ma noi la mamma montessoriana che al buffet dell'albergo mette la pinza in mano alla bimba di un anno con l'intento di farle prendere i pisellini e intanto coordina tutto il alto tedesco antico ma a noi si rivolge in veneto con un la fa tuto da soa quanto cazzo la amiamo
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mercoledì 21 giugno 2017
mercoledì 3 maggio 2017
Insegnare il dolore
Forte. Ti dicono che devi essere forte, ma non ti insegnano
il dolore. E allora cresci educato, ma scoperto. Il pianto non conosce
dignità, le ferite non si rimarginano subito, alcune non si chiudono affatto.
Sono stata educata a non considerare il male e il capro espiatorio era sempre
il buon cuore di chi mi stava a guardare. Poi ho avuto un figlio e mi hanno
detto che non mi potevo più pulire gli occhi, che i fazzoletti erano per il
moccio al naso, il suo, e che io - la mamma - dovevo ripiegare sulla
plastica di un sorriso perenne.
Sono stata rammendata tante volte e a forza di tenerlo dentro - il pianto - mi si è deformata la faccia. La mandibola è massiccia, le rughe sono diventate profonde. Mio figlio sa esattamente quando sto per piangere anche se non lo faccio. Si avvicina e mi pianta il naso sotto il mento, con la mano destra mi tiene l'orecchio destro e restiamo così, in silenzio, per un po'. Qualche volta piango io, qualche volta piange lui. E non siamo soli, mai.
L'immagine sopra è tratta dal libro Perché piangi, mamma? - Emme Edizioni.
lunedì 23 gennaio 2017
La paura di noi 2.0
Mi lascio alle spalle una
settimana che è stata un lungo spazio bianco. Il fiato mi è mancato così tante
volte che in certe sere pareva tutto fermo. La vita alterna pause infinite a
sorprese invadenti. C'è però una cosa che mi ha spinta in avanti come una
corrente sotterranea, ed era un po' la stessa cosa che in certi momenti mi
tirava giù cavandomi di bocca l'ossigeno: l'amore.
Ho passato una vita a
preoccuparmi per gli altri, a tirarli su da terra stropicciando i vestiti,
strattonando i capelli, è il mio modo di stare al mondo e prevede che sia io a
occuparmi degli altri, a salvarli, a curarli. È egoismo il mio, perché
così li controllo tutti, così mi rassicuro e mi tengo buona.
Niente - niente -
mi ha mai detto male e ho sempre pensato che sarebbe andata così per un pacco
di tempo, o forse non ci ho mai veramente pensato, perché è così che bisogna
vivere: senza pensarci affatto.
Resta il fatto che proprio
in questa lunga settimana tutto quell'amore mi è tornato indietro come un'onda
e sono stata immersa e sommersa dalle parole di chi mi vuole bene. E mi
vogliono bene così tante persone che sono ancora incredula. Non crediamo
mai di meritarlo l'amore e allora ci affatichiamo fino allo stremo delle forze
per dimostrare quanto siamo grandi, ma essere piccoli non è un male. E piegarsi
al bisogno alle volte è un po' come tornare embrioni e galleggiare dentro a un
ventre che non è più quello materno, ma ci sfama uguale e ci protegge e ci
permette, un'altra volta ancora, di tornare alla vita con la forza di chi non è
- e non sarà - mai solo.
martedì 15 marzo 2016
A te (monologo - breve - sull'origine dei cazzi propri)
A te che te ne stai lì al pane e tutte le volte che stacco da terra mio figlio gli rammenti che è grande per stare in braccio;
A te che ti accosti alla pesa delle verdure con le tue dodicipeschenoci e tutte le volte che mi avvicino con una pallina di radicchio tra le dita mi chiedi se mio figlio parla e, davanti al suo mutismo coscienzioso, gli ricordi che è grande e che, pertanto, dovrebbe parlare e gli mimi un ciao come se fosse un neozelandese con seri problemi audiometrici;
A te che te ne stai annidata a pochi centimetri dalla cassa e che quando passo col carrello interrompi il conto apposta per ricordarmi che mio figlio con quel coso in bocca è brutto, bruttissimo e, sempre a te, che poi - ardita - ti rivolgi direttamente a lui per chiedergli se non si vergogna di girare con quel dannattissimo ciuccio appeso ai denti;
A te.
Sì, proprio a te, che chiedi sempre il prezzo delle spaccatine prima di ordinare un'altra volta - ancora - le spaccatine...
Sì, proprio a te, che appesa alle tue peschenoci ti carezzi il Moncler con l'aria orgogliosa di chi si porta appresso un rarissimo nido di pterodattili...
Sì, proprio a te, che hai il culo più grosso della testa, e non per una questione anatomica, ma per una necessità cerebrale...
te lo scrivo qui, così non ce lo dimentichiamo, mh?
