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lunedì 19 giugno 2017

Game Over

«Le regole, darsi delle regole», dice il Papi. Sfortunatamente non si è buttato in politica, perché la forza di certi suoi diktat si sgretola subito davanti ad un qualsiasi videogioco popolato da zombie e nutrie in decomposizione, ecco perché credo che sarebbe stato un ottimo ministro, perché l'occhio da bue messo in sella al trattore gli è esploso in faccia solo dopo aver espresso il seguente pensiero

«Basta sala giochi! Adesso andiamo all'altalena! All'aperto! All'aria! All'ombr... oh, ma guarda ci sono gli zombie...»


Predire, dire, ridire, contraddire, eccole le meraviglie dell'essere genitori. Poi vabbè a quelli bravi non succede mica di farsele fuori tutte le fasi dello splendore e del disappunto, ma questa è un po' la cinquantunesima sfumatura che nessuno conta mai.

Quelli bravi, genitori, col predire sono già a posto; quelli bravi sono bravi punto e, fateci caso, si muovono bene in gruppo; esercitano il medesimo sguardo vitreo; da lontano ti indicano con la mano alzata e gorgheggiano - sì, lo so, ho detto gorgheggiano - e si accartocciano pure un poco dentro a quel loro frenetico gesticolare.
Come gli zombie, appunto.

Ma per fortuna io c'ho il Nic adesso che ci spara addosso agli zombie - sì, lo so, ho detto ci spara - e usa palline di gomma fluorescente e lo fa mandando in aria risate e, si sa, fa più vittime una risata che una pistola laser - sì, lo so, gli zombie sono già morti - vabbè, per fortuna che c'ho lui, ecco. Ma non ditelo al Papi, eh, non diteglielo che fa leggi evanescenti perché magari prende coraggio e si butta sul serio in politica. Ecco, no, mi manca solo questo, dai. Poi chi li sente i detrattori della PlayStation appesa in classe al posto del crocifisso. Chi li sente, mh?

E dire che pure io sono stata una brava genitrice, una volta, un po' come Cenerentola è stata una colf e Biancaneve una drogata, ma è stato tipo quattro anni fa, è stato tipo quando ero un'altra, è stato tipo quell'attimo prima di mettere al mondo mio figlio.

martedì 28 marzo 2017

Giornalismo 2.0



C’è una cosa che mi fa vomitare più delle uova sode ed è il giornalismo mediocre. Quando inciampo in quello trentino i conati si sommano ai singhiozzi e non so quale delle due cose mi si incunea con maggior dolore dentro al corpo. E c'è un giornalismo trentino, piuttosto recente (che a dire nuovo mi pare quasi di bestemmiare) che stamattina è riuscito a recuperare il caffè con cui mi ero diligentemente sfamata per farlo decollare dentro al lavello della cucina.

L'ostinazione della notizia è a dir poco inquietante, già lo sapevo, ma quando la notizia si fa succulenta i cannibali iniziano a ballare, il pentolone fuma e i commensali arrivano. Tutti in fila, come pecore senza testa. Che per sfamarsi con una decina di like si fanno follie e la bocca non serve mica, così come non servono gli occhi e il cervello per ingoiare subdoli dettagli che trasformano la notizia in poltiglia.

Di un uomo che ha ucciso i suoi figli si dicono cose - cose - e se lo si fa in casa propria, nulla da eccepire, ognuno è libero di pensare e di dirselo, pure, cosa gli fa paura e di interrogarsi, anche, sul delirio del mondo. Scriverne invece è un atto di rispetto che va a stabilire un confine netto tra l'informazione utile e il narcisismo inutile. E scrivere con una puntualità forsennata, quasi al limite dell'isterismo, mi pare uno di quegli atteggiamenti tipici di chi solitamente non ha un cazzo da dire e allora, quando viene messo nella condizione di poterlo fare, protrae l'orgasmo del verbo, fino al punto di non ritorno, e ne usa e abusa fino ad azzerare qualsiasi stato di scarsamente proficua umanità.

Aggiornamenti costanti, questa è la predilezione di certe testate che lavorano online, testate che si sentono in grado di precisare, ogni ventisei secondi netti, cosa sta accadendo sul territorio e lo fanno con una modalità che somiglia tanto al vociare di certi tinelli dove si mangiano patatine molli e si beve vino aspro. E fanno bene questi individui che scrivono con ostinazione, sia chiaro, a farlo con la stessa foga dello spaccalegna che si limona l'ascia e il bosco intero, perché siamo noi i destinatari di questa folle destrutturazione umana. Siamo noi la massa di beoti che legge e cerca notizie di cui ritiene necessario ciucciare l’osso, e siamo noi quelli posseduti - tutti - da una becera curiosità, così pruriginosa, che è limitata solo dalla batteria dell'iPhone. E ci si rattrista tutti, sì, e ci si lascia frantumare il cuore, sì, quando lo smartphone ci muore in mano. Quella è una morte per cui siamo in grado di provare dell'autentico dolore, solo e unicamente quella.

Perché, voglio dire, è utile intervistare la commessa che vende i biscotti casalinghi nel benemerito quartiere delle Albere e riportare la paura che la povera donna aveva dello sguardo da lupo - a suo dire - dell'assassino. Perché è importante saperlo che, quell'uomo lì, aveva una faccia che metteva paura alla signora che vende i biscotti casalinghi al quartiere delle Albere, è importante, se ne deducono di cose fondamentali da un'affermazione così puntuale e precisa. Ed è altrettanto importante dire che i figli, l'assassino, li ha ammazzati nel soggiorno di un lussuoso appartamento del quartiere progettato da Renzo Piano e che poi è andato a togliersi di mezzo sgasando sul suo altrettanto lussuoso Suv marchiato Volvo. Questi sono dettagli fondamentali per il lettore. E il tutto - il tutto - condito da una costante presa sulla notizia e da cocciuti quanto insani aggiornamenti sul web.

A una sola persona ho pensato mentre leggevo tutto quello che i giornalisti avevano da aggiungere, una sola, e me la sono immaginata sorridente, disinformata, bella di una bellezza che solo il procinto di una storia che brama di fiorire ti può dare. Un’adolescente che respira, cammina, sorride, un’adolescente che ha tutta la vita davanti. Ho pensato a quella figlia, sorella, che il telefono ce l'aveva in mano, ho idealizzato la sua imminente possibilità di guardarci dentro, di consultare un social network, un'informazione, una curiosità, ho costatato il fatto che a dilaniarle il corpo e la mente non sarebbe stata solo la bomba a mano lanciata da un demone di cui non si conosce il nome, ma le mille altre reinnescate più e più volte da tutti noi. Perché siamo un popolo che balla sui morti, siamo un popolo che mangia cadaveri, siamo un popolo che ha una squisita predilezione per i giudizi, le condanne, i misteri. Siamo un popolo che non conosce e non sa darsi pace. Ma siamo, soprattutto, un popolo che non sa stare zitto, che non sa comprendere e rispettare il dolore di chi rimane.


E ho usato il plurale certo, ho ghigliottinato la mia testa per prima, ho affondato su me stessa l'orrore di un'epoca che ci rappresenta tutti, per intero. La funzione di un giornalismo, se mai dovesse essercene una, non è quella di spingere magistralmente l'informazione verso la non-verità di una coscienza e neppure vendere oppio a un popolo che di lucido, ormai, mantiene solo le scarpe. La funzione del giornalismo è quella di combattere la disinformazione, parte anch'essa di un'ignoranza destinata fatalmente a imporsi sempre e comunque. La funzione del giornalismo, quando è fatto bene, è anche quella di venderti una pagina bianca, un signorile silenzio in grado di rispettare il futuro che crolla - e continua tristemente a crollare - dentro a un presente che non ha proprio più un beato cazzo da dire.

venerdì 9 settembre 2016

Storia di una prugna (e non solo)

- Nonno, oggi ho leccato la prugna.
- Era buona?
- No, era liscia. 
- Ma l'hai mangiata? 
- No, a me mi piace di più leccarla. La prugna.
- ...
- È bello leccarla nonno, sai?
- ...

