mercoledì 5 ottobre 2016

SAM 2016 - Settimana mondiale per l'Allattamento Materno



Ho allattato trentatré mesi. Trentatré, come gli anni di Cristo. Come i trentini che entravano a Trento. Come l’età che avevo quando sono rimasta incinta.

Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile

Questa sono stata io, per anni e anni. Poi ho allattato trentatré mesi.

Ma devo dirlo: ho avuto culo. Un gran culo che si è comunque tramutato in rivelazione, perché la mia seconda vista mare è diventata una tavernetta con le panche scrostate.

E comunque adesso, quando incrocio mio figlio in corridoio, quando mi accorgo che stringe in mano un reggiseno e se lo butta sulle spalle come un moderno Conte Dracula, ecco, in quel momento lì la sento tutta la paura che mi sale dai calzini e va su, rapida, fin dentro le ghiandole salivari. Non c’è scampo, la sventura si abbatterà su di me con il più nefasto dei finali: mia nuora sarà proprietaria di un attico con le porte bombate e i tetti a punta e io, per questo, la odierò, in eterno.

Finché morte non ci separi.

venerdì 30 settembre 2016

Notti in bianco, baci a colazione. Un libro da vivere.



Sono andata alla presentazione del libro di Matteo Bussola: Notti in bianco, baci a colazione.

La mia amica Tiziana non poteva andarci e così ha chiesto a me di fare un sunto della serata. Io i sunti, come una miriade di altre cose, non li so fare e allora le ho scritto una lettera e i dettagli sono tanto apocalittici quanto veri.

Sono certa che non saranno le mie personali vicende a convincervi a comprare il libro, ma forse la curiosità si avventerà sulle vostre nervose falangi e alla fine cercherete Matteo su Facebook e leggere della sua normalità e la studierete tutta fino a sfinirvi e poi, un pezzo alla volta, capirete.

Vabbè, questa sono io e quello lì accanto è proprio lui.


Cara Tiziana, ecco cosa ti sei persa ieri sera.

Ti sei persa la Sartori che va al pastificio e compra cinque canederli freschi e fa ripetere alla commessa, per ben tre volte di fila, «li abbiamo fatti oggi, giuro». E poi si raccomanda che vengano impacchettati bene, perché devono entrare in uno zaino e cerca di ricostruirsi un alibi per sostenere l’interrogatorio della commessa, ormai insospettita dall’inquietudine della cliente, ma forse più dalla camicia di flanella che la Sartori sfoggia in un caldo pomeriggio di settembre.
«Sono per te? Sei sicura che ne vuoi solo cinque? Perché li metti in uno zaino? Non ce l’hai una borsa frigo? Ma dove li devi portare?».Ti sei persa quindi la Sartori che, stremata dalla sanguinaria avanzata verbale, narra tutta l’epopea del Bussola e convince infine la commessa ad annotarsi su un foglio a quadretti il titolo del libro, proprio accanto alla parola speck.


Ti sei persa la Sartori che va dal Bussola e glieli porge, i suoi canederli. E sempre la Sartori che blatera qualcosa tipo «mettili in frigo e non sbatacchiarli in giro». E ti sei persa lui che gentilmente si volta, ride, ringrazia e fissa le spalle curve della Sartori che si tuffa di testa in mezzo alla folla sfiatando inadeguatezza e pudore.
  
Ti sei persa la Sartori che ad ogni rilettura del testo tira su col naso e declina la testa verso il basso come una che c’ha seri problemi con la cervicale. Ecco, prendi nota: mai leggere il Bussola se stai in quel giorno del mese, se sei indisposta, sì, insomma se hai le tue cose. Potresti sconfiggere la ritenzione idrica, far risalire la marea, ritrovarti addosso una strana umidità corporea. E mia nonna diceva: mai fare il bagno in quei giorni lì. E allora, ecco, mai andare dal Bussola in quei giorni lì.