I beati cazzi tuoi aiutano a vivere meglio. Non te li prescrive il medico e non sono esposti tra i prodotti biologici e neppure tra i farmaci da banco, no, ce li hai tu - proprio tu - e te li porti appresso tutti i santi giorni. Però devi rammentarti di cercarli, perché poi - vedi - accade che un giorno io mi incazzo e ti sbriciolo le tue spaccatine da treeuronovantailchilo; e ti tiro il cespo di radicchio lì in mezzo ai Persol nuovi fiammanti; e ti faccio rifare il conto della spesa perché mi sono ricordata che la tessera della raccolta punti ce l'ho sul fondo della borsa e lo voglio proprio quel dannatissimo servizio di tazzine con i fenicotteri rosa.
Ecco.
Tra l'altro - giusto per ultimare la spiegazione ed essere così esauriente, come sempre a te piace essere - i cazzi propri non costano nulla, te li fornisce madre natura e a te basta solo dedicarci attenzione, curarli e dimenticare così, di conseguenza, quelli degli altri, quelli per cui nessuno ti interroga, ti chiede, ti rincorre. È un'opera ardua, me ne rendo conto, ma ce la puoi fare e io ti sarò vicina. Credimi. Anzi, ti ho talmente a cuore - pensa - che, nell'eventualità che ti sfugga questo scontatissimo avviso, mi rendo disponibile a rispiegarti ogni concetto, punto per punto, con il sorriso entusiasta che sfodero puntualmente davanti allo scaffale degli assorbenti interni.
See you soon, darling.
venerdì 25 dicembre 2015
50 sfumature di noi (forse 51, ecco)
365 giorni di erotismo studiato da tutti i punti di vista, il mio. Letterari e cinematografici, si intende.
E stasera?
Stasera il top.
È la vigilia di natale, voglio dire. Io me lo merito un regalo, no?
C'è gente che, in questo preciso istante, sarebbe disposta a mangiarsi pure la madre, nel vano tentativo di farla smettere di cucinare.
E poi ci sono quelli che improvvisano regali, ravanano nell'armadio e tirano fuori quel pullover verdinospedale che qualcuno deve pur avergli rifilato in qualche modo, ma c'è l'amnesia che si sostituisce alla redenzione e allora lo reincartano, così, tanto per liberarsene e poter santificare qualche altro essere vivente.
E poi ci sono milioni di genitori che - proprio ora - chiudono pacchi grandi quanto un divano, e attaccano lo scotch sempre nei soliti punti sbagliati e allora lo staccano e scrostano la carta dai rispettivi colori e mimano una bestemmia, ma non la dicono. Sia mai. È la vigilia di natale e poi c'è il bimbo che dorme, di là, beato. E che si fa quando il bimbo dorme così beato, eh? Che si fa?
Io ho già incartato tutto e ho cenato con pane e prosciutto.
Sto pronta! No?
E allora lo vedo arrivare, con un rotolo di nastro adesivo in mano - no scotch, eh... ragazze attenzione! Quello che il Papi stringe in mano è proprio nastro adesivo! Quello che usano i muratori! Gli elettricisti! Quello che vendono in ferramenta! - e mi dico che sì, cazzo, ci siamo! Il Papi ha incrociato Mr Grey da Laroy Merlin e io posso solo ringraziare quel vecchio rincoglionito di Babbo Natale che negli ultimi tre anni se ne è un po' fottuto delle mie quartine spedite in Lapponia, che sto giro l'ha capita l'antifona e se l'è pure imparate a memoria le rime!
Mi lascio quindi fasciare i polsi e nel mentre sogghigno copiosamente. Poi lo guardo mentre afferra un cavo di luminarie, ci spoglia l'albero e me le stringe addosso e mi dico che, diavolo d'un Papi, quando si mette è più brillante di un rossetto Avon. Non ho via di scampo!
EVVIVA!
YUHU!
WOWOW!
Mi tappa la bocca.
Mi tappa la bocca?!
Pennarello.
Pennarello?!
Macchina fotografica.
Macchina fotografica?!
No. Ragazzi! Che cazzo succede?!
Dov'è Mr Grey?! Dove sono i giri della morte?! Ma, soprattutto, dov'è il mio cellulare?!
No! Papi! Metti giù il mio telefono! Non la puoi postare quella cazzo di foto! Io ODIO il natale! Io non li farò MAI gli auguri al mondo intero! Io le mando a fare in culo le persone! Io non lo dico BUON NATALE! Piuttosto mi faccio mettere il glitter sulle unghie dei piedi! Piuttosto mi infilo duecentododici bigodini in testa! Piuttosto mi limono un piatto di trippa! Piuttosto...
...
Vabbè, fate i bravi e se stanotte vi amate tra gli aghi di pino, fatelo con giudizio. Mi raccomando, che io vi penso.
