martedì 15 marzo 2016

A te (monologo - breve - sull'origine dei cazzi propri)

A te che te ne stai lì al pane e tutte le volte che stacco da terra mio figlio gli rammenti che è grande per stare in braccio;
A te che ti accosti alla pesa delle verdure con le tue dodicipeschenoci e tutte le volte che mi avvicino con una pallina di radicchio tra le dita mi chiedi se mio figlio parla e, davanti al suo mutismo coscienzioso, gli ricordi che è grande e che, pertanto, dovrebbe parlare e gli mimi un ciao come se fosse un neozelandese con seri problemi audiometrici;
A te che te ne stai annidata a pochi centimetri dalla cassa e che quando passo col carrello interrompi il conto apposta per ricordarmi che mio figlio con quel coso in bocca è brutto, bruttissimo e, sempre a te, che poi - ardita - ti rivolgi direttamente a lui per chiedergli se non si vergogna di girare con quel dannattissimo ciuccio appeso ai denti;
A te.

Sì, proprio a te, che chiedi sempre il prezzo delle spaccatine prima di ordinare un'altra volta - ancora - le spaccatine...
Sì, proprio a te, che appesa alle tue peschenoci ti carezzi il Moncler con l'aria orgogliosa di chi si porta appresso un rarissimo nido di pterodattili...
Sì, proprio a te, che hai il culo più grosso della testa, e non per una questione anatomica, ma per una necessità cerebrale...

te lo scrivo qui, così non ce lo dimentichiamo, mh?

I beati cazzi tuoi aiutano a vivere meglio. Non te li prescrive il medico e non sono esposti tra i prodotti biologici e neppure tra i farmaci da banco, no, ce li hai tu - proprio tu - e te li porti appresso tutti i santi giorni. Però devi rammentarti di cercarli, perché poi - vedi - accade che un giorno io mi incazzo e ti sbriciolo le tue spaccatine da treeuronovantailchilo; e ti tiro il cespo di radicchio lì in mezzo ai Persol nuovi fiammanti; e ti faccio rifare il conto della spesa perché mi sono ricordata che la tessera della raccolta punti ce l'ho sul fondo della borsa e lo voglio proprio quel dannatissimo servizio di tazzine con i fenicotteri rosa.

Ecco.

Tra l'altro - giusto per ultimare la spiegazione ed essere così esauriente, come sempre a te piace essere - i cazzi propri non costano nulla, te li fornisce madre natura e a te basta solo dedicarci attenzione, curarli e dimenticare così, di conseguenza, quelli degli altri, quelli per cui nessuno ti interroga, ti chiede, ti rincorre. È un'opera ardua, me ne rendo conto, ma ce la puoi fare e io ti sarò vicina. Credimi. Anzi, ti ho talmente a cuore - pensa - che, nell'eventualità che ti sfugga questo scontatissimo avviso, mi rendo disponibile a rispiegarti ogni concetto, punto per punto, con il sorriso entusiasta che sfodero puntualmente davanti allo scaffale degli assorbenti interni.


See you soon, darling.



venerdì 26 febbraio 2016

Consigli per gli acquisti: DANZAINFIERA 2016 (un weekend che spacca!)




Io lo so che non sapete che fare questo fine settimana, che mettono pioggia e che chiusi in casa - col delirio del ventitseiesimo puzzle da ricomporre - non ci volete stare. E quindi?
Un balzello sul treno, la Borbonese buttata sul sedile di dietro, vicino al bambolo che dorme beato, e via! Chicazzosenefrega dell'aspirapolvere che singhiozza dal retro del divano (lamenta solitudine, lo so...)! Ci sono Fred Astaire e Ginger Rogers a un passo dall'Arno che vi aspettano, altro che balle! 

Segnalo l'evento perché io AMO Firenze, perché non devono mai mancare le occasioni per andarci, perché è lì che mi affacciavo da una camera (con svista) e meditavo sul da farsi della mia vita letteraria in tempi non sospetti. Perché lì ci ricasco, col cuore, non vi dico neppure quante volte e lo faccio sempre con il cervello che fa piroette e balzelli, perché la città è bella - bellissima - ma non solo.