Gli effetti della narrativa erotica in gravidanza.
E dire che ci sono puerpere che non mangiano i cavolfiori. Per dire.

domenica 22 novembre 2015

È (quasi) natale. Cazzo.

Dovevate dirmelo. Era vostro dovere avvisarmi.
Non ho neppure digerito la castagnata dei morti, sto ancora vaneggiando sul dodicesimo mojito di fine agosto e voi non me lo avete detto! Ci sono cose che le madri sono tenute a dire! Non ai figli, no, ma alle altre madri, alle povere primipare, a quelle che non partoriscono sapute e che sono pronte a mungere tette, a palleggiare neonati, ad aspirare muco, ma non lo sanno!

n.o.n.l.o.s.a.n.n.o.

Perchè questa cosa non sta scritta da nessuna parte e poi quelle uniche volte in cui ci si imbatte nell'evento fingi pure di non vederlo e, proprio quando stai per metterti in salvo, decidi di smettere di fingere e ti improvvisi Nostradamus e lo urli ai quattro venti, stracciandoti le vesti, che TU, donna emancipata che si è fumata anche i volantini della coop pur di mostrarsi abbastanza mascolina, non entrerai mai in un negozio di giocattoli il venti di novembre per spendere la tua mensilità in un quintale di plastica e bulloni! Che non ti ridurrai MAI a strusciare dentro il tuo sudario in goretex per pedinare la tizia che si è portata via l'ultimo esemplare di un macrocefalo biondo dall'occhio vitreo! Che non lo farai MAI-MAI-MAI di andare su internet e contattare la peggio gente per acquistare al mercato nero una sorta di minimacchinina guidata da un bulldog con la zeppola!

MAI-MAI-MAI...
...un cazzo!

Lo farai e non sarai cosciente di farlo. Ci andrai in quel dannato superstore e sarà persino in pausa pranzo, convinta di fottere gli altri genitori. Ci andrai! Perchè tuo marito te l'ha ribadito tredici volte la sera prima, e giureresti di averlo sentito blaterare persino nel sonno, che da un rapido consulto dei ventisei volantini appesi in bacheca quello del superstore è il prezzo più conveniente. E accadrà e tu lascerai che accada e ti sentirai persino grata della fatica fatta per sputtanare le tue promesse di indipendenza.
Lo farai e sarà esattamente così...
Ti dirai che è il venti di novembre e che puoi andarci tranquilla al megastore, che i volantini pascolano nelle bussole della posta da una settimanella scarsa e che c'è la crisi, c'è la guerra, c'è la pace, c'è che tutti hanno da dire e fare altro e allora puoi vestirti di campanellini e entrarci scalza in quella corsia di luci e colori perchè tanto niente e nessuno potrà mai castigare il tuo karma.
SQUAT!
Il primo lo fai che neppure te ne accorgi. Ti pieghi, e ti ripieghi, ti bruciano i muscoli ma non lo senti tanta è la concentrazione nel controllare per la trentaduesima volta il doppiofondo degli scaffali. E solo davanti alla commessa che ti darà il sold out, solo allora accuserai il primo tremore, il primo cedimento muscolare.
TLIN!
Il Polpetta è stato chiaro. Questo è il suo primo Natale in stereo e lo ha detto, esplicitamente, senza mangiarsi nessunissima parola: quartier generale! quartier generale!
Eccheè?
Velodicoio! Un ammasso di plastica colorata su cui far scivolare una certa quantità di cagnolini ammaestrati da un bimbominchia munito di iphone8.
Eppure non ce l'ho il cuore per fingere di non aver sentito. Non è più il bambolo mumu di un anno fa e io non posso più dirgli che il legno colorato con il succo di pomodoro è figo da far paura, non posso più fargli credere che i cubetti monocromatici da impilare in tinta con le mie unghie sono la cosa più interessante di questa terra.
OH! OH! OH!
Non posso più imporgli la mia, capite? Ma non dovevo scontrarmi con lui solo a sedici anni per il motorino? Non era questo il primo intoppo tra me il mio giganterrimo amore nei suoi confronti!?

Il punto è un altro però... il venti di novembre il quartier generale è chiaramente ESAURITO
MALEDETTE VOI!
Solo ora vi vedo mentre vi avvicinate allo scaffale della Paw Patrol come delle vietcong addestrate  e controllate la corsia alle vostre spalle e vi lanciate verso l'ultimo residuato bellico di plastica e bulloni! Solo ora vi vedo, mentre ve ne andate sogghignando e vi voltate e mi guardate e pensate poverasfigata.
Ebbene se credete di esservi giocate il nobel per la pace con questo gesto orribile, scordatevelo! Accusato il colpo ho poi sferrato il mio di rimando e ne vado talmente fiera che non ho il coraggio di guardarmi allo specchio, perchè lo so, lo so che c'ho scritto stronza in fronte.

Oggi ho varcato la soglia dell'ennesimo negozio di giocattoli, e no, non cercavo il quartier generale, perchè il Polpetta nel mentre aveva lanciato un altro messaggio subliminale dandomi la salvifica alternativa. Entravo e compravo carta rossa per imballare l'acquisto già fatto altrove e mentre ero in coda alla cassa, mentre guardavo le altre madri che, funamboliche, sostenevano in bilico su un piede solo il peso di dodici puzzle di Violetta, ho notato una giovane donna abbracciata al suo camion bianco e grigio, quello che porta in giro i sette fantomatici cagnolini di cui sopra, quello che io - perlappunto - ho comprato in offerta al megastore dopo essermelo guadagnato a suon di gomitate. Del resto la commessa me l'aveva detto che non poteva garantire un riassortimento e aveva sottolineato che ero stata fortunata ad accaparrarmelo e mi aveva anche saggiamente consigliato di correre dritta alla cassa e di infilarmelo poi sotto il giaccone e di tenermelo stretta alle tette finchè non fossi giunta sana e salva fino alla macchina.

La giovane madre se lo stringeva altrettanto con forza alle sue di tette, guardava il marito e sogghignava un "siamo fortunati! sai, era l'ultimo".
PIT!
Il codice a barre alla cassa sgranava un rosario di 95 euro!
Ok, lo ammetto, stavo per buttarmi come Buffon ai mondiali, ero pronta ad infilarmi tra lei il bancomat, stavo per farlo! Ma poi non l'ho fatto. La mia dea interiore si è svegliata dai postumi dell'ultima sbornia per tirarmi il lobo destro dell'orecchio e sussurrare: perdonala, perchè non sa quello che fa...

Io quel camion, in offerta, al megastore, me lo ero portava via con dei misererrimi 50 euro e questo alle volte si chiama culo. E allora la prima cosa che ho pensato incrociando i gelidi occhi azzurri del babbo natale posto all'uscita del negozio è stata che quello della madre è tanto il mestiere dell'amore quanto il mestiere della stronza.

E questo è il mio primo pensiero natalizio, pensate un po'...

E il vostro? Dai ditemelo, ma toglietevo quel rosa ciclamino che vi imbelletta le gote, tanto lo so che siete stronze pure voi.

Anche a Natale.

martedì 10 novembre 2015

I multipli di uno.