Ti sei persa la Sartori che beve birra. E beve birra. E poi beve birra. E poi ride nervosamente e poi tira su col naso. E beve birra. Ancora.
  
Ti sei persa la Sartori che si morde nervosamente il rosso azalea delle unghie e pensa «Una domanda! Fatti venire una domanda! Ce l’hai una cazzo domanda?» e, niente, alla fine ingoia una scheggia di rosso azalea con lo stesso soave sorriso con cui Kate Middleton si sistema la veletta davanti al figlio che le vomita sulle scarpe.

Ti sei persa la Sartori che a un certo punto trattiene il fiato, alza la mano, mostra a tutti l’ascella sudata, blatera qualcosa e poi sorride alla risposta del Bussola. E niente, non chiedermi cos’ha risposto, perché credo che parlasse del CERN o una roba così. Ecco.
  
Ti sei persa la Sartori che si mette in fila con il suo librino in mano e pensa a qualcosa di brillante da dire al Bussola.
  
Ti sei persa la Sartori che chiude la fila e si presenta al Bussola con un intelligentissimo «mi chiamo Alessandra e sono quella dei canederli».
  
Ti sei persa la Sartori che sta lì come una stalker ad aspettare che il Bussola vada a pisciare e lo trattiene per la prostata per fare una fotina insieme.
  
Ti sei persa la Sartori che torna a casa felice e si diletta nell’unica attività casalinga che le riesce bene: farsi su un panino col prosciutto.
  
Ti sei persa la Sartori che mette a dormire il piccolo Nic raccontandogli di quella volta che la mamma è andata a sentire un signore che raccontava un sacco di storie belle dove la vita ti abbraccia tutta e a te non resta che farti abbracciare.
  
Ti sei persa la Sartori che si addormenta accanto al piccolo Nic e a tutte quelle storie così vere, così belle.

E, a riprova che quel che dico è autentico, ti allego uno foto dove si capisce che stavo vestita esattamente come una che è appena andata a far la legna e misuravo mentalmente l’idiozia delle frasi che ero riuscita a partorire con il sorriso più ebete della storia del West.

mercoledì 28 settembre 2016

Cara Bridget...



Ok. L'ho visto. Ho visto il terzo episodio di Bridget Jones ed è stato come scollinare a Medjugorje.

Per anni mi sono interrogata sull'origine della mia variegata esistenza. Alterno periodi di garbata autostima a scontri titanici con il destino e la sua malaugurata inventiva. La realtà è più o meno questa: ovunque rivolga l'attenzione vien giù un disastro, inciampo da ferma, frano in mezzo ai prati, dico cose che non vorrei dire, spicco per mediocrità in ogni attività sportiva. Da incinta sbattevo ovunque, la mia specialità era scrostare gli stipiti delle porte, mi tatuavo gli spigoli sulle cosce, ridisegnavo gli spazi, transitavo attraverso le cose come un ectoplasma ma, peggio ancora, procedevo in avanti nella certezza di poter indossare, comunque, una quarantadue.

Quarantadue era la taglia in cui sognavo di infilarmi anche a sedici anni, desiderio che si frantumava ogni mattina davanti allo specchio. L’anta dell’armadio spalancava le sue orrende fauci e vomitava insulti, mentre entravo con la testa dentro il maglione di mio padre. A sedici anni a cagarmi era solo il bidello della scuola perché gli scucivo di dosso dell’autentica compassione. Quando varcavo la soglia dell’Istituto in compagnia del mio fedelissimo cannolo alla crema, quel curvo essere umano così predisposto all’insulto e all’invocazione divina usciva dal suo antro di bestia e mi offriva la sedia e stava lì a fissarmi mentre ingurgitavo l’ultimo boccone prima di salire in classe. Per il resto del tempo il genere maschile non era cosa che mi riguardasse affatto, la mia vita era costellata da femmine belle e incredibilmente stronze. Ingoiavo libri e me ne stavo lì in disparte a fantasticare sulle potenzialità della mia esistenza futura. Ero vittima di un culo non mio e portatrice sana di un caschetto che ad ogni colpo di phon intonava ritornelli di Renato Zero.