E merry christmas, eh.
sabato 13 giugno 2015
Piove, senti come piove
C'è che decidi di prendere l'estate di petto e imbastisci così il rito dell'uscita dopo cena. La luce si allunga fin quasi a non esaurirsi mai, la gelateria è sempre aperta, il pallone non tiene più una briciola di polvere e la mamma si porta appresso i suoi pensieri senza darli troppo a vedere. Anzi, cerca pure di disperderli nel vento, alzando gli occhi al cielo di nascosto e ripetendosi spesso e volentieri che quel tempo lì è di suo figlio e gli spetta di dovere.
Io stasera mica lo volevo far vagare dentro ai miei cirrostrati, ma solo perchè invocavano pioggia e a noi la pioggia, d'estate, c'ha pure un po' rotto le palle. Soprattutto quella che ti bussa dentro e ti fa piangere, e ti fa dimenticare che da mamma piangere è diverso.
E me lo sono chiesta, circa ottocentoventiduevolte (e mezza), questa settimana. Sì, mi dicevo: ma il Polpetta davanti alle mie lacrime che penserà?
A una mamma è concesso piangere?
E se sì, ci sono dei motivi validi e dei motivi meno importanti, percui, zitta e muta, ingoia e digerisci?
C'ho pensato. Tanto.
E poi m'ha risposto il cielo, stasera.
E così, mentre noi si giocava in tre sul prato del parco giochi con l'anima leggera di chi ricomincia a sentirsi ganzo al punto giusto, uno spettro di duemila nubi nere si è piallato per bene l'orizzonte scaricandoci addosso una bomba d'acqua che neanche l'ultimo giorno di scuola di diciotto anni fa, al parco Santa Chiara, dove ad ingoiarti erano i gavettoni e qualche pomiciata che solo la Nannini avrebbe saputo mettere in musica.
E mentre correvo, a una velocità prossima a quella del suono, sono stata raggiunta dalla cristallina risata del Polpetta. I suoi riccioli che raccoglievano l'acqua, la bocca spalancata e gli occhi, voltati nella mia direzione, che mi guardavano come se quella corsa sotto il diluvio universale semplicemente non dovesse interrompersi mai.
Avevamo la faccia zuppa e poteva essere pioggia, poteva essere pianto. Io in quel momento ero una bambina, una sorella, una figlia, un cuore che come una spugna raccoglie e conserva tutto quello che gli altri gli versano addosso sotto l'onere dell'amore eterno. E il Polpetta era il mio elastico che si tendeva per farmi tornare indietro.
Nel condominio del mio cuore ci si vive in tanti e c'è sempre qualcuno che fa più baccano degli altri e non mi lascia dormire.
Un figlio è quella mano che spinge sul citofono senza mai sbagliare l'interno. E una madre è quella mano che apre la porta un secondo prima che il citofono scivoli dentro la sua solita nota stonata.
Il pianto non è una bestemmia, non è un peccato, non è una condanna. Il pianto si spiega, si giustifica, qualche volta - persino - si insegna, perchè se non soffrissimo non sapremmo neppure amare.
Questo penso.
Forse sbaglio.
Forse no.
domenica 4 gennaio 2015
A proposito di buoni propositi
Il mio buon proposito per il 2015 è vedere il fondo del cesto della biancheria. Non ne ho altri, perché questo è già di per sé superimpegnativo e in quattro giorni di nuova esistenza casalinga (quella che mi sono imposta a capodanno) ho giocato a memory svariate volte con i calzini spaiati che da un anno nascondevo in un cassetto, ho scoperto di avere cardigan interessanti che durante i saldi mi ero ripromessa di acquistare, ho ritrovato mutande che avevo dato per disperse e il dubbio più angosciante era dove le avevo perse...
Insomma, benché la cinghia della lavatrice ad ogni centrifuga ululi come un licantropo innamorato, io vado avanti in questa mia avventura da casalinga, madre, donna, quasi perfetta.
Ovviamente di perfetto non c'è nulla.
Ho passato lo sgrassatore su tutta la cucina e ho scoperto di averla acquistata bianca, non color champagne. Ho pulito la cappa di design, che mi è costata come una berlina, con tutta l'ostinazione di cui sono capace e, quando alla dodicesima passata di panni magici, mi ci sono specchiata ho chiesto con aria truce se ero o non ero la mamma più brava del mondo e la cappa mi ha risposto, con quella sua voce da fumatrice accanita.
"Tu non sai cucinare, non ti piace pulire casa, ci sono giorni in cui scapperesti a gambe levate dai tuoi doveri. Eppure ami mostruosamente tuo figlio. Che te ne fotte di essere una brava mamma? Se cucinassi bene, se ti fossi tatuata sul bicipite la scritta Vorwerk, se ti incipriassi ogni giorno il viso come una geisha dalla mostruosa attitudine al sacrificio, risulteresti oltremodo antipatica. Concediti quindi queste tue molteplici imperfezioni perché quello che sei è già tanto, alle volte forse troppo."
E dopo un ultimo rantolo si è spenta.