Spiegare a un figlio unico cosa si prova a dividere spazi e crescita (e vita) con un altro figlio unico, non è una cosa facile.
Ecco perchè voto per le famiglie numerose, perchè sono ricche di figli unici che fanno a botte e che alle volte si amano e alle volte si detestano. Fratelli o sorelle che ti obbligano a crescere con un confronto continuo di fastidi e meraviglie, personaggi che ti popolano i paesaggi e ti scartavetrano per bene le emozioni. E così varchi la soglia della fase adulta che ti sei anche un po' già rotto i coglioni, ma in compenso hai un armadio pieno di armi che sai imbracciare e di cui non potrai più fare a meno.

Cos'è una famiglia, mamma?
Me l'ha chiesto ieri il Polpetta.
Tutti grandi domande in casa 'sto periodo, ma tranquilli non siamo fenomeni, è il momento che chiama analisi e alle analisi bisogna rispondere altrimenti ti inceppi, altrimenti ti ammali.
Cos'è una famiglia?
Ho sospirato. Ho sorriso tirandomi fuori i denti e gli ho battuto sul torace con un dito.
È tutto quello che qui dentro fa rumore. Lo senti il rumore, Nic?
Lui mi ha guardata e ha fatto no con la testa. Poi però si è perso dentro un sorriso sghembo, si è spinto in avanti e mi ha baciata.
Quel bacio ha fatto un gran rumore.

Ed è lo stesso rumore che fa il telefono quando riattacco e dall'altra parte c'è mio fratello. Il cuore martella. Stesso ritmo, stessa costanza. Perchè in ogni famiglia c'è sempre qualcuno che prende le sembianze di un boomerang: scompare all'orizzonte e poi ti riappare davanti. E le mie mani si alzano sempre e lo afferrano al volo, proprio non ce la faccio a lasciare la presa. È un impulso che non ha spiegazioni. E tutte le volte il cuore si ribalta e tutte le volte fa sempre quell'identico indefinibile rumore.

Un giorno lo registrerò e ve lo farò sentire, per ora, fidatevi di me che valgo un bel nulla, il suono che sento quando apro la porta a quella testa così diversa dalla mia è sempre lo stesso. Ed è simile ad un vecchio registratore di cassa, quelli che ormai vediamo solo nei film, quelli dove alla fine della moltiplicazione c'è un "plin" che suona e stabilisce il risultato. Un fratello è quella moltiplicazione lì, è il vostro numero che torna, è il singolo che diventa doppio, è un poco che diventa più. Perchè uno per due non fa mai uno, fa sempre due.

E sì, quel bidoncino biondo lassù sono io. E quell'altro spaventapasseri è lui. E forse già la vedevamo, seduti in mezzo a quell'erba secca, con i sassi piantati nel culo e perfetti come non mai, la necessità assurda di far contenti mamma e papà. E già ridevamo di noi, perché se lo provi lo sai che dell'amore la parte più faticosa è la famiglia, e allora ti fai andare bene tutto e impari a diventare un po' l'uno e un po' l'altro. 

E io sarò sempre un po' lui e lui sarà sempre un po' me.


sabato 13 giugno 2015

Piove, senti come piove



C'è che decidi di prendere l'estate di petto e imbastisci così il rito dell'uscita dopo cena. La luce si allunga fin quasi a non esaurirsi mai, la gelateria è sempre aperta, il pallone non tiene più una briciola di polvere e la mamma si porta appresso i suoi pensieri senza darli troppo a vedere. Anzi, cerca pure di disperderli nel vento, alzando gli occhi al cielo di nascosto e ripetendosi spesso e volentieri che quel tempo lì è di suo figlio e gli spetta di dovere.
Io stasera mica lo volevo far vagare dentro ai miei cirrostrati, ma solo perchè invocavano pioggia e a noi la pioggia, d'estate, c'ha pure un po' rotto le palle. Soprattutto quella che ti bussa dentro e ti fa piangere, e ti fa dimenticare che da mamma piangere è diverso.
E me lo sono chiesta, circa ottocentoventiduevolte (e mezza), questa settimana. Sì, mi dicevo: ma il Polpetta davanti alle mie lacrime che penserà?
A una mamma è concesso piangere?
E se sì, ci sono dei motivi validi e dei motivi meno importanti, percui, zitta e muta, ingoia e digerisci?
C'ho pensato. Tanto.
E poi m'ha risposto il cielo, stasera.
E così, mentre noi si giocava in tre sul prato del parco giochi con l'anima leggera di chi ricomincia a sentirsi ganzo al punto giusto, uno spettro di duemila nubi nere si è piallato per bene l'orizzonte scaricandoci addosso una bomba d'acqua che neanche l'ultimo giorno di scuola di diciotto anni fa, al parco Santa Chiara, dove ad ingoiarti erano i gavettoni e qualche pomiciata che solo la Nannini avrebbe saputo mettere in musica.
E mentre correvo, a una velocità prossima a quella del suono, sono stata raggiunta dalla cristallina risata del Polpetta. I suoi riccioli che raccoglievano l'acqua, la bocca spalancata e gli occhi, voltati nella mia direzione, che mi guardavano come se quella corsa sotto il diluvio universale semplicemente non dovesse interrompersi mai.
Avevamo la faccia zuppa e poteva essere pioggia, poteva essere pianto. Io in quel momento ero una bambina, una sorella, una figlia, un cuore che come una spugna raccoglie e conserva tutto quello che gli altri gli versano addosso sotto l'onere dell'amore eterno. E il Polpetta era il mio elastico che si tendeva per farmi tornare indietro.
Nel condominio del mio cuore ci si vive in tanti e c'è sempre qualcuno che fa più baccano degli altri e non mi lascia dormire.
Un figlio è quella mano che spinge sul citofono senza mai sbagliare l'interno. E una madre è quella mano che apre la porta un secondo prima che il citofono scivoli dentro la sua solita nota stonata.

Il pianto non è una bestemmia, non è un peccato, non è una condanna. Il pianto si spiega, si giustifica, qualche volta - persino - si insegna, perchè se non soffrissimo non sapremmo neppure amare.

Questo penso.
Forse sbaglio.
Forse no.




martedì 12 maggio 2015

Le origini della Mammamorfosi

Io ho una mamma potentissima, è indubbia la mia impossibilità di eguagliarla nell'arte del sacrificio e della meraviglia. Spesso mi chiedo come abbia potuto gettarmi dentro questo mondo senza ripensamenti. E se li ha avuti - sicuramente li ha avuti - non mi ha mai permesso di percepirli.

Dieci anni fa mai avrei pensato di diventare madre, neppure tre anni fa a dire il vero, ma gli imprevisti spesso ci salvano e io sono sempre stata un'artista dell'improvvisazione. Dieci anni fa li trovavo insopportabili i bambini che piangevano e pensavo alla madre in questione come ad una depravata, un'inetta, una che nonsamicacomesifa, una che nondovevafareunfiglio, una che dovevacomprarsiuncane,ecco. Ero furiosa con la vita e della vita ne capivo quella giusta parte che avevo solo vagamente assaggiato.
Perché è così che funziona: un boccone alla volta li conosci i sapori, ma finché non ci metti la lingua godi solo a metà (fonzies docet).
Oggi - dieci anni dopo - sono andata a rintanarmi ai margini di un bosco, col Polpetta che dormiva su una panchina e il Papi che sussurrava ai suoi amici tronchi delle meraviglie dell'ombra e di altre amene oscurità. Eravamo lassù, nella location più fuori stagione dell'arco montano, dove gli alberghi erano tutti chiusi e delle dieci anime che abbiamo incontrato otto andavano a votare per le elezioni comunali, e due avevano sbagliato strada. E, beh, si stava dannatamente bene. Un prato, uno scivolo, un'altalena, tutti gli ingredienti giusti per starsene un po' sopra il mondo.
E poi, d'un tratto, il pianto di un bambino. Urlava, chiedeva, piangeva. E la mamma era lì, che lo inseguiva spingendosi in continuazione gli occhiali sul naso. Cercava, invocava un papà che non c'era (e poteva essere ovunque, oppure non esserci affatto, non è questo il punto) e allora la mamma stanca, stremata, piegata, gli prometteva gelati, altalene, sculaccioni. Tutto in una volta, tutto in mezzo metro di prato, il loro mezzo metro di prato.
Il punto è che a un certo punto mi sono dovuta allontanare. Non provavo alcuna forma di giudizio, stavo semplicemente male. Di che male, non ve lo so dire, credetemi. Avevo dentro questo spillo che premeva sul cuore e non riuscivo né a toglierlo, nè a spingerlo più a fondo.
Non ero più quella di dieci anni prima che tuttosapeva, ero quella che sedeva a pochi metri da una madre e che, accanto a lei, soffriva di un dolore non suo. Un dolore che nessuno può giudicare, ammaestare, arginare, delegare.