Solo adesso realizzo e prendo coscienza di un'altra acuta quanto preoccupante somiglianza, la somiglianza con te Bridget e - diavolo d’un destino! - dobbiamo parlarne ora, subito, senza lasciar insoluta la benché minima richiesta. Quindi dimmi, ti prego, dimmi! Com’è che funziona? Com’è che si arriva all’happy ending? Com'è che se io da ubriaca varco una tenda buia a un rave party mi limono di sicuro il verduraio che piscia sui lampioni della statale e tu, invece, cara Bridget, finisci dritta dritta nelle mutande di Patrick Dempsey? Com'è? Mh? Qual è il sentiero del karma che devo imboccare per ritrovarmi infine così dannatamente sfigata ma felice?

Solo questo ti chiedo, cara Bridget.
E per mantenere viva l’attesta e non far scemare il destino in altre assurde possibilità ho deciso di sostare il resto dei miei giorni dentro il sempre fedele pigiama di pile, quello rosso, quello che ha le ginocchia sui polpacci e che ci fa sembrare attraenti come un termosifone, soprattutto adesso che nella quarantadue ci entriamo entrambe e l’elastico delle mutande si arrotola ancora, ma sempre nei punti sbagliati. 

Vabbè, salutami tanto Mr Darcy e se ritieni di essere troppo occupata col pretty baby per rispondere a questa mia innocente missiva, don’t worry sore’, passa il mio indirizzo al buon Patrick e lascia fare a lui, tanto alle figure di merda ci penso da sola, i rapporti a distanza non mi spaventano affatto e gli algoritmi non li ho mai veramente capiti.


Ciao Bridget.
Grazie Bridget.
Ti voglio bene Bridget.

martedì 20 settembre 2016

Colloqui notturni


La fame delle 5 del mattino è peggio dell'insonnia delle 4. Devo inventare le patatine croccanti che non scrocchiano. Devo trovare qualcosa che soddisfi un senso senza destarne un altro. Perché di notte, in una notte dove in casa non ci sei solo tu, bisogna un po' vivere a comparti stagni.

Scrivo, mando mail, leggo. Adesso mangio. Pane da tramezzino, senza tramezzino, ho finito il prosciutto e la maionese è scaduta. Però vuoi mettere? Non fa rumore e il mio stomaco si riempie.


Poi tra un po' si alzerà pure il Papi, troverà briciole ovunque e penserà che sia passato Pollicino di ritorno dal Brennero, ma mica gli verrà in mente che sono stata io, perchè sarò lì nel lettone a dormire da cinque minuti e saranno i cinque minuti più intensi della notte. Poi suonerà la sveglia, manderò un ruggito di protesta e andrò a fare colazione. Che qui la digestione è rapida e i tempi di attesa nulli.

venerdì 9 settembre 2016

Storia di una prugna (e non solo)

- Nonno, oggi ho leccato la prugna.
- Era buona?
- No, era liscia. 
- Ma l'hai mangiata? 
- No, a me mi piace di più leccarla. La prugna.
- ...
- È bello leccarla nonno, sai?
- ...

Gli effetti della narrativa erotica in gravidanza.
E dire che ci sono puerpere che non mangiano i cavolfiori. Per dire.

lunedì 6 giugno 2016

Nic in Wonderland

 
 
Ieri ho indossato questa maglietta, era da un po' che non la tiravo fuori dal cassetto. Il Polpetta l'ha messa a fuoco, studiata, analizzata per bene. Era affascinato da qualcosa, ma non capivo cosa.
 
«Nic, che hai? Non ti piace?»
«È bella...»
 
Sorriso sghemo, fossetta destra marcata.
 