Amo questa casa, dove tutto ciò che trovo, mi placa il cuore.
Gli anni nuovi passano e diventano subito vecchi, si riempiono dei nostri panni sporchi che spesso ci dimentichiamo di avere, fino al nuovo passaggio di proprietà, fino a quando decidiamo di lavarli, stenderli, farli nuovamente nostri. Ogni buon proposito è quindi sempre ben accetto, perché ci permette di alimentare una cosa che finisce quasi sempre dentro il cassetto dei calzini spaiati: la speranza.
Vado a spegnere la lavatrice. Quel suo urlo straziante deve essere placato, esattamente come i nostri sensi di colpa, esattamente come il nostro senso di inadeguatezza, esattamente come la vita che procede e che, ogni tanto, può concedersi anche delle pause. Quindi mi rimetto il pigiama e torno a fare un bel nulla.
Buon anno a tutti.
giovedì 25 dicembre 2014
Buon natale. Comunque.
Un anno fa, a quest'ora, noi si tornava a casa dal pronto soccorso. Tutti con la gastroenterite e un Polpetta piccinopicciò che ci costringeva ad abbandonare la tazza del cesso per pulire un culetto che non la smetteva di dire la sua. Un'immagine non proprio natalizia, direte voi. E c'avete pure ragione. Ma il Natale di merda prima o poi arriva.
Passa un anno, la vita accade, continua a improvvisare i suoi giri acrobatici. E ti ritrovi così ad armeggiare con situazioni difficili, dolorose, e ti guardi indietro e pensi che la gastroenterite dell'anno prima era stata alla fin fine una gran bella figata e che, se te ne dessero l'occasione, faresti pure a cambio, perché pure sto giro il signor Babbo Natale non c'ha capito un cazzo.
La tristezza capita, anche a Natale.
Ci sono momenti dell'anno in cui il cuore pompa a mille e se devi amare ami di più, perché è Natale e, per contro, se devi essere triste lo sei di più, sempre perché è Natale.
E non è vero che se hai un bimbo piccolo viene tutto più facile, la vita ti passa accanto e la lasci andare in virtù di quell'esserino e le sue prime meraviglie, non è vero. La vita in certi momenti fa schifo uguale. Specie se è Natale. Perché se manca una persona, se manca un affetto, se mancano degli elementi che il tuo sangue cerca, la voragine si spalanca e il cuore si sbreccia.
I luccichii degli alberi a festa abbagliano le emozioni. Tanto sorridi, tanto investi, tanto ci credi. Tanto soffri, tanto ti fai fregare, tanto ti perdi.
Il Polpetta dorme nel suo lettino, i regali lo aspettano sotto l'albero, attendo il luccichio dei suoi occhi per concentrarmi, aggrapparmi, perdermi dentro quel violento bagliore d'amore che compensa, e qualche volta, trascina via anche il dolore. Lo prenderò in braccio, ci concentreremo insieme, e con la forza di quel pensiero accarezzeremo i profili meravigliosi di chi ci manca così tanto. Alle volte funziona, dicono. Vi farò sapere.
Buon natale. Comunque.
lunedì 15 dicembre 2014
Dell'amore e di altri demoni.
I giornali li vedo di sfuggita, la televisione la guardo di notte. Ogni tanto arrivo da mia madre che mi racconta del tale che ha ucciso la tale, guarda caso sua moglie, perché voleva andare a vivere con l'amante. O della tale che ha ucciso il figlio e che poi ha deciso di farla finita. O dell'altra ancora che il figlio sembra gliel'abbiamo ucciso, ma è indagata uguale, perché si sa che una donna con un'adolescenza piena di buchi poi un figlio te lo ammazza come se fosse niente. Resto sempre, ovviamente, basita e mi chiedo, mi interrogo, ma raramente trovo risposte adeguate.
Poi navigo un po' e scopro che i processi si fanno in rete, tra gente che invece di starsene lì a far bollire il ragù, si pialla il cervello davanti alla D'Urso, oppure se ne sta lì col didò del figlio a costruire plastici per i quali, il buon Brunino Vespa, darebbe in cambio tutti i suoi nei. Poi, per chiuderla in gloria, ci si piazza davanti al pc e si spara una sentenza dentro un post di due righe. In tre lo condivideranno, otto lo commenteranno, dodici lo leggeranno, e questa attenzione ci monterà dentro un piacere immenso e ci sentiremo furbi, intelligenti, meravigliosamente giusti. E allora inizio a vedere dove stanno i buchi.
Ve la ricordate voi la vecchina del paese? Quella che se ne stava seduta sulla panchina e raccoglieva i discorsi di tutti e li riportava all'altra vecchina che stava sulla panchina dell'altro paese, e che ne sapeva un altro pezzo ancora di storia, e che quindi era chiaro che la colpa era sua, della donna, mica del marito, perché o fai la moglie o fai la puttana. Che poi il marito beveva, si sapeva eh, mica era una novità, ma poveretto che altro poteva fare?