E poi ho sentito il Papi che cercava di convincere suo figlio a prestarsi nel tentativo di disinnescare quel minuscolo dolore e lo mandava, con il suo pallone, a cercare le attenzioni di quell'altro bambino, al di là del prato. Il Polpetta, in tutta risposta, sganciava un NO fumante come una pistolettata, perfettamente cosciente che quella era l'occasione giusta per iniziare a farsi i fatti suoi.
E così è stato, ci siamo seduti a terra e lo abbiamo aspettato mentre raccoglieva le sue pigne con minuziosa determinazione. A un certo punto però, tra lo scivolo e l'altalena, ha alzato lo sguardo, si è voltato verso l'altro bambino che, seduto a terra, sembrava aver messo radici tra i fiori e lo ha semplicemente guardato. Non si sono detti niente. Poi è tornato da me con il suo carico di legnetti e l'aria di chi ha troppe cose a cui pensare. L'altro bambino, in tutta risposta, si è alzato, si è fatto scivolare più volte il palmo della mano sotto il naso e ha raggiunto la sua mamma senza emettere più alcun suono. Un attimo dopo giocava tra le dita materne contandone i polpastrelli. Uno ad uno.
Me lo sono chiesta per ore cosa si siano detti col pensiero, con gli occhi, col nulla, ma non ho trovato risposta. Perchè non c'è una risposta. Perchè è un po' quello che ho provato io quando da dietro gli occhiali da sole guardavo di nascosto quell'altra mamma e non parlavo, sentivo e basta.
Le esperienze umane, tutte, quelle di amore e di dolore ci ammaccano un po', ci cambiano di volta in volta fino a renderci un po' più simili agli altri. Ma solo dopo. Dopo che ci sei passato, dopo che le hai vissute queste dannatissime cose di cui pensi di sapere tutto. Prima no, prima ci sono solo i giudizi, le facili indicazioni, le critiche senza ragione. Senza la vita che ci scorre addosso e carezza e spesso scortica e ferisce si resta sempre persone a metà.

Dieci anni fa non volevo avere figli. Dieci anni dopo sono felice di aver cambiato idea.

martedì 24 febbraio 2015

Outing 1.5

Lo ammetto. Spesso fingo di capire il Polpetta. Come con i turisti che in piena estate mi fermano sotto il sole e io, che bramo l'ombra, li mando sempre avanti. 
Go straight on. Go straight on.
Poveri.
E il Polpetta che adesso cerca di esprimersi componendo frasi dal sapor mediorientale si affligge davanti alla mia dolosa ignoranza materna.
Arriva con il suo cambogiano stretto e mi racconta di un qualcosa che ha visto o che vorrebbe vedere o che gli piacerebbe poter toccare e io rispondo "ma dai amore? ma che bello!".
Sono un'idiota, lo so.
Anche perché ho ampie probabilità che con quella sua cadenza da cosacco di San Pietroburgo mi stia in realtà avvisando che la macchina, perennemente in divieto di sosta, è stata avvicinata da un gruppo di vigili urbani in pausa cicca.
Ecco perché pago tutte queste multe, non perché parcheggio dove la mia creatività ama rinnovare il suo voto, ma perché non ascolto mio figlio.

Siate più saggi voi che avete figli a cui piace narrare dello sciabordio del mare. Io vado dal mio piccolo picchio a farmi beccare il naso, che tra un sorriso e una capriola verbale gli scappa pure di darmi un bacio.

Go straight on. Go straight on.

lunedì 15 dicembre 2014

Dell'amore e di altri demoni.

I giornali li vedo di sfuggita, la televisione la guardo di notte. Ogni tanto arrivo da mia madre che mi racconta del tale che ha ucciso la tale, guarda caso sua moglie, perché voleva andare a vivere con l'amante. O della tale che ha ucciso il figlio e che poi ha deciso di farla finita. O dell'altra ancora che il figlio sembra gliel'abbiamo ucciso, ma è indagata uguale, perché si sa che una donna con un'adolescenza piena di buchi poi un figlio te lo ammazza come se fosse niente. Resto sempre, ovviamente, basita e mi chiedo, mi interrogo, ma raramente trovo risposte adeguate.
Poi navigo un po' e scopro che i processi si fanno in rete, tra gente che invece di starsene lì a far bollire il ragù, si pialla il cervello davanti alla D'Urso, oppure se ne sta lì col didò del figlio a costruire plastici per i quali, il buon Brunino Vespa, darebbe in cambio tutti i suoi nei. Poi, per chiuderla in gloria, ci si piazza davanti al pc e si spara una sentenza dentro un post di due righe. In tre lo condivideranno, otto lo commenteranno, dodici lo leggeranno, e questa attenzione ci monterà dentro un piacere immenso e ci sentiremo furbi, intelligenti, meravigliosamente giusti. E allora inizio a vedere dove stanno i buchi.

Ve la ricordate voi la vecchina del paese? Quella che se ne stava seduta sulla panchina e raccoglieva i discorsi di tutti e li riportava all'altra vecchina che stava sulla panchina dell'altro paese, e che ne sapeva un altro pezzo ancora di storia, e che quindi era chiaro che la colpa era sua, della donna, mica del marito, perché o fai la moglie o fai la puttana. Che poi il marito beveva, si sapeva eh, mica era una novità, ma poveretto che altro poteva fare?

La gente deduce, teorizza, pratica sentenze.
Le trame familiari sono ricche di toppe e strappi malricuciti, e alla gente piace parlarne, la gente accusa quello che non riesce a sanare.
E allora una madre come quella di Ragusa spaventa, terrorizza, inorridisce. Perché le famiglie a natale scartano pacchetti d'amore, mica di odio reciproco. E perché tutti preferiscono allontanarsi da certe storie, cacciarle indietro, accusarle e renderle così distanti. E allora via a postare la foto del lucente albero di natale. Poco importa se dietro a quell'albero c'è una donna infelice, l'importante è poterci mettere un like e dei cuoricini. E giù a condannare, insultare, generare demoni, se poi quella stessa donna annega dentro sé stessa, perché l'importante è dirlo che noi non siamo come lei, che noi siamo migliori, unici, e soprattutto giusti. E i nostri amici col pollice alzato ci danno ragione, e quindi: smile.
Questo è il nostro senso delle proporzioni e questo è quello che non ci permette più di capire che con le stesse misere proporzioni manipoliamo il bene e il male. Perché il profilo di facebook se non ti piace lo cancelli. Instagram lo disinstalli. Tutto quello che produciamo è mobile, ma la comprensione, quella che noi donne spesso ci priviamo di praticare, è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli in pianta stabile e con la stessa forza con cui ora condanniamo qualcuno tanto per il gusto di occupare due righe di vuoto umano, dentro ad uno spazio dolorosamente inumano.

venerdì 28 novembre 2014

Outing 1.4

Io sono per l'allattamento al seno e si è capito, il Polpetta ha venti mesi e cerca, chiama, esige la tetta. Bene.
C'è da dire però una cosa, una piccolissima cosa.

