martedì 20 settembre 2016

Colloqui notturni


La fame delle 5 del mattino è peggio dell'insonnia delle 4. Devo inventare le patatine croccanti che non scrocchiano. Devo trovare qualcosa che soddisfi un senso senza destarne un altro. Perché di notte, in una notte dove in casa non ci sei solo tu, bisogna un po' vivere a comparti stagni.

Scrivo, mando mail, leggo. Adesso mangio. Pane da tramezzino, senza tramezzino, ho finito il prosciutto e la maionese è scaduta. Però vuoi mettere? Non fa rumore e il mio stomaco si riempie.


Poi tra un po' si alzerà pure il Papi, troverà briciole ovunque e penserà che sia passato Pollicino di ritorno dal Brennero, ma mica gli verrà in mente che sono stata io, perchè sarò lì nel lettone a dormire da cinque minuti e saranno i cinque minuti più intensi della notte. Poi suonerà la sveglia, manderò un ruggito di protesta e andrò a fare colazione. Che qui la digestione è rapida e i tempi di attesa nulli.

venerdì 9 settembre 2016

Storia di una prugna (e non solo)

- Nonno, oggi ho leccato la prugna.
- Era buona?
- No, era liscia. 
- Ma l'hai mangiata? 
- No, a me mi piace di più leccarla. La prugna.
- ...
- È bello leccarla nonno, sai?
- ...

Gli effetti della narrativa erotica in gravidanza.
E dire che ci sono puerpere che non mangiano i cavolfiori. Per dire.

lunedì 6 giugno 2016

Nic in Wonderland

 
 
Ieri ho indossato questa maglietta, era da un po' che non la tiravo fuori dal cassetto. Il Polpetta l'ha messa a fuoco, studiata, analizzata per bene. Era affascinato da qualcosa, ma non capivo cosa.
 
«Nic, che hai? Non ti piace?»
«È bella...»
 
Sorriso sghemo, fossetta destra marcata.
 
«E allora che c'è? Perché la guardi così?»
Alza il suo micromignolino, me lo punta contro.
«Perché lì c'è la mamma»
 
Abbasso gli occhi, guardo bene, rido anch'io. Rido perché scambia sempre Alice per la mamma e a me va benissimo, sia chiaro, mica glielo voglio dire che certi giorni sono pari pari alla Regina di Cuori e certi altri assumo completamente le sembianze sfrangiate dello Stregatto.
Sfioro la guancia di Alice, lui mi interroga con gli occhi, si gratta il naso che cola l'ennesima ondata di muco.
 
«Ma se io sono questa qui dimmi un po', tu che sai tutto, sai anche dirmi dov'è il paese delle meraviglie, eh?»
Alza le manine collose, se le batte sulla pancia, ride.
«Qui qui»
 
E quindi, niente, volevo dirvi che la mia di meraviglia odora di cracker rosicchiati, fango secco e kleenex appallottolato.
 
E la vostra? La vostra meraviglia di cosa profuma?
 
 
Buon lunedì, io vado a farmi un tè che per iniziare è sempre una gran cosa.
 
 

martedì 15 marzo 2016

A te (monologo - breve - sull'origine dei cazzi propri)

A te che te ne stai lì al pane e tutte le volte che stacco da terra mio figlio gli rammenti che è grande per stare in braccio;
A te che ti accosti alla pesa delle verdure con le tue dodicipeschenoci e tutte le volte che mi avvicino con una pallina di radicchio tra le dita mi chiedi se mio figlio parla e, davanti al suo mutismo coscienzioso, gli ricordi che è grande e che, pertanto, dovrebbe parlare e gli mimi un ciao come se fosse un neozelandese con seri problemi audiometrici;
A te che te ne stai annidata a pochi centimetri dalla cassa e che quando passo col carrello interrompi il conto apposta per ricordarmi che mio figlio con quel coso in bocca è brutto, bruttissimo e, sempre a te, che poi - ardita - ti rivolgi direttamente a lui per chiedergli se non si vergogna di girare con quel dannattissimo ciuccio appeso ai denti;
A te.

