incontrato otto andavano a votare per le elezioni comunali, e due avevano sbagliato strada. E, beh, si stava dannatamente bene. Un prato, uno scivolo, un'altalena, tutti gli ingredienti giusti per starsene un po' sopra il mondo.
E poi, d'un tratto, il pianto di un bambino. Urlava, chiedeva, piangeva. E la mamma era lì, che lo inseguiva spingendosi in continuazione gli occhiali sul naso. Cercava, invocava un papà che non c'era (e poteva essere ovunque, oppure non esserci affatto, non è questo il punto) e allora la mamma stanca, stremata, piegata, gli prometteva gelati, altalene, sculaccioni. Tutto in una volta, tutto in mezzo metro di prato, il loro mezzo metro di prato.
Il punto è che a un certo punto mi sono dovuta allontanare. Non provavo alcuna forma di giudizio, stavo semplicemente male. Di che male, non ve lo so dire, credetemi. Avevo dentro questo spillo che premeva sul cuore e non riuscivo né a toglierlo, nè a spingerlo più a fondo.
Non ero più quella di dieci anni prima che tuttosapeva, ero quella che sedeva a pochi metri da una madre e che, accanto a lei, soffriva di un dolore non suo. Un dolore che nessuno può giudicare, ammaestare, arginare, delegare.

E poi ho sentito il Papi che cercava di convincere suo figlio a prestarsi nel tentativo di disinnescare quel minuscolo dolore e lo mandava, con il suo pallone, a cercare le attenzioni di quell'altro bambino, al di là del prato. Il Polpetta, in tutta risposta, sganciava un NO fumante come una pistolettata, perfettamente cosciente che quella era l'occasione giusta per iniziare a farsi i fatti suoi.
E così è stato, ci siamo seduti a terra e lo abbiamo aspettato mentre raccoglieva le sue pigne con minuziosa determinazione. A un certo punto però, tra lo scivolo e l'altalena, ha alzato lo sguardo, si è voltato verso l'altro bambino che, seduto a terra, sembrava aver messo radici tra i fiori e lo ha semplicemente guardato. Non si sono detti niente. Poi è tornato da me con il suo carico di legnetti e l'aria di chi ha troppe cose a cui pensare. L'altro bambino, in tutta risposta, si è alzato, si è fatto scivolare più volte il palmo della mano sotto il naso e ha raggiunto la sua mamma senza emettere più alcun suono. Un attimo dopo giocava tra le dita materne contandone i polpastrelli. Uno ad uno.
Me lo sono chiesta per ore cosa si siano detti col pensiero, con gli occhi, col nulla, ma non ho trovato risposta. Perchè non c'è una risposta. Perchè è un po' quello che ho provato io quando da dietro gli occhiali da sole guardavo di nascosto quell'altra mamma e non parlavo, sentivo e basta.
Le esperienze umane, tutte, quelle di amore e di dolore ci ammaccano un po', ci cambiano di volta in volta fino a renderci un po' più simili agli altri. Ma solo dopo. Dopo che ci sei passato, dopo che le hai vissute queste dannatissime cose di cui pensi di sapere tutto. Prima no, prima ci sono solo i giudizi, le facili indicazioni, le critiche senza ragione. Senza la vita che ci scorre addosso e carezza e spesso scortica e ferisce si resta sempre persone a metà.

Dieci anni fa non volevo avere figli. Dieci anni dopo sono felice di aver cambiato idea.

venerdì 16 gennaio 2015

Polpetta: nome proprio di persona.



Ma voi come l'avete chiamato vostro figlio? Ma soprattutto, perché quel nome?

Ho il ricordo meraviglioso di una ragazza che al corso preparto raccontava di aver optato per un'Asia perché lei e il marito amavano viaggiare, ricordo di essermi chiesta cosa sarebbe accaduto se avessero coltivato la passione sfrenata per i salumi e mi sono immaginata una tenera frugoletta di nome Mortadella. Perché noi genitori riusciamo a dare il meglio quando affrontiamo questa difficile quanto romantica dinamica genitoriale e proprio in virtù di questa scelta, spesso, ci sentiamo anche dei gran fighi.
Ne ragionavo ieri con un'amica mentre discutevo dei nomi scelti per i protagonisti di un romanzo. E' così anche per un figlio, con l'unica variante che non sai come andrà a finire. Con un libro la storia ce l'hai davanti per intero e allora i nomi li scegli calibrando bene il tutto. A un metro e novantadue di bellezza maschile non potrei mai rivolgermi con un Bertoldino, ma tuo figlio mica lo sai se diventerà un metro e novantadue.
Zuleika, Baldassarre, Teodosio. Metti un nome, fai una storia. E prega che la storia stia in piedi perché poi lo sguardo di tuo figlio ti renderà il favore.
Certo, il Teodosio con la faccia di Ryan Gosling manderebbe in vacca il sistema, perché il solo sospirarne le vocali mi renderebbe il piacere di poterlo chiamare decine e decine di volte e allora quel nome, così lontano dalla mia mente superficialotta, assumerebbe un valore inimmaginabile. Ma un Teodosio di un metro e cinquantaquattro con la faccia da cavalluccio marino magari faticherebbe quei sei minuti in più a convincermi.
Forse anche dodici, ecco.
E' chiaro che è la persona che porta il nome e non viceversa, ma c'è  da dire che i genitori spesso si lasciano prendere la mano e sfornano misericordiose scelte anagrafiche.
Del resto il Polpetta è stato virtualmente battezzato dalla voracità di una donna che se lo ingoierebbe ogni mattina dentro un bacio e, per contro, sempre lui - lo so - maledirà questo nomignolo insulso e a dieci anni mi chiederà di smetterla - "dai, mamma! cazzo!"(ovviamente sbiadirò davanti al suo vocabolario) - e odierà le polpette proprio come le schifa ora: con supremo orrore.
Già.

Perché è così, sappiatelo, tanto ci avete messo a cercare quel nome, tanti libri, tanti mesi, tanti dibattiti e tanto lui ve lo rinfaccerà realizzando l'esatto contrario di ciò che voi avevate programmato, pensato, cesellato. Perché sta lì, in quel loro grado di autonomia biografica che sigillano il confine tra il vostro amarli e il loro essere, nel punto esatto dove iniziano a scrivere da soli la loro storia. Pensiamo di esserne noi gli autori e invece è l'esatto contrario, sono loro che ad ogni mutamento riadattano di pagina in pagina la nostra combattuta esistenza e lo fanno mettendo punti, andando a capo, esattamente dove noi invece ci avremmo voluto vedere una virgola.

E' l'imprevedibilità del destino. E' l'imprevedibilità dell'amore.