La gente deduce, teorizza, pratica sentenze.
Le trame familiari sono ricche di toppe e strappi malricuciti, e alla gente piace parlarne, la gente accusa quello che non riesce a sanare.
E allora una madre come quella di Ragusa spaventa, terrorizza, inorridisce. Perché le famiglie a natale scartano pacchetti d'amore, mica di odio reciproco. E perché tutti preferiscono allontanarsi da certe storie, cacciarle indietro, accusarle e renderle così distanti. E allora via a postare la foto del lucente albero di natale. Poco importa se dietro a quell'albero c'è una donna infelice, l'importante è poterci mettere un like e dei cuoricini. E giù a condannare, insultare, generare demoni, se poi quella stessa donna annega dentro sé stessa, perché l'importante è dirlo che noi non siamo come lei, che noi siamo migliori, unici, e soprattutto giusti. E i nostri amici col pollice alzato ci danno ragione, e quindi: smile.
Questo è il nostro senso delle proporzioni e questo è quello che non ci permette più di capire che con le stesse misere proporzioni manipoliamo il bene e il male. Perché il profilo di facebook se non ti piace lo cancelli. Instagram lo disinstalli. Tutto quello che produciamo è mobile, ma la comprensione, quella che noi donne spesso ci priviamo di praticare, è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli in pianta stabile e con la stessa forza con cui ora condanniamo qualcuno tanto per il gusto di occupare due righe di vuoto umano, dentro ad uno spazio dolorosamente inumano.
Questo è il nostro senso delle proporzioni e questo è quello che non ci permette più di capire che con le stesse misere proporzioni manipoliamo il bene e il male. Perché il profilo di facebook se non ti piace lo cancelli. Instagram lo disinstalli. Tutto quello che produciamo è mobile, ma la comprensione, quella che noi donne spesso ci priviamo di praticare, è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli in pianta stabile e con la stessa forza con cui ora condanniamo qualcuno tanto per il gusto di occupare due righe di vuoto umano, dentro ad uno spazio dolorosamente inumano.
domenica 5 ottobre 2014
Sono una mamma, non sono una santa
Potrei scrivere un decalogo sulle scelte sbagliate che una donna può effettuare durante il primo stadio di vita materna, ma ho deciso che non mi darò un limite quantitativo, riportando quelle che faccio consapevolmente e di cui non mi vergogno forse per nulla.
- il Polpetta guarda la tv mentre mangia. Non sempre. A pranzo invoca la Peppa in prossimità della scaloppina. E' un connubio talmente perfetto che proprio non ce la faccio a guastarlo, rivelando l'origine di ciò che avidamente ingoia. E' un vizietto che spesso, concedetemelo, mi permette pure di mangiare con calma, comodamente seduta. Lui ride, si lecca le dita e non gode solo a metà. Mamma pigra, bimbo sazio.
- il Polpetta dorme (ancora) in camera con noi. Che non vuol dire nello stesso letto, lui nel suo letto ci sta, ma a un passo da noi, senza pareti di mezzo. Qualche volta ce lo portiamo nel lettone, anche se non ce lo chiede, perché siamo dei masochisti senza vergogna, gente che ama farsi del male e prova un piacere smisurato nell'avere un maschio di tredici kg appeso al lobo dell'orecchio sinistro. Mamma sciocca, bimbo sognante.
- il Polpetta, 18 mesi (che è la maggiore età per un infante), fa colazione con la tetta. Artificiale, mucca, capra, soia, riso o dinosauro, qualsiasi sia l'origine del latte in questione a lui non interessa, lui è il sommelier del latte e pertanto accetta solo la tetta. Tutto il resto è inutile disperazione. E al mattino, permettetemelo, quando mi alzo incriccata da una notte all'adiaccio (ovvero al freddo, perché se tiro su le coperte lui subito le abbatte con un colpo di tibia), io la forza di togliergli quella meravigliosa fonte di gioia non ce l'ho. Mamma egoista, bimbo felice.
- il Polpetta ha usato girello e box, e ancora ci gioca. Non ho chiaro il male dell'uno e dell'altro, sono stata bacchettata più volte, ma ascoltavo sorridendo, che non è mai una buona cosa. Sappiate che se mentre parlate sorrido come Barbara D'Urso significa che sto pensando al petto di pollo da scongelare. Posso però dirvi che il Polpetta, sebbene provi ancora ad infilarsi nel girello con la stessa triste speranza con cui io sogno di entrare nei miei vecchi jeans delle medie, gattona come un leopardo affamato e cammina come un'antilope indigesta. Ha delle gambe perfette, cose da far invidia a Valeria Marini, e non soffre di crisi di panico quando entra nel recinto delle galline. Mamma ignorante, bimbo normale.