Sì, proprio a te, che chiedi sempre il prezzo delle spaccatine prima di ordinare un'altra volta - ancora - le spaccatine...
Sì, proprio a te, che appesa alle tue peschenoci ti carezzi il Moncler con l'aria orgogliosa di chi si porta appresso un rarissimo nido di pterodattili...
Sì, proprio a te, che hai il culo più grosso della testa, e non per una questione anatomica, ma per una necessità cerebrale...

te lo scrivo qui, così non ce lo dimentichiamo, mh?

I beati cazzi tuoi aiutano a vivere meglio. Non te li prescrive il medico e non sono esposti tra i prodotti biologici e neppure tra i farmaci da banco, no, ce li hai tu - proprio tu - e te li porti appresso tutti i santi giorni. Però devi rammentarti di cercarli, perché poi - vedi - accade che un giorno io mi incazzo e ti sbriciolo le tue spaccatine da treeuronovantailchilo; e ti tiro il cespo di radicchio lì in mezzo ai Persol nuovi fiammanti; e ti faccio rifare il conto della spesa perché mi sono ricordata che la tessera della raccolta punti ce l'ho sul fondo della borsa e lo voglio proprio quel dannatissimo servizio di tazzine con i fenicotteri rosa.

Ecco.

Tra l'altro - giusto per ultimare la spiegazione ed essere così esauriente, come sempre a te piace essere - i cazzi propri non costano nulla, te li fornisce madre natura e a te basta solo dedicarci attenzione, curarli e dimenticare così, di conseguenza, quelli degli altri, quelli per cui nessuno ti interroga, ti chiede, ti rincorre. È un'opera ardua, me ne rendo conto, ma ce la puoi fare e io ti sarò vicina. Credimi. Anzi, ti ho talmente a cuore - pensa - che, nell'eventualità che ti sfugga questo scontatissimo avviso, mi rendo disponibile a rispiegarti ogni concetto, punto per punto, con il sorriso entusiasta che sfodero puntualmente davanti allo scaffale degli assorbenti interni.


See you soon, darling.



venerdì 26 febbraio 2016

Consigli per gli acquisti: DANZAINFIERA 2016 (un weekend che spacca!)




Io lo so che non sapete che fare questo fine settimana, che mettono pioggia e che chiusi in casa - col delirio del ventitseiesimo puzzle da ricomporre - non ci volete stare. E quindi?
Un balzello sul treno, la Borbonese buttata sul sedile di dietro, vicino al bambolo che dorme beato, e via! Chicazzosenefrega dell'aspirapolvere che singhiozza dal retro del divano (lamenta solitudine, lo so...)! Ci sono Fred Astaire e Ginger Rogers a un passo dall'Arno che vi aspettano, altro che balle! 

Segnalo l'evento perché io AMO Firenze, perché non devono mai mancare le occasioni per andarci, perché è lì che mi affacciavo da una camera (con svista) e meditavo sul da farsi della mia vita letteraria in tempi non sospetti. Perché lì ci ricasco, col cuore, non vi dico neppure quante volte e lo faccio sempre con il cervello che fa piroette e balzelli, perché la città è bella - bellissima - ma non solo.

E proprio a Firenze questo fine settimana si terrà DANZAINFIERA 2016. E perché ve lo dico? Perché ci sarà tutto un mondo dedicato ai piccoli (mi dicono che sono ammessi anche gli adulti, e per fortuna, amici miei! Per fortuna!).


Comunque prendete nota! La BABY DANCE AREA ospiterà psicomotricità, hip hop, capoeira, ma anche tarantella, danza orientale, locking e molto altro e non mancherà il divertimento con truccabimbi e un'area gioco tutta colorata, la stanza allattamento, il guardaroba... vabbè leggete qui e salite in treno, domani.