E proprio a Firenze questo fine settimana si terrà DANZAINFIERA 2016. E perché ve lo dico? Perché ci sarà tutto un mondo dedicato ai piccoli (mi dicono che sono ammessi anche gli adulti, e per fortuna, amici miei! Per fortuna!).


Comunque prendete nota! La BABY DANCE AREA ospiterà psicomotricità, hip hop, capoeira, ma anche tarantella, danza orientale, locking e molto altro e non mancherà il divertimento con truccabimbi e un'area gioco tutta colorata, la stanza allattamento, il guardaroba... vabbè leggete qui e salite in treno, domani.







RAPIDI EH!

Che qui è un attimo farsi risucchiare dalla gioia!

mercoledì 10 febbraio 2016

Outing 1.7: la resilienza di una mamma.

Ieri il Polpetta mi ha servito il solito caffè della sera, quello che mi fa con la sua stilosissima moca da uno. Si è accomodato dall'altro lato del tavolo, pronunciandosi poi con una certa sollenità.
«Io domani non ci vado a scuola».
Tanto era il trasporto emotivo che giurerei di essermi scottata la lingua.
«E perché, amore bello?».
«Perché a me non mi piace la scuola».
Gli ho chiesto quindi se poteva aggiungere un po' di zucchero al caffè e, giusto per prendere altro tempo, gli ho detto anche che avrei gradito un po' di latte freddo, servito a parte. Lui, in tutta risposta, è andato a cercare il brik nella sua sacca delle verdure col velcro.
E che minchia gli dico, adesso, mh?
Gli devo dare torto?
Gli devo quindi m.e.n.t.i.r.e. perché - giovani - io o.d.i.a.v.o. andare a scuola!
E i ricordi sono ancora così spinosi che non mi bastano le pellicine delle dita per farmi passare il nervosismo. Lo ricordo ancora benissimo, come fosse qui ora, l'odore che usciva dalla cucina dell'asilo, quel misto di brodo e nulla che mi generava una repulsione senza precedenti e ricordo anche che ero terrorizzata dagli occhi a fessura dell'ausiliaria. Non ho avuto una gran fortuna, devo essere sincera, si parla di circa trentaquattro anni fa, c'era tutto un sistema educativo che ora manco sei in grado di immaginare. Per farvi un esempio, io a pranzo non volevo mangiare, mai, certe volte la maestra mi faceva sedere al suo tavolo e allora mi si assestava lo stomaco, prendevo sicurezza e qualcosa buttavo giù. Altre volte invece arrivava l'ausilaria che, forse rinvigorita dal suo ruolo di esperta del settore vettovaglie, mi afferrava il mento, strizzava la bocca fino a farmi male e ci schiacciava dentro gli spinaci. Piangevo e però la lasciavano fare, anche perché, qualcuno, si premurava pure di tenermi ancorata alla sedia e allora mi saliva sempre un po' di paura. Sono ricordi piuttosto netti ed è inutile dirvi che ad oggi io gli spinaci li mangio proprio se a cucinarmeli è Antonella Clerici con tutto un parterre di gattini al seguito.
Sì, insomma, non ho avuto un gran culo in quanto a educazione alimentare e mia madre qualcosa aveva subodorato, perché mi ero ostinata ad ingoiare solo biscotti al cioccolato, ma valli a capire i bambini, valli a scagionare i capricci, le ostinazioni, i fastidi. Non è affatto semplice. Non lo è stato per me, men che meno per lei. Ne sono certa.
E quindi io quei tre anni di scuola materna li ho passati seduta sul bordo della mia seggiolina a spalmarmi di colla vinilica nell'attesa che qualcuno venisse a prendermi. Non ho altri ricordi, ve lo assicuro. Non ricordo una canzone, non ricordo un'amicizia e neppure un dettaglio in grado di restituirmi un luccichio di meraviglia. Niente.
Vabbé, questo per passarvi un concetto piuttosto leggero di quello che dalla mente di un bambino transita fino all'età adulta, quello che ci allena a stare al mondo e quello che un po' ci rende schiavi di paure e fastidi di cui forse faremmo anche a meno.

Ma torniamo al Polpetta, al suo caffè macchiato.