Ci sono in giro certe talebane del capezzolo gocciolante che terrorizzano le puerpere in fase di assestamento ormonale imponendo un assolutismo che farebbe invidia a Federico II di Prussia. Bene.

Dato che l'allattamento al seno ha una serie di regole ferree da rispettare affinché tu possa produrre più latte, c'è da dire un'altra cosa - e la dico io, mica l'OMS - che se sei serena, se ti piace, se ci provi gusto, tutti sono più felici, ma se invece ti scoglioni, non stai bene e sei nervosa come un mamba nero dell'Africa centrale hai tutte le sante ragione di mollare.

E alle talebane di cui sopra, che mettono al rogo ciucci, biberon, e madri a mazzi di cinque alla volta, auguro solo che si possano giostrare tra i denti aguzzi di mille bambini pronti ad azzannare tette come vampiri scevri di qualsiasi pietà.

giovedì 11 settembre 2014

Coscienza materna: sfamarla, accudirla, addomesticarla.

Lo guardo mentre cerca di incastrare un pezzo di puzzle e lo fa al contrario, spinge con tutto se stesso mentre scodinzola col ciuccio. Allora mi avvicino, mi scappa un "no così, amore". Poi, proprio quando sono a un passo da lui, una voce alle spalle sussurra con fermezza "fatti i beati affari tuoi" e allora mi fermo e sto lì col fiato sospeso mentre, in piena autonomia, incastra il pezzo dentro il suo solco. Solo allora mi guarda, spalanca le mani, mi mostra i palmi e sorride felice.
Alle spalle, naturalmente, non ho nessuno, eppure la voce l'ho sentita. Penso alle ore di sonno che mi mancano, all'esubero di ritornelli targati Garinei e Giovannini che, sommati l'uno all'altro, mi hanno forse del tutto frantumato la logica. E invece scopro, che tra le costole mi è spuntata, grossa come un baobab, la più astuta coscienza materna. E che di tutti i mali forse è il minore perché per prima cosa modifica le opinioni che prima nutrivo con la saggezza di un maestro zen.
Perché prima si è sempre molto bravi. Alcuni anche dopo, ma questi fanno parte della categoria dei "perduta memoria", quelli che con un bimbo di tre anni affermano "il mio non ha mai pianto, il mio ha sempre dormito, il mio non ha mai avuto coliche" e sono casi clinici riconosciuti persino dalla sanità. Capiamoli e passiamo oltre.
Io non parlo per derivazioni, io dico la mia ed è ciò che sento e vivo e vale esattamente per quello che è: un nulla, del tutto personale.
Con l'arrivo del Polpetta è come se il mio cervello, che prima era un attico, si fosse diviso in tante piccole unità abitative. E in ogni stanza c'è mio figlio. Un'attesa. Un passo. Una parola. Uno sguardo. Una paura. Un senso di colpa.
Tanti sensi di colpa, che sono come i brufoli in adolescenza: ogni mattina ti alzi e te ne trovi due o tre stampati in fronte. Perché se non mangia ti improvvisi chef e sforni ottantadue pietanze diverse e, se non mangia ancora, ti lasci attanagliare da un solo pensiero: non so cucinare. Perché se non dorme gli dai la tetta, il sonaglietto, la bambolina e, se non dorme ancora, ti accasci dentro al cuscino con il suo pianto in un orecchio e la solita vocina malefica nell'altro, che ripete: non sono una brava mamma.
Perché si è sempre un po' subdole con se stesse, non ce ne perdoniamo una e anche quelle che in strada, o sul lavoro, o dalla parrucchiera, ti sbattono in faccia la loro inquietante perfezione - pure loro, fidatevi - se la fanno in ginocchio la preghierina della sera. Magari da sole, magari senza dirlo a nessuno, magari un secondo prima di dormire, ma tranquille che se lo sgranano pure loro il rosario dei materni riproveri: domani lo coccolo di più, domani gli compro un giochino nuovo, domani lo lascio giocare con il servizio di piatti che tengo sotto chiave...
E allora alle volte, quando siamo troppo stanche e ci gira male e vediamo che niente, ma proprio niente, ci sembra al posto giusto, invece di colpevolizzarci inutilmente e farci carico dei diverbi astrali che il nostro segno alimenta impunemente, prendiamo il bambolo e lasciamolo al papà, alla nonna, al vicino di casa single, bello e persino empatico quanto l'amica del liceo (io non ce l'ho ma ne sogno uno da sempre) e andiamo a farci un giro, a dormire due ore, a pascolare dieci minuti tra i nostri migliori desideri e diamoci pace. Ecco. Allora - solo allora - in quella pianura di schifosa serenità, la vostra coscienza si accuccerà ben bene tra il cuore e il polmone destro, e si addormenterà, lasciandovi per un po' libere di non pensare.
Poi, ovviamente tornerà, e vi suggerirà quando fare un passo indietro per lasciare al vostro bambino la possibilità di fare un passo avanti e vi tornerà utile e sarà spesso indispensabile. Va solo addomesticata, come gli spiriti della notte, come i draghi nelle favole, come i battiti del cuore.

venerdì 5 settembre 2014

Tra letture e congetture. Lasciatevi vivere.

E' difficile spiegare perché ho iniziato a scrivere, ma è forse più difficile spiegare perché mi sono allontanata dalla carta stampata (o similari) proprio in prossimità del parto (e del conseguente fatidico arrivo). Avevo la scusa dell'ingombro fisico, prima, e dell'ingombro mentale poi. Avevo una pacca di scuse buone. Invece è successo (più o meno) questo: ho deciso di vivere.
Ci sono persone che cercano conforto in un buon dio, altre in una buona pastiglia. Ognuno sceglie, alle volte inconsapevolmente, una maniera per tenere a bada le proprie paurebarrainsicurezze. Ecco, io mi sono nascosta per anni dietro ai libri. Non uno solo, tutti quelli che trovavo. Panorami che non tradivano mai le aspettative, figure in cui mi potevo rifugiare senza pericolo. Poi ho rigirato la questione e ho iniziato a scrivere e qui era ancora più figo perché la regia di ogni realtà ce l'avevo io e gli spazi bianchi da riempire sono sempre stati la mia specialità.
Poi sono rimasta incinta.
Il primo impulso emotivo è stato quello di correre in libreria. Ho acquistato tre libri, subito, senza studiarli troppo. Erano sullo scaffale giusto e questo mi bastava. Poi ci hanno pensato gli amici e a casa sono arrivati svariati autori famosi - che non citerò - di svariati libri altrettanto famosi.
E niente. Non ho letto una sola riga. A dire il vero ho provato a sfogliarli, più volte, ma un po' la stanchezza, che non mi aiutava a seguire il filo dei pensieri, e un po' l'ansia, che tutti quei concettibarraaspettative, mi montavano dentro ho preferito abbandonare l'impresa nella convinzione che poi, dopo la nascita, avrei trovato l'intenzione giusta per affrontarli. Mi sbagliavo ancora.
Quando è nato il Polpetta, io - che ricordiamoci bene il Polpetta non l'avevo programmato - ho deciso che avrei smesso di eludere la realtà, e che avrei provato a vivere questa nuova vita per come mi veniva offerta: dandomi fiducia.
Ho sbagliato una quantità immane di volte, ho imparato esattamente dai miei errori, ho capito cosa gli andava bene, ho capito cosa gli andava male, ho imparato a metterlo a dormire "alla sua maniera", non alla maniera d'altri, forse sto facendo quello che qualche luminare ha già indicato sapientemente in qualche manuale dalla brossura figa, ma non ne sono cosciente, sono però cosciente di ciò che sono io e il Polpetta non mi pare particolarmente turbato dalla cosa, ne deduco che non sta andando poi così male.
Non mi sto tessendo le lodi, perché se solo sapeste quante volte ho rincorso un dubbio con le lacrime in tasca - litrate di lacrime in tasca - capireste che ho talmente tanto coraggio in corpo che non mi prenderebbero neppure per doppiare Pollon.
Possiamo metterci d'impegno nell'applicare tutto quello che qualche tizio figo ha detto o scritto o testato, ma la felicità di mio figlio, il senso di amore che potrà avvertire nella sua crescita, nella sua vita, non potrà mai essere stabilito con precisione millimetrica. E possiamo perderci per ore a giudicare l'operato di un'altra madre, ma non saremo mai quell'altra madre e forse se l'altra madre fa diversamente da noi è perché non ha bisogno di fare come noi. Anche in questo caso l'equazione è piuttosto semplice e il risultato è altrettanto immediato: lasciatevi vivere.