RAPIDI EH!

Che qui è un attimo farsi risucchiare dalla gioia!

mercoledì 10 febbraio 2016

Outing 1.7: la resilienza di una mamma.

Ieri il Polpetta mi ha servito il solito caffè della sera, quello che mi fa con la sua stilosissima moca da uno. Si è accomodato dall'altro lato del tavolo, pronunciandosi poi con una certa sollenità.
«Io domani non ci vado a scuola».
Tanto era il trasporto emotivo che giurerei di essermi scottata la lingua.
«E perché, amore bello?».
«Perché a me non mi piace la scuola».
Gli ho chiesto quindi se poteva aggiungere un po' di zucchero al caffè e, giusto per prendere altro tempo, gli ho detto anche che avrei gradito un po' di latte freddo, servito a parte. Lui, in tutta risposta, è andato a cercare il brik nella sua sacca delle verdure col velcro.
E che minchia gli dico, adesso, mh?
Gli devo dare torto?
Gli devo quindi m.e.n.t.i.r.e. perché - giovani - io o.d.i.a.v.o. andare a scuola!
E i ricordi sono ancora così spinosi che non mi bastano le pellicine delle dita per farmi passare il nervosismo. Lo ricordo ancora benissimo, come fosse qui ora, l'odore che usciva dalla cucina dell'asilo, quel misto di brodo e nulla che mi generava una repulsione senza precedenti e ricordo anche che ero terrorizzata dagli occhi a fessura dell'ausiliaria. Non ho avuto una gran fortuna, devo essere sincera, si parla di circa trentaquattro anni fa, c'era tutto un sistema educativo che ora manco sei in grado di immaginare. Per farvi un esempio, io a pranzo non volevo mangiare, mai, certe volte la maestra mi faceva sedere al suo tavolo e allora mi si assestava lo stomaco, prendevo sicurezza e qualcosa buttavo giù. Altre volte invece arrivava l'ausilaria che, forse rinvigorita dal suo ruolo di esperta del settore vettovaglie, mi afferrava il mento, strizzava la bocca fino a farmi male e ci schiacciava dentro gli spinaci. Piangevo e però la lasciavano fare, anche perché, qualcuno, si premurava pure di tenermi ancorata alla sedia e allora mi saliva sempre un po' di paura. Sono ricordi piuttosto netti ed è inutile dirvi che ad oggi io gli spinaci li mangio proprio se a cucinarmeli è Antonella Clerici con tutto un parterre di gattini al seguito.
Sì, insomma, non ho avuto un gran culo in quanto a educazione alimentare e mia madre qualcosa aveva subodorato, perché mi ero ostinata ad ingoiare solo biscotti al cioccolato, ma valli a capire i bambini, valli a scagionare i capricci, le ostinazioni, i fastidi. Non è affatto semplice. Non lo è stato per me, men che meno per lei. Ne sono certa.
E quindi io quei tre anni di scuola materna li ho passati seduta sul bordo della mia seggiolina a spalmarmi di colla vinilica nell'attesa che qualcuno venisse a prendermi. Non ho altri ricordi, ve lo assicuro. Non ricordo una canzone, non ricordo un'amicizia e neppure un dettaglio in grado di restituirmi un luccichio di meraviglia. Niente.
Vabbé, questo per passarvi un concetto piuttosto leggero di quello che dalla mente di un bambino transita fino all'età adulta, quello che ci allena a stare al mondo e quello che un po' ci rende schiavi di paure e fastidi di cui forse faremmo anche a meno.

Ma torniamo al Polpetta, al suo caffè macchiato.

«E dimmi, amore bello, perché non ti piace andare a scuola».
Si siede sulla sua seggiola rossa, appoggia i polsi al tavolo, mi guarda dritta negli occhi e lascia passare quei cazzo di otto secondi che mi vedono con gli occhi a palla e le coronarie in subbuglio.
«Perché io a scuola piango cento volte».
Una caprioletta del ventricolo destro, una caprioletta del ventricolo sinistro, due litri di saliva ingoiati in un sol boccone. Smile.
«E perché, amore bello, piangi cento volte, mh?».
Si alza, fa il giro del tavolo, si piega sulle mie ginocchia e bisbigla pianissimo.