«E dimmi, amore bello, perché non ti piace andare a scuola».
Si siede sulla sua seggiola rossa, appoggia i polsi al tavolo, mi guarda dritta negli occhi e lascia passare quei cazzo di otto secondi che mi vedono con gli occhi a palla e le coronarie in subbuglio.
«Perché io a scuola piango cento volte».
Una caprioletta del ventricolo destro, una caprioletta del ventricolo sinistro, due litri di saliva ingoiati in un sol boccone. Smile.
«E perché, amore bello, piangi cento volte, mh?».
Si alza, fa il giro del tavolo, si piega sulle mie ginocchia e bisbigla pianissimo.

«Perché a me mi manca cento volte la mamma».

Non potevo fare altro, la risposta c'era ed era piuttosto chiara.
L'ho preso in braccio, gli ho dato cento baci - non uno di meno - e ogni bacio era per me, non per lui. Perché ogni giorno che passa me ne accorgo sempre di più e sempre di più si fa salda la certezza che è lui che si prende cura di me, più di chiunque altro abbia mai saputo fare.

«Ascolta, Nic, ma alle maestre piace il caffè che gli fai?».
Scivola via, prende la moca e sorride.
«Sì, ne bevono sempre tre».
«E allora sai che c'è? Fammene altri due, và, ma non li zuccherare eh, che sto già bene così».

giovedì 7 gennaio 2016

Primo giorno di scuola, primo giorno di Te


Sono spaventata, nostalgica, egoista a tratti, entusiasta a sbalzi.
Piangevo, stamattina, mentre gli riempivo il suo primo zainetto per la materna. Solo quattro lacrime, ma particolarmente lunghe.
Ridevo, questo pomeriggio, mentre gli elencavo tutte le cose entusiasmanti che troverà quando, tra qualche ora, verrà accolto da nuovi abbracci e nuovi sorrisi.
E ancora adesso mi sento come se mi portassi in giro due teste.

Ma tranquilli, lo so. Lo so già.

So che il Polpetta avverte anche l'extrasistole ventricolare, che lo sente se sto male pure se giro come Patch Adams, pure se mi sono fumata otto sigarette e ho bevuto il Listerine per ingannargli l'olfatto.
So anche che è così che funziona: se sta bene è merito suo, che è una roccia, se sta male è colpa mia, che non sono stata all'altezza della situazione.

So un sacco di cose, eh.

So che si divertirà come un pazzo. Lo so.
So anche che mi mancherà come un rene. Lo so.
So addirittura che il mio è solo un fottuto piagnisteo materno piuttosto inutile. Quello schifosissimo malessere dove ti crogioli davanti alle fotine di quando aveva sei ore di vita e ti sembrava impossibile lasciarlo anche solo mezzo minuto per andare a farsi - chessò? - un bidè. Lo so.
So benissimo che quando mi rileggerò tra qualche anno sillaberò: poraccia. Lo so.

Ma vabbè. Oggi sto così.

A fare i fighi son tutti bravi. Per essere sfigati con stile invece ci vuole una certa pratica e io ce l'ho. E in questo non mi batte manco Checco Zalone.

E allora mi concentro, spingo le sopracciglia vicine vicine, chiudo gli occhi e lo cerco il mio ricordo forte, quello che mi riempie i bicipiti.

Eccolo lì, seduto in macchina che ancheggia sulle note di lost in the weekend, eccolo mentre mi dice che quella è la nostra canzone. Eccomi che penso che l'ho fatto proprio figo mio figlio, ri-eccomi che mi convinco che lo deve sapere pure lui che è così figo, perchè a due anni mica ne è cosciente e una madre debosciata che lo gonfia come un canotto a ferragosto la deve avere pure lui, dannazione. Allora guardo lo specchietto retrovisore, abbasso il volume della radio, lui di rimando si incazza come Voldemort a un passo dalla BBcream e poi, alla fine, mi guarda e aspetta. Lo sa che se interrompo lost in the weekend è solo per comunicazioni importanti. Lo sa.


«Nic, sei bello tu?»
«No»
«Sarai mica brutto?»
«No»
«E allora come sei?»
«Sono felice»


E adesso può pure venire il primo giorno di asilo.