- il Polpetta mangia la cioccolata. Io c'ho provato giuro a fargli credere che il mondo senza zuccheri è migliore, ma poi m'ha sgamata con un avambraccio nella nutella e si è messo a fissarmi dubbioso. Io, in risposta, ho finto di non capire, allora si è avvicinato, ha preteso di essere preso in braccio, mi ha dato un bacio leccando i residui di cioccolata che avevo incautamente nascosto tra i baffi e mi ha mandata mentalmente a cagare sostenendo che lui al mondo ci deve stare per un po' e pertanto dovevo mettermela via, perché lui a sta cosa che la cioccolata fa male non ci crede neanche se glielo dice l'Ape Maia. E lui è uno che l'Ape Maia la prende superserissimamente. Mamma degenere, bimbo goloso.
- il Polpetta risponde ai NO con una grossolana risata. Ma risate portentose, eh, mica sorrisini inutili. Io dico che no! gli occhiali della mamma non si toccano e lui in risposta me li strappa dal naso sguainando una risata che farebbe entrare in analisi Raffaella Carrà. Me lo hanno ripetuto in molti: non sono convincente. Già. E' che alle volte - ve lo confesso proprio - a peggiorar le cose c'è che mi scappa pure da ridere. Cioè lo rimprovero e lui ride. Cazzo! Dai! Su! Dovrei ingoiare i denti per non rotolargli dietro. Mamma incapace, bimbo irriverente.
- il Polpetta mangia sughi pronti, brodi pronti, pappe pronte. In realtà non accade spesso, quasi mai. Però mi è capitato, questo sì, e l'ho fatto con il senso di colpa della madre inetta, ma il tempo, il lavoro, il luogo sconnesso in cui mi trovavo, mi hanno costretta a farlo. E poi ci sono quei giorni, come oggi, in cui non sto bene e sono a casa da sola e non riesco a imbastire due grammi di carne per me e allora prendo la pastina piccola, il sugo pronto (per bambini eh), otto etti di grana e mangio con lui, quello che mangia lui. E sconto così il peso della mia inettitudine, mentre lui gorgoglia versi soddisfatti, io ingoio a stento il boccone. Mamma impedita, bimbo famelico.
Mi fermo qui, sperando che in alcuni di voi sia maturato il seme dell'assoluzione. Non ho una formula per vivere sani, per educare al meglio, per maturare in modo corretto, però ogni giorno mi prendo il tempo - tutto il fottutissimo tempo (ah. ecco. dimenticavo. aggiungete al di cui sopra il fatto che dico troppe, troppissime, parolacce) - di cui ha bisogno mio figlio per parlarci, guardarlo, sentirlo e, forse mi sbaglio, forse sono ancora obnubilata dall'ossitocina, ma lo vedo felice. E se posso assicurargli qualcosa - per ora - è proprio il mio tempo, perché - per ora - è proprio quello di cui ha bisogno. Perché il tempo non te lo consiglia nessuno ed è la cosa più faticosa da garantire, quella che nessuno ti dice di comprare, quella che tutti dovremmo invece regalare, e regalarci.
Per oggi, ma soprattutto per domani.
Per oggi, ma soprattutto per domani.
Settimana Mondiale dell'Allattamento materno: quando l'amore chiama.
Il primo acquisto fatto dopo il test di gravidanza è stato un biberon. Poi è nato il Polpetta e ho scoperto che il biberon non serviva.
E il Polpetta, a 18 mesi suonati, ciuccia ancora come se non ci fosse un domani.
Io sto bene. Lui è felice.
I conti tornano.
Tutto il resto è noia.
venerdì 29 agosto 2014
Cucciolandia e i suoi abitanti #iostocondaniza
In fatto di hobbistica a casa ce la giochiamo bene. Io ho i miei bei pruriti creativi, che intasano ogni angolo spoglio, e il Papi ha le sue turbe esistenziali, che lo inducono a fuggire su per i boschi un giorno sì e un giorno anche. Che le due cose siano legate non è cosa da definire ora.
Dai suoi boschi arrivano i filmati che gira e questo è fresco di qualche giorno fa.
No, non è Daniza. E' un'altra mamma.
Qui trovate la meravigliosa passeggiata di una mamma col suo cucciolo.
Pochi secondi di loro. Pochi secondi di noi.