«Perché a me mi manca cento volte la mamma».

Non potevo fare altro, la risposta c'era ed era piuttosto chiara.
L'ho preso in braccio, gli ho dato cento baci - non uno di meno - e ogni bacio era per me, non per lui. Perché ogni giorno che passa me ne accorgo sempre di più e sempre di più si fa salda la certezza che è lui che si prende cura di me, più di chiunque altro abbia mai saputo fare.

«Ascolta, Nic, ma alle maestre piace il caffè che gli fai?».
Scivola via, prende la moca e sorride.
«Sì, ne bevono sempre tre».
«E allora sai che c'è? Fammene altri due, và, ma non li zuccherare eh, che sto già bene così».

giovedì 7 gennaio 2016

Primo giorno di scuola, primo giorno di Te


Sono spaventata, nostalgica, egoista a tratti, entusiasta a sbalzi.
Piangevo, stamattina, mentre gli riempivo il suo primo zainetto per la materna. Solo quattro lacrime, ma particolarmente lunghe.
Ridevo, questo pomeriggio, mentre gli elencavo tutte le cose entusiasmanti che troverà quando, tra qualche ora, verrà accolto da nuovi abbracci e nuovi sorrisi.
E ancora adesso mi sento come se mi portassi in giro due teste.

Ma tranquilli, lo so. Lo so già.

So che il Polpetta avverte anche l'extrasistole ventricolare, che lo sente se sto male pure se giro come Patch Adams, pure se mi sono fumata otto sigarette e ho bevuto il Listerine per ingannargli l'olfatto.
So anche che è così che funziona: se sta bene è merito suo, che è una roccia, se sta male è colpa mia, che non sono stata all'altezza della situazione.

So un sacco di cose, eh.

So che si divertirà come un pazzo. Lo so.
So anche che mi mancherà come un rene. Lo so.
So addirittura che il mio è solo un fottuto piagnisteo materno piuttosto inutile. Quello schifosissimo malessere dove ti crogioli davanti alle fotine di quando aveva sei ore di vita e ti sembrava impossibile lasciarlo anche solo mezzo minuto per andare a farsi - chessò? - un bidè. Lo so.
So benissimo che quando mi rileggerò tra qualche anno sillaberò: poraccia. Lo so.

Ma vabbè. Oggi sto così.

A fare i fighi son tutti bravi. Per essere sfigati con stile invece ci vuole una certa pratica e io ce l'ho. E in questo non mi batte manco Checco Zalone.

E allora mi concentro, spingo le sopracciglia vicine vicine, chiudo gli occhi e lo cerco il mio ricordo forte, quello che mi riempie i bicipiti.

Eccolo lì, seduto in macchina che ancheggia sulle note di lost in the weekend, eccolo mentre mi dice che quella è la nostra canzone. Eccomi che penso che l'ho fatto proprio figo mio figlio, ri-eccomi che mi convinco che lo deve sapere pure lui che è così figo, perchè a due anni mica ne è cosciente e una madre debosciata che lo gonfia come un canotto a ferragosto la deve avere pure lui, dannazione. Allora guardo lo specchietto retrovisore, abbasso il volume della radio, lui di rimando si incazza come Voldemort a un passo dalla BBcream e poi, alla fine, mi guarda e aspetta. Lo sa che se interrompo lost in the weekend è solo per comunicazioni importanti. Lo sa.


«Nic, sei bello tu?»
«No»
«Sarai mica brutto?»
«No»
«E allora come sei?»
«Sono felice»


E adesso può pure venire il primo giorno di asilo.

Vai Nic! Spacca!

E, soprattutto, continua ad essere ostinatamente felice.