Smettete di cercare una risposta prima di avere l'adeguata domanda e provate a fare ciò che sentite di dover fare. E se sbagliate, pazienza, vi assicuro che il salamino che portate appeso al collo sarà l'unico su questa terra a guardarvi senza giudizio.
Una cara amica - tre volte madre - un giorno mi ha detto: le madri si sentono inadeguate per una vita intera. Ecco, io credo che la vita intera in questione non sia la loro, ma quella del proprio figlio. Perché ci proviamo tutte a confenzionarli bene, ma l'incarto poi se lo tolgono da soli e noi possiamo solo star lì ad amare, da lontano, nella convinzione che non sono stati i dodici anni di cosleeping a renderlo migliore, ma la meravigliosa pasta di cui è fatto. Che è un po' la nostra e un po' la sua.

martedì 19 agosto 2014

Io sto con Daniza. Perché essere mamma non è un reato. #iostocondaniza


Vivo tra i monti, i funghi li guardo come guardo i fiori, posso quindi capire chi naviga tra i boschi come una barchetta in mare aperto. Capisco anche chi ci vive nei boschi, o almeno provo ad allargare il mio campo visivo e a mettermi a fissare ogni spazio, senza morbosità, ma con quel piglio curioso che hanno i cuccioli. Chiudo gli occhi.
Ok. Ci sono.
Mi volto, e vedo la mia mamma, imponente come una nave e mi sento bene, annuso l'aria e lei è lì con me. Sempre. Questo penso, da cucciolo d'orso. Non penso che da grande dovrò percorrere chilometri in solitaria, non considero il fatto che poi la mamma si allontanerà lasciandomi pronto ad affrontare la vita. Non penso che gli uomini mi vedono come qualcosa da avvicinare, o da allontanare. Gli uomini. Quelli grandi.
Forse se incontrassi un bambino lo annuserei e forse anche lui mi annuserebbe. Perché tra cuccioli è così. Gli uomini. Quelli piccoli.

Io sto con Daniza, perché se la incontrassi lungo i sentieri di un bosco me la darei a gambe levate, pur sapendo che è consigliabile stare fermi. Perché forse pure lei, se vedesse come vado in giro conciata, scapperebbe su per il pendio opposto. Perché dovremmo tutti toglierci di dosso quella bella piega fatta col phon e vivere più a fondo il nostro essere un po' selvatici, arruffati, primari in tutto. E' lì che la vita prude, dove ci si allontana da tutto, dalle regole, dall'educazione, dalle decisioni ferree, dalle curiosità morbose. E' lì che Daniza vive, in quel punto preciso in cui la vita pulsa. E io tifo per lei, perché anche lei è stata colpita dalla mammamorfosi, perché anche lei per i suoi cuccioli darebbe la vita e perché il Polpetta con il suo orso ci va a nanna e per il suo orso graffierebbe il naso a qualsiasi essere umano. Perché gli animali sono come i bambini, difendono ciò che sentono proprio e lo fanno a qualsiasi costo e forse questa è la prima regola della vita, quella che ci sfugge e di cui troppo spesso ci dimentichiamo in nome delle buone maniere.
E io che sono una cialtrona, una maleducata, una che se ne fotte delle regole, una che vive, posso dirlo un'altra volta ancora: #iostocondaniza

lunedì 28 luglio 2014

Figliemamme


Parlo a quelle mamme che sono ancora figlie, a quelle donne che hanno la fortuna di diventare madri e accanto hanno la loro stessa mamma che, seduta in seconda fila, fa il tifo e incita e, qualche volta, entra in campo a dare il cambio. Io sono una di loro. E non me ne vergogno affatto, anzi ne vado profondamente fiera. E a mia madre dedico questo post strappacuore.
Sono nata senza superpoteri e non è vero che a diventare madre ti spuntano tutte le forze del mondo. Certo, scopri di avere risorse a cui prima non avevi la necessità di attingere, ma spesso e volentieri la stanchezza supera i livelli e vorresti solo dormire e ti viene pure un po' da piangere e ti giri e la cerchi come un automatismo che nessuno ti potrà mai sradicare. Ti torna su, come i supplì a natale, come un nodo che dallo stomaco sale e proprio non ce la fai a non chiamarla e prendi il telefono e le parli e già la metà delle mosche che ti avevano invaso il cervello muore stecchita. Con la voce da topolino le biascichi un "non sto bene" e lei arriva. Hai trentacinque anni e arriva con la stessa rapidità di quando ne avevi sei e ti dici "cazzo! ma ce la farò mai ad arrangiarmi?" e la risposta la sai già, ma neppure la consideri e forse un po' non la vuoi neanche vedere.
Torni dall'ospedale e sei un po' impaurita perché quel piccolo pesciolino che hai portato a casa sembra non starci poi così bene fuori dal suo acquario e temi - temi ogni giorno - di non essere all'altezza della sua immensa presenza. Lo guardi, ti guardi, lo ascolti e ti ascolti. Non puoi farne a meno perché un figlio ti restituisce la tua immagine, e non è sempre facile starsi a guardare, alle volte fa male. E come dentro un gioco di specchi, ti giri e guardi lei che è sempre lì, un passo indietro. Lei ti guarderà, non si sprecherà in sorrisi, basterà un cenno della testa che sarà sempre in avanti, mai indietro. Respirerai, tirerai su col naso e tornerai dal tuo pesciolino con la stessa velocità con cui lei è venuta da te.
Poi litigherete, furiosamente. Lei ti dirà di fare in un modo - che è il suo - e tu sosterrai di voler fare in un altro modo - che è il tuo. E avrete entrambe ragione, perché nel gioco di specchi i vostri ruoli si confonderanno così profondamente che perderete il segno del tempo.
Vi cucinerà quando non ne avrete il tempo, la voglia e neppure le forze, andrà a prenderlo all'asilo e ve lo terrà quando sarà ammalato. Non farà mai come le avrete detto di fare. Se ne fregherà, esattamente come facevate voi qualche anno prima, quando era lei a dirvi cosa fare.
Qualcuno vi darà della viziata, e sarà solo l'invidia a parlare. Qualcuno si improvviserà psicologo/astrologo/sociologo e sarà solo la menopausa a dare forza a ogni fiato. E voi ve ne fregherete, esattamente come vostra madre vi avrà detto di fare.
Perché dall'amore materno non si deve guarire, e chi vi dice il contrario nutre solo il fastidio di non riuscire ad amare così profondamente.
E quindi posso dirlo una volta per tutte: io non guarirò mai. Sarò sempre fallibile, ingiusta, fragile, inquieta, insicura.
Proprio come una figlia. Proprio come una madre.