#iostocondaniza
sabato 12 luglio 2014
La gramigna e i fiori di campo
Un figlio ti viene fornito senza istruzioni e questo genera mediamente ansia, perché qualche direttiva su come muoversi nel magico mondo dei salamini al latte non nuocerebbe affatto. E allora invochi l'aiuto di internet, ti tuffi nei forum con la stessa foga di un formichiere bramoso e scovi l'inverosimile. I gruppi di mamme disposte a declinare il verbo del fare sono popolati di fondamentaliste al cui cospetto persino uno spavaldo Jeane Claude Van Damme chinerebbe il capo in segno di resa. Che si chiedano delucidazioni in merito all'acquisto di un flacone di crema o all'utilizzo di un qualsiasi sonaglietto da passeggio, il rischio è quello di generare un guazzabuglio verbale. Se poi ti inerpichi dentro questioni come allattamento, svezzamento, vaccini, pannolini, sai già che starai per ridare lavoro a qualche legale prossimo alla pensione. Eppure la condivisione materna fa bene, come tutte le condivisioni in genere, perché c'è sempre chi è transitato per primo ad un incrocio e ti può suggerire la via più comoda da percorrere. Una volta suonavi alla vicina di casa, adesso accendi il pc, è più o meno la stessa cosa. Certo nel secondo caso c'è la variabile - e non da poco - di non dover neppure dire chi sei ed è una libertà maggiore per certi versi, per altri credo che ci privi un po' dello sguardo comprensivo che solo un'altra mamma può dare. Ovvio che sto parlando delle friend mom, quelle mamme che non sono solo capaci ma anche oneste e scevre da qualsiasi forma di giudizio. Quelle che se non riesci ad allattare ti dicono "lascia stare e sii felice", quelle che se allatti ancora dopo i diciotto mesi ti abbracciano con stima e non strabuzzano gli occhi come se avessero incrociato un panda rosso della Malesia. Quelle che se chiami di notte perché il bambino piange vengono - anche di notte - a guardarlo con te, mentre piange.
Queste mamme non le trovi su ebay, ma sono una razza in via d'estinzione. Persino il panda rosso della Malesia se passa una mamma di questo tipo si ferma e lascia la precedenza.
Perché ci sono donne - ma anche uomini - che prima ancora di sentirselo chiedere esprimono e sottolineano più volte il loro parere su qualsiasi altra scelta genitoriale. E' una tendenza umana piuttosto diffusa, il punto però è che a parlar di mobili o automobili il danno è al limite del me ne frego, ma quando il metro di paragone è un figlio il danno è al limite del vaffanculo.
Ci sono contesti in cui la parolaccia aiuta, concedetemelo. Questo è uno di quei casi, perché i bambini non hanno un solo ingrediente uguale a quello di un loro simile, ogni impasto è diverso e ogni impasto richiede una lavorazione altrettanto diversa. Pertanto puoi condividere le tue modalità ma non serve a nulla etichettarle come uniche ed imprescindibili, perché tanto nessuno le utilizzerà mai. Per molti esseri umani evidenziare le inefficienze altrui è indispensabile, senza gli errori degli altri non avrebbero nulla di cui parlare, ma soprattutto non riuscirebbero a placare le insicurezze che segretamente li attanagliano.
Io vi consiglio pertanto una modalità per affrontare cotanta inettitudine: abbracciateli. Alla chiusa del loro monologo, proprio quando abbassano il rastrello con cui hanno pettinato il vostro orticello e mettono via i semini delle vostre insicurezze, ricacciate indietro il desiderio di prenderli a zappate sul naso e abbracciateli. Alcuni si sentiranno appagati, ma la maggior parte di loro si sentirà crescere dentro un livello di imbecillità talmente forte che finiranno per appassirvi lentamente davanti agli occhi.
Le erbacce non si debellano, mischiate però con qualche fiore di campo si perdono e alla fine finisci quasi per non notarle più.
Ci sono contesti in cui la parolaccia aiuta, concedetemelo. Questo è uno di quei casi, perché i bambini non hanno un solo ingrediente uguale a quello di un loro simile, ogni impasto è diverso e ogni impasto richiede una lavorazione altrettanto diversa. Pertanto puoi condividere le tue modalità ma non serve a nulla etichettarle come uniche ed imprescindibili, perché tanto nessuno le utilizzerà mai. Per molti esseri umani evidenziare le inefficienze altrui è indispensabile, senza gli errori degli altri non avrebbero nulla di cui parlare, ma soprattutto non riuscirebbero a placare le insicurezze che segretamente li attanagliano.
Io vi consiglio pertanto una modalità per affrontare cotanta inettitudine: abbracciateli. Alla chiusa del loro monologo, proprio quando abbassano il rastrello con cui hanno pettinato il vostro orticello e mettono via i semini delle vostre insicurezze, ricacciate indietro il desiderio di prenderli a zappate sul naso e abbracciateli. Alcuni si sentiranno appagati, ma la maggior parte di loro si sentirà crescere dentro un livello di imbecillità talmente forte che finiranno per appassirvi lentamente davanti agli occhi.
Le erbacce non si debellano, mischiate però con qualche fiore di campo si perdono e alla fine finisci quasi per non notarle più.
martedì 1 luglio 2014
Non ho l'età
Io ho partorito a 33 anni, che voglio dire è un'età di tutto rispetto. C'è gente che a quell'età lì ha fatto cose mica da ridere.
Il punto è che a me i conti dell'anagrafe non tornavano mai e così ogni giornata si chiudeva con un pragmatico "c'è tempo". Poi è arrivato il Polpetta e la storia è storia, ma il quesito è un altro e ve lo vorrei sottoporre: esiste un'età ideale per diventare mamma?