Vai Nic! Spacca!

E, soprattutto, continua ad essere ostinatamente felice.

venerdì 25 dicembre 2015

50 sfumature di noi (forse 51, ecco)


365 giorni di erotismo studiato da tutti i punti di vista, il mio. Letterari e cinematografici, si intende.
E stasera?
Stasera il top.
È la vigilia di natale, voglio dire. Io me lo merito un regalo, no?
C'è gente che, in questo preciso istante, sarebbe disposta a mangiarsi pure la madre, nel vano tentativo di farla smettere di cucinare. 
E poi ci sono quelli che improvvisano regali, ravanano nell'armadio e tirano fuori quel pullover verdinospedale che qualcuno deve pur avergli rifilato in qualche modo, ma c'è l'amnesia che si sostituisce alla redenzione e allora lo reincartano, così, tanto per liberarsene e poter santificare qualche altro essere vivente.
E poi ci sono milioni di genitori che - proprio ora - chiudono pacchi grandi quanto un divano, e attaccano lo scotch sempre nei soliti punti sbagliati e allora lo staccano e scrostano la carta dai rispettivi colori e mimano una bestemmia, ma non la dicono. Sia mai. È la vigilia di natale e poi c'è il bimbo che dorme, di là, beato. E che si fa quando il bimbo dorme così beato, eh? Che si fa?

Io ho già incartato tutto e ho cenato con pane e prosciutto.
Sto pronta! No?

E allora lo vedo arrivare, con un rotolo di nastro adesivo in mano - no scotch, eh... ragazze attenzione! Quello che il Papi stringe in mano è proprio nastro adesivo! Quello che usano i muratori! Gli elettricisti! Quello che vendono in ferramenta! - e mi dico che sì, cazzo, ci siamo! Il Papi ha incrociato Mr Grey da Laroy Merlin e io posso solo ringraziare quel vecchio rincoglionito di Babbo Natale che negli ultimi tre anni se ne è un po' fottuto delle mie quartine spedite in Lapponia, che sto giro l'ha capita l'antifona e se l'è pure imparate a memoria le rime!
Mi lascio quindi fasciare i polsi e nel mentre sogghigno copiosamente. Poi lo guardo mentre afferra un cavo di luminarie, ci spoglia l'albero e me le stringe addosso e mi dico che, diavolo d'un Papi, quando si mette è più brillante di un rossetto Avon. Non ho via di scampo!

EVVIVA!
YUHU!
WOWOW!

Mi tappa la bocca.
Mi tappa la bocca?!
Pennarello.
Pennarello?!
Macchina fotografica.
Macchina fotografica?!

No. Ragazzi! Che cazzo succede?!
Dov'è Mr Grey?! Dove sono i giri della morte?! Ma, soprattutto, dov'è il mio cellulare?!

No! Papi! Metti giù il mio telefono! Non la puoi postare quella cazzo di foto! Io ODIO il natale! Io non li farò MAI gli auguri al mondo intero! Io le mando a fare in culo le persone! Io non lo dico BUON NATALE! Piuttosto mi faccio mettere il glitter sulle unghie dei piedi! Piuttosto mi infilo duecentododici bigodini in testa! Piuttosto mi limono un piatto di trippa! Piuttosto...

...

Vabbè, fate i bravi e se stanotte vi amate tra gli aghi di pino, fatelo con giudizio. Mi raccomando, che io vi penso.

Tutti.

E merry christmas, eh.

domenica 22 novembre 2015

È (quasi) natale. Cazzo.

Dovevate dirmelo. Era vostro dovere avvisarmi.
Non ho neppure digerito la castagnata dei morti, sto ancora vaneggiando sul dodicesimo mojito di fine agosto e voi non me lo avete detto! Ci sono cose che le madri sono tenute a dire! Non ai figli, no, ma alle altre madri, alle povere primipare, a quelle che non partoriscono sapute e che sono pronte a mungere tette, a palleggiare neonati, ad aspirare muco, ma non lo sanno!

n.o.n.l.o.s.a.n.n.o.