sabato 12 luglio 2014

La gramigna e i fiori di campo

Un figlio ti viene fornito senza istruzioni e questo genera mediamente ansia, perché qualche direttiva su come muoversi nel magico mondo dei salamini al latte non nuocerebbe affatto. E allora invochi l'aiuto di internet, ti tuffi nei forum con la stessa foga di un formichiere bramoso e scovi l'inverosimile. I gruppi di mamme disposte a declinare il verbo del fare sono popolati di fondamentaliste al cui cospetto persino uno spavaldo Jeane Claude Van Damme chinerebbe il capo in segno di resa. Che si chiedano delucidazioni in merito all'acquisto di un flacone di crema o all'utilizzo di un qualsiasi sonaglietto da passeggio, il rischio è quello di generare un guazzabuglio verbale. Se poi ti inerpichi dentro questioni come allattamento, svezzamento, vaccini, pannolini, sai già che starai per ridare lavoro a qualche legale prossimo alla pensione. Eppure la condivisione materna fa bene, come tutte le condivisioni in genere, perché c'è sempre chi è transitato per primo ad un incrocio e ti può suggerire la via più comoda da percorrere. Una volta suonavi alla vicina di casa, adesso accendi il pc, è più o meno la stessa cosa. Certo nel secondo caso c'è la variabile - e non da poco - di non dover neppure dire chi sei ed è una libertà maggiore per certi versi, per altri credo che ci privi un po' dello sguardo comprensivo che solo un'altra mamma può dare. Ovvio che sto parlando delle friend mom, quelle mamme che non sono solo capaci ma anche oneste e scevre da qualsiasi forma di giudizio. Quelle che se non riesci ad allattare ti dicono "lascia stare e sii felice", quelle che se allatti ancora dopo i diciotto mesi ti abbracciano con stima e non strabuzzano gli occhi come se avessero incrociato un panda rosso della Malesia. Quelle che se chiami di notte perché il bambino piange vengono - anche di notte - a guardarlo con te, mentre piange.
Queste mamme non le trovi su ebay, ma sono una razza in via d'estinzione. Persino il panda rosso della Malesia se passa una mamma di questo tipo si ferma e lascia la precedenza.
Perché ci sono donne - ma anche uomini - che prima ancora di sentirselo chiedere esprimono e sottolineano più volte il loro parere su qualsiasi altra scelta genitoriale. E' una tendenza umana piuttosto diffusa, il punto però è che a parlar di mobili o automobili il danno è al limite del me ne frego, ma quando il metro di paragone è un figlio il danno è al limite del vaffanculo.
Ci sono contesti in cui la parolaccia aiuta, concedetemelo. Questo è uno di quei casi, perché i bambini non hanno un solo ingrediente uguale a quello di un loro simile, ogni impasto è diverso e ogni impasto richiede una lavorazione altrettanto diversa. Pertanto puoi condividere le tue modalità ma non serve a nulla etichettarle come uniche ed imprescindibili, perché tanto nessuno le utilizzerà mai. Per molti esseri umani evidenziare le inefficienze altrui è indispensabile, senza gli errori degli altri non avrebbero nulla di cui parlare, ma soprattutto non riuscirebbero a placare le insicurezze che segretamente li attanagliano.
Io vi consiglio pertanto una modalità per affrontare cotanta inettitudine: abbracciateli. Alla chiusa del loro monologo, proprio quando abbassano il rastrello con cui hanno pettinato il vostro orticello e mettono via i semini delle vostre insicurezze, ricacciate indietro il desiderio di prenderli a zappate sul naso e abbracciateli. Alcuni si sentiranno appagati, ma la maggior parte di loro si sentirà crescere dentro un livello di imbecillità talmente forte che finiranno per appassirvi lentamente davanti agli occhi.
Le erbacce non si debellano, mischiate però con qualche fiore di campo si perdono e alla fine finisci quasi per non notarle più.

giovedì 10 luglio 2014

Rainbow

Il Polpetta è uno che sulle note di Katy Perry muove passi indisciplinati e smaniosi. Il Polpetta vede Shakira e chiama mamma. Il Polpetta ha una meravigliosa palla rosa. Il Polpetta è un maschio.
Qualche giorno fa chiedevo in prestito a mia nipote i suoi vecchi braccioli da piscina e lei, molto cordialmente, mi scansava dicendo: zia, sono di barbie, non mi pare il caso. Questa mattina una mamma mi ha fermata per discutere del tempo infausto di questi giorni e, mentre si invocava il dio sole – che durante le mie vacanze si è preso a sua volta un inappropriato periodo di ferie – ha guardato il Polpetta pigiato dentro il suo passeggino e ha aggiunto: avrei un bel triciclo da prestarti, ma è rosa, peccato.
Vaglielo a spiegare tu che adori il rosa e che, soprattutto, al Polpetta il triciclo sarebbe piaciuto pure color amarena. Del resto lo scambiano per una femmina quando indossa la felpa blu, gli scarponcini marroni e il tristissimo berretto grigio, un triciclo rosa avrebbe potuto confondere ulteriormente la creatività dei passanti. Saranno i riccioli biondi sulla nuca, saranno le fossette a forma di cuore. Sarà quell’aria da smorfiosa che assume quando vede in lontananza un biscotto al cioccolato. Sarà. Il punto è che ad oggi il Polpetta se la sguazza di brutto tra le coccole della mamma e l’altalena del parco giochi, di tutto il resto non gliene importa nulla.
Possiede una svariata quantità di indumenti blu, ma non si priva del rosso, del giallo, dell’arancione. Il verde è la sua arma vincente, perché di verde vestito sembra un meraviglioso quanto gigantesco bruco da lattuga. Ma se ci scappa una manata di rosa, ecco, non si imbarazza affatto.
Ha una splendida cucina giocattolo e si diverte a tirarmi le pentole. Ha una bambola che scaraventa in giro ed è prossima al ricovero in traumatologia. Ha un cavallino, una macchinina, un camion con il rimorchio. Se al parco giochi vede un monopattino rosa cerca di rubarlo, se vede una palla di Peppa Pig la nasconde nella cesta del passeggino. Non conosce differenze. Non sente il peso di nessun genere sulle spalle. Non si è ancora lasciato tatuare in fronte le regole base che una società ben fatta ti impone.

Presto lo vedrò scansare la bambola, schifare le femmine, idolatrare i gormiti. Lo so. Solo l’idea mi intristisce. Perché quest’ometto bello e puro seduto al mio fianco mi trasmette onde di meravigliosa quiete emotiva. E’ il satellite del mio umore,  e – non neghiamolo – io sono ancora la sola donna della sua vita ed è una sensazione che non conosce paragoni. Ma io punto ad altro. Voglio che la sua scala cromatica comprenda tutto, anche i colori che gli altri giudicano inappropriati, voglio che alzi gli occhi al cielo e si lasci affascinare dall'azzurro immenso del suo spazio infinito, ma che riconosca anche la meraviglia del rosa più puro che si apre alla sera, quando il cielo si piega su di noi dentro un'infinita carezza materna.

lunedì 7 luglio 2014

Non aprite quella porta!