Di sicuro c'è. Ci sono fior fior di esperti che possono elencarci il perché e il percome di ogni nostro processo fisico, ma il mio è un blog per cialtroni e pertanto procedo con riflessioni del tutto personali.
Penso al Polpetta prossimo ai miei 20 anni e me lo vedo che dorme tra gli scogli, mentre la mamma si insabbia con un animatore decisamente alticcio. Bene, direi che non è un'immagine edificante e pertanto possiamo passare ad altro. Mi immagino quindi madre a 25 anni e mi appare, come dentro a un miraggio, il cerchietto con cui il Papi si sparava indietro i lunghi capelli mesciati e penso che no, non ci siamo ancora. Allora ripenso a quei 28 anni in cui mi sottoponevo ad ore e ore di lettura, prostrata davanti all'immaginetta di Marquez (che non è un calciatore... no, perché dato che siamo tra cialtroni è meglio specificare) e lo invocavo nel tentativo di far scendere in me il verbo, anche un avverbio mi sarebbe andato bene, tanto ero invasata. No. Non era ancora il tempo per procreare. E' che il tempo giusto per procreare, se proprio devo dirlo, io non l'ho ancora individuato.
Qualche giorno fa una mamma, piuttosto giovane, mi ha fatto notare che fare un figlio dopo i trenta è già una cosa al limite, che sei a un passo dall'atto di puro egoismo. C'ho pensato. Sul serio. Mentre il mio karma si fumava ottantadue sigarette io sorridevo e blateravo un etereo "può essere". Del resto le opinioni sono tante e mica me le vado a scartabellare tutte. Le mie ave di allora, alla mia età ,avevano già sfornato cucciolate di animaletti affamati. Le mie amiche di ora cercano invece di giocarsela tutta, prima di consumarsi dietro ad un adorabile quanto pittoresco nano da giardino. Non mi sento di giudicare nessuna delle parti chiamate in causa. Ogni contesto detta una possibilità. Ogni storia è stabilita da una volontà.
Posso però dire - per esperienza del tutto personale - che quella fetta di vita che ho trascorso a pascolare tra le spiagge assolate o consumandomi dentro ai libri di una biblioteca me la sono mangiata di gusto e mi sono anche data il tempo per digerire tutto. Non ho pesi sullo stomaco e non vado a dormire affamata. Il Polpetta ha così incrociato una mamma che forse non lo aveva inserito nella lista delle dieci cose da fare prima di struccarsi, ma che lo ha preso in braccio con la forza di chi ha nuotato parecchio prima di arrivare a riva. E quelle sono braccia forti, mica legnetti da sushi.
Certo, cara giovane ragazza dagli occhi da Hamtaro, il fisico di una ventenne naviga come un motoscafo non te lo posso negare e conosco madri poco più che ventenni che in ciclabile mi doppiano vergognosamente. Così come incrocio spesso certe trentenni che magari se la prendono più comoda, ma che sul loro dodici metri col pupo ci stanno proprio bene.
Il punto è che se alla guida del mezzo non ci metti qualcuno che sa esattamente dove andare poi non è così facile tornare a riva e pertanto non è una questione di età, ma piuttosto di rotta da seguire. Anche perché - dall'alto dei miei ormai prossimi 35 anni - vorrei precisare che ora io non navigo più su un gommone a forma di rana, ma su una fantasmagorica nave da crociera.
Il punto è che se alla guida del mezzo non ci metti qualcuno che sa esattamente dove andare poi non è così facile tornare a riva e pertanto non è una questione di età, ma piuttosto di rotta da seguire. Anche perché - dall'alto dei miei ormai prossimi 35 anni - vorrei precisare che ora io non navigo più su un gommone a forma di rana, ma su una fantasmagorica nave da crociera.
martedì 24 giugno 2014
Outing 1.3
Ogni bambino deve essere lasciato libero di crescere. Educare, nella primissima fase di vita, può diventare una limitazione, non una possibilità.
Gli adulti spesso credono di sapere cosa è meglio per un figlio, ma in realtà stanno solo accontentando se stessi.
(Il primo che dice: non hai studi in merito e non puoi permetterti di fare certe affermazioni, vince una lenticchia di cartapesta.)
sabato 24 maggio 2014
Il Polpetta e il vuoto televisivo
L'arrivo di un figlio è così invasivo - e prima del Polpetta andavo dicendo "io?mai!" - che non riesco più a guardare certi film, o certe scene di certi film. Dove i bambini scompaiono, soffrono, si ammalano o muoiono il mio cervello si piega in due e si chiude a libro. Di botto. Sbam! Niente è come prima, ma finché non accade non lo capisci. C'è una sostanza che il nostro cuore secerne e che con un figlio nessuno sarà mai più in grado di regolare. Non mi viene il nome, ma appena lo individuo ve lo dico.
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