Perchè questa cosa non sta scritta da nessuna parte e poi quelle uniche volte in cui ci si imbatte nell'evento fingi pure di non vederlo e, proprio quando stai per metterti in salvo, decidi di smettere di fingere e ti improvvisi Nostradamus e lo urli ai quattro venti, stracciandoti le vesti, che TU, donna emancipata che si è fumata anche i volantini della coop pur di mostrarsi abbastanza mascolina, non entrerai mai in un negozio di giocattoli il venti di novembre per spendere la tua mensilità in un quintale di plastica e bulloni! Che non ti ridurrai MAI a strusciare dentro il tuo sudario in goretex per pedinare la tizia che si è portata via l'ultimo esemplare di un macrocefalo biondo dall'occhio vitreo! Che non lo farai MAI-MAI-MAI di andare su internet e contattare la peggio gente per acquistare al mercato nero una sorta di minimacchinina guidata da un bulldog con la zeppola!

MAI-MAI-MAI...
...un cazzo!

Lo farai e non sarai cosciente di farlo. Ci andrai in quel dannato superstore e sarà persino in pausa pranzo, convinta di fottere gli altri genitori. Ci andrai! Perchè tuo marito te l'ha ribadito tredici volte la sera prima, e giureresti di averlo sentito blaterare persino nel sonno, che da un rapido consulto dei ventisei volantini appesi in bacheca quello del superstore è il prezzo più conveniente. E accadrà e tu lascerai che accada e ti sentirai persino grata della fatica fatta per sputtanare le tue promesse di indipendenza.
Lo farai e sarà esattamente così...
Ti dirai che è il venti di novembre e che puoi andarci tranquilla al megastore, che i volantini pascolano nelle bussole della posta da una settimanella scarsa e che c'è la crisi, c'è la guerra, c'è la pace, c'è che tutti hanno da dire e fare altro e allora puoi vestirti di campanellini e entrarci scalza in quella corsia di luci e colori perchè tanto niente e nessuno potrà mai castigare il tuo karma.
SQUAT!
Il primo lo fai che neppure te ne accorgi. Ti pieghi, e ti ripieghi, ti bruciano i muscoli ma non lo senti tanta è la concentrazione nel controllare per la trentaduesima volta il doppiofondo degli scaffali. E solo davanti alla commessa che ti darà il sold out, solo allora accuserai il primo tremore, il primo cedimento muscolare.
TLIN!
Il Polpetta è stato chiaro. Questo è il suo primo Natale in stereo e lo ha detto, esplicitamente, senza mangiarsi nessunissima parola: quartier generale! quartier generale!
Eccheè?
Velodicoio! Un ammasso di plastica colorata su cui far scivolare una certa quantità di cagnolini ammaestrati da un bimbominchia munito di iphone8.
Eppure non ce l'ho il cuore per fingere di non aver sentito. Non è più il bambolo mumu di un anno fa e io non posso più dirgli che il legno colorato con il succo di pomodoro è figo da far paura, non posso più fargli credere che i cubetti monocromatici da impilare in tinta con le mie unghie sono la cosa più interessante di questa terra.
OH! OH! OH!
Non posso più imporgli la mia, capite? Ma non dovevo scontrarmi con lui solo a sedici anni per il motorino? Non era questo il primo intoppo tra me il mio giganterrimo amore nei suoi confronti!?

Il punto è un altro però... il venti di novembre il quartier generale è chiaramente ESAURITO
MALEDETTE VOI!
Solo ora vi vedo mentre vi avvicinate allo scaffale della Paw Patrol come delle vietcong addestrate  e controllate la corsia alle vostre spalle e vi lanciate verso l'ultimo residuato bellico di plastica e bulloni! Solo ora vi vedo, mentre ve ne andate sogghignando e vi voltate e mi guardate e pensate poverasfigata.
Ebbene se credete di esservi giocate il nobel per la pace con questo gesto orribile, scordatevelo! Accusato il colpo ho poi sferrato il mio di rimando e ne vado talmente fiera che non ho il coraggio di guardarmi allo specchio, perchè lo so, lo so che c'ho scritto stronza in fronte.