«E allora che c'è? Perché la guardi così?»
Alza il suo micromignolino, me lo punta contro.
«Perché lì c'è la mamma»
 
Abbasso gli occhi, guardo bene, rido anch'io. Rido perché scambia sempre Alice per la mamma e a me va benissimo, sia chiaro, mica glielo voglio dire che certi giorni sono pari pari alla Regina di Cuori e certi altri assumo completamente le sembianze sfrangiate dello Stregatto.
Sfioro la guancia di Alice, lui mi interroga con gli occhi, si gratta il naso che cola l'ennesima ondata di muco.
 
«Ma se io sono questa qui dimmi un po', tu che sai tutto, sai anche dirmi dov'è il paese delle meraviglie, eh?»
Alza le manine collose, se le batte sulla pancia, ride.
«Qui qui»
 
E quindi, niente, volevo dirvi che la mia di meraviglia odora di cracker rosicchiati, fango secco e kleenex appallottolato.
 
E la vostra? La vostra meraviglia di cosa profuma?
 
 
Buon lunedì, io vado a farmi un tè che per iniziare è sempre una gran cosa.
 
 

martedì 15 marzo 2016

A te (monologo - breve - sull'origine dei cazzi propri)

A te che te ne stai lì al pane e tutte le volte che stacco da terra mio figlio gli rammenti che è grande per stare in braccio;
A te che ti accosti alla pesa delle verdure con le tue dodicipeschenoci e tutte le volte che mi avvicino con una pallina di radicchio tra le dita mi chiedi se mio figlio parla e, davanti al suo mutismo coscienzioso, gli ricordi che è grande e che, pertanto, dovrebbe parlare e gli mimi un ciao come se fosse un neozelandese con seri problemi audiometrici;
A te che te ne stai annidata a pochi centimetri dalla cassa e che quando passo col carrello interrompi il conto apposta per ricordarmi che mio figlio con quel coso in bocca è brutto, bruttissimo e, sempre a te, che poi - ardita - ti rivolgi direttamente a lui per chiedergli se non si vergogna di girare con quel dannattissimo ciuccio appeso ai denti;
A te.

Sì, proprio a te, che chiedi sempre il prezzo delle spaccatine prima di ordinare un'altra volta - ancora - le spaccatine...
Sì, proprio a te, che appesa alle tue peschenoci ti carezzi il Moncler con l'aria orgogliosa di chi si porta appresso un rarissimo nido di pterodattili...
Sì, proprio a te, che hai il culo più grosso della testa, e non per una questione anatomica, ma per una necessità cerebrale...

te lo scrivo qui, così non ce lo dimentichiamo, mh?

I beati cazzi tuoi aiutano a vivere meglio. Non te li prescrive il medico e non sono esposti tra i prodotti biologici e neppure tra i farmaci da banco, no, ce li hai tu - proprio tu - e te li porti appresso tutti i santi giorni. Però devi rammentarti di cercarli, perché poi - vedi - accade che un giorno io mi incazzo e ti sbriciolo le tue spaccatine da treeuronovantailchilo; e ti tiro il cespo di radicchio lì in mezzo ai Persol nuovi fiammanti; e ti faccio rifare il conto della spesa perché mi sono ricordata che la tessera della raccolta punti ce l'ho sul fondo della borsa e lo voglio proprio quel dannatissimo servizio di tazzine con i fenicotteri rosa.

Ecco.

Tra l'altro - giusto per ultimare la spiegazione ed essere così esauriente, come sempre a te piace essere - i cazzi propri non costano nulla, te li fornisce madre natura e a te basta solo dedicarci attenzione, curarli e dimenticare così, di conseguenza, quelli degli altri, quelli per cui nessuno ti interroga, ti chiede, ti rincorre. È un'opera ardua, me ne rendo conto, ma ce la puoi fare e io ti sarò vicina. Credimi. Anzi, ti ho talmente a cuore - pensa - che, nell'eventualità che ti sfugga questo scontatissimo avviso, mi rendo disponibile a rispiegarti ogni concetto, punto per punto, con il sorriso entusiasta che sfodero puntualmente davanti allo scaffale degli assorbenti interni.


See you soon, darling.