Tutto quello che vorresti dire a chi ti si avvicina subito dopo il parto è: "Allatto. Dorme. Ride. Dimagrirò." e ovviamente ci sono una certa quantità di variabili che non ti consentono di farlo. Le dinamiche più pericolose però non si scatenano in casa e non sono il sonno perso, il pianto e il caos, ma prendono forma nelle perversioni di chi sta oltre l'uscio di casa.
Chi vuol sapere e ti interroga ogni giorno sull'andamento di ogni pasto, sonno, rendimento intestinale; chi vuole esserci e ti bussa alla porta senza invito un giorno sì e uno anche; chi ti vuole ostinatamente aiutare senza che ciò sia stato richiesto e questa di tutte è la peggiore, perché mediamente non si è in grado di spiegare che una mamma - anche la più timida e introversa - sotto l'effetto stupefacente degli ormoni riesce a farsi scivolare fuori le richieste più inaspettate e pertanto chiede e se non chiede è perché non vuole e non volere non significa schifare. 
Una mamma sa esattamente cosa le serve e se avverte la necessità di rimanere in casa a fissare il ferro da stiro con lo sguardo da Harry Potter può farlo. Se invece ritiene di non possedere alcun potere magico che le permetta di allattare e stirare insieme e vuole qualcuno che lo faccia al posto suo, vi assicuro, che lo dirà e chiamerà la mamma? La suocera? La badante rumena del vicino di casa? Oppure - udite udite - lo dirà al marito, compagno, fidanzato, amante. (Perché anche gli uomini possono stirare senza che questo causi loro sterilità, ma questa è un'altra storia e peraltro troppo lunga da affrontare.)

Il punto è che rimanere seduti in panchina alle volte sembra impossibile. C'è questo tenero frugoletto che si ciuccia il pollicce e che vorresti a tua volta ciucciare come una golia. E ti sembra così difficile stare lì ad aspettare e pretendi che questi neo genitori capiscano. E invece no. Non sono tenuti a capire. L'unico obbligo che hanno è quello di dedicarsi al loro nuovo capitolo di vita comune. Date loro il tempo di bussare alla vostra porta, lo faranno - ve lo assicuro - ma solo se non vi troveranno appesi come dei ragni al loro citofono. Perché nel puerperio la regola è una sola: tutto quello che non ci fa stare bene è di troppo.
Ci possono volere settimane, addirittura mesi, ma è una questione di spazi vitali. Guardate gli animali, quanti lupi ricevono la visita di altri lupi che passano a leccare la testolina al lupetto? E se una volta la nuora viveva con la suocera e digeriva il peggio o il meglio di questa convivenza, non è di interesse comune, perché ogni generazione ha le sue privazioni e le sue libertà e non tutto ciò che veniva fatto prima deve essere ripetuto negli anni a venire e finché morte non ci separi.
Quindi, cari mariti che durante l'allattamento non sapete come occuparvi il tempo e vi immusonite sulla poltrona scomoda del salotto, indossate le vesti da guardia svizzera, imbracciate il fucile e mettetevi alla porta a spiare chi si inerpica coraggioso lungo il vialetto, comunicatelo alla compagna e accettate con noncuranza qualsiasi verdetto, se vi dirà di sparare, sparate! Se invece siete troppo buoni d'animo e non ve la sentite di concimare troppo le piante del vicino, imbracciate con la stessa noncuranza l'asse da stiro! Ci saranno meno incomprensioni, meno insistenze, meno sensi di colpa, meno spargimenti di sangue, ma soprattutto più pantaloni con la riga a doppia corsia, che non saranno eleganti ma è un attimo farli diventare di tendenza.

martedì 1 luglio 2014

Non ho l'età



Io ho partorito a 33 anni, che voglio dire è un'età di tutto rispetto. C'è gente che a quell'età lì ha fatto cose mica da ridere.
Il punto è che a me i conti dell'anagrafe non tornavano mai e così ogni giornata si chiudeva con un pragmatico "c'è tempo". Poi è arrivato il Polpetta e la storia è storia, ma il quesito è un altro e ve lo vorrei sottoporre: esiste un'età ideale per diventare mamma?
Di sicuro c'è. Ci sono fior fior di esperti che possono elencarci il perché e il percome di ogni nostro processo fisico, ma il mio è un blog per cialtroni e pertanto procedo con riflessioni del tutto personali.
Penso al Polpetta prossimo ai miei 20 anni e me lo vedo che dorme tra gli scogli, mentre la mamma si insabbia con un animatore decisamente alticcio. Bene, direi che non è un'immagine edificante e pertanto possiamo passare ad altro. Mi immagino quindi madre a 25 anni e mi appare, come dentro a un miraggio, il cerchietto con cui il Papi si sparava indietro i lunghi capelli mesciati e penso che no, non ci siamo ancora. Allora ripenso a quei 28 anni in cui mi sottoponevo ad ore e ore di lettura, prostrata davanti all'immaginetta di Marquez (che non è un calciatore... no, perché dato che siamo tra cialtroni è meglio specificare) e lo invocavo nel tentativo di far scendere in me il verbo, anche un avverbio mi sarebbe andato bene, tanto ero invasata. No. Non era ancora il tempo per procreare. E' che il tempo giusto per procreare, se proprio devo dirlo, io non l'ho ancora individuato.
Qualche giorno fa una mamma, piuttosto giovane, mi ha fatto notare che fare un figlio dopo i trenta è già una cosa al limite, che sei a un passo dall'atto di puro egoismo. C'ho pensato. Sul serio. Mentre il mio karma si fumava ottantadue sigarette io sorridevo e blateravo un etereo "può essere". Del resto le opinioni sono tante e mica me le vado a scartabellare tutte. Le mie ave di allora, alla mia età ,avevano già sfornato cucciolate di animaletti affamati. Le mie amiche di ora cercano invece di giocarsela tutta, prima di consumarsi dietro ad un adorabile quanto pittoresco nano da giardino. Non mi sento di giudicare nessuna delle parti chiamate in causa. Ogni contesto detta una possibilità. Ogni storia è stabilita da una volontà.
Posso però dire - per esperienza del tutto personale - che quella fetta di vita che ho trascorso a pascolare tra le spiagge assolate o consumandomi dentro ai libri di una biblioteca me la sono mangiata di gusto e mi sono anche data il tempo per digerire tutto. Non ho pesi sullo stomaco e non vado a dormire affamata. Il Polpetta ha così incrociato una mamma che forse non lo aveva inserito nella lista delle dieci cose da fare prima di struccarsi, ma che lo ha preso in braccio con la forza di chi ha nuotato parecchio prima di arrivare a riva. E quelle sono braccia forti, mica legnetti da sushi.
Certo, cara giovane ragazza dagli occhi da Hamtaro, il fisico di una ventenne naviga come un motoscafo non te lo posso negare e conosco madri poco più che ventenni che in ciclabile mi doppiano vergognosamente. Così come incrocio spesso certe trentenni che magari se la prendono più comoda, ma che sul loro dodici metri col pupo ci stanno proprio bene.
Il punto è che se alla guida del mezzo non ci metti qualcuno che sa esattamente dove andare poi non è così facile tornare a riva e pertanto non è una questione di età, ma piuttosto di rotta da seguire. Anche perché - dall'alto dei miei ormai prossimi 35 anni - vorrei precisare che ora io non navigo più su un gommone a forma di rana, ma su una fantasmagorica nave da crociera.

martedì 24 giugno 2014

Outing 1.3

Ogni bambino deve essere lasciato libero di crescere. Educare, nella primissima fase di vita, può diventare una limitazione, non una possibilità.
Gli adulti spesso credono di sapere cosa è meglio per un figlio, ma in realtà stanno solo accontentando se stessi.

(Il primo che dice: non hai studi in merito e non puoi permetterti di fare certe affermazioni, vince una lenticchia di cartapesta.)

domenica 1 giugno 2014

Outing 1.1

"Non lo prendo in braccio, perché dopo si abitua".
"Non dorme più in camera mia, perché dopo si abitua".
"Non lo allatto più al seno, perché dopo si abitua".
"Non lo addormento più io, perché dopo si abitua".

E poi hanno un cane che chiamano "amore".