Oggi ho varcato la soglia dell'ennesimo negozio di giocattoli, e no, non cercavo il quartier generale, perchè il Polpetta nel mentre aveva lanciato un altro messaggio subliminale dandomi la salvifica alternativa. Entravo e compravo carta rossa per imballare l'acquisto già fatto altrove e mentre ero in coda alla cassa, mentre guardavo le altre madri che, funamboliche, sostenevano in bilico su un piede solo il peso di dodici puzzle di Violetta, ho notato una giovane donna abbracciata al suo camion bianco e grigio, quello che porta in giro i sette fantomatici cagnolini di cui sopra, quello che io - perlappunto - ho comprato in offerta al megastore dopo essermelo guadagnato a suon di gomitate. Del resto la commessa me l'aveva detto che non poteva garantire un riassortimento e aveva sottolineato che ero stata fortunata ad accaparrarmelo e mi aveva anche saggiamente consigliato di correre dritta alla cassa e di infilarmelo poi sotto il giaccone e di tenermelo stretta alle tette finchè non fossi giunta sana e salva fino alla macchina.

La giovane madre se lo stringeva altrettanto con forza alle sue di tette, guardava il marito e sogghignava un "siamo fortunati! sai, era l'ultimo".
PIT!
Il codice a barre alla cassa sgranava un rosario di 95 euro!
Ok, lo ammetto, stavo per buttarmi come Buffon ai mondiali, ero pronta ad infilarmi tra lei il bancomat, stavo per farlo! Ma poi non l'ho fatto. La mia dea interiore si è svegliata dai postumi dell'ultima sbornia per tirarmi il lobo destro dell'orecchio e sussurrare: perdonala, perchè non sa quello che fa...

Io quel camion, in offerta, al megastore, me lo ero portava via con dei misererrimi 50 euro e questo alle volte si chiama culo. E allora la prima cosa che ho pensato incrociando i gelidi occhi azzurri del babbo natale posto all'uscita del negozio è stata che quello della madre è tanto il mestiere dell'amore quanto il mestiere della stronza.

E questo è il mio primo pensiero natalizio, pensate un po'...

E il vostro? Dai ditemelo, ma toglietevo quel rosa ciclamino che vi imbelletta le gote, tanto lo so che siete stronze pure voi.

Anche a Natale.

martedì 10 novembre 2015

I multipli di uno.


Spiegare a un figlio unico cosa si prova a dividere spazi e crescita (e vita) con un altro figlio unico, non è una cosa facile.
Ecco perchè voto per le famiglie numerose, perchè sono ricche di figli unici che fanno a botte e che alle volte si amano e alle volte si detestano. Fratelli o sorelle che ti obbligano a crescere con un confronto continuo di fastidi e meraviglie, personaggi che ti popolano i paesaggi e ti scartavetrano per bene le emozioni. E così varchi la soglia della fase adulta che ti sei anche un po' già rotto i coglioni, ma in compenso hai un armadio pieno di armi che sai imbracciare e di cui non potrai più fare a meno.

Cos'è una famiglia, mamma?
Me l'ha chiesto ieri il Polpetta.
Tutti grandi domande in casa 'sto periodo, ma tranquilli non siamo fenomeni, è il momento che chiama analisi e alle analisi bisogna rispondere altrimenti ti inceppi, altrimenti ti ammali.
Cos'è una famiglia?
Ho sospirato. Ho sorriso tirandomi fuori i denti e gli ho battuto sul torace con un dito.
È tutto quello che qui dentro fa rumore. Lo senti il rumore, Nic?
Lui mi ha guardata e ha fatto no con la testa. Poi però si è perso dentro un sorriso sghembo, si è spinto in avanti e mi ha baciata.
Quel bacio ha fatto un gran rumore.

Ed è lo stesso rumore che fa il telefono quando riattacco e dall'altra parte c'è mio fratello. Il cuore martella. Stesso ritmo, stessa costanza. Perchè in ogni famiglia c'è sempre qualcuno che prende le sembianze di un boomerang: scompare all'orizzonte e poi ti riappare davanti. E le mie mani si alzano sempre e lo afferrano al volo, proprio non ce la faccio a lasciare la presa. È un impulso che non ha spiegazioni. E tutte le volte il cuore si ribalta e tutte le volte fa sempre quell'identico indefinibile rumore.

Un giorno lo registrerò e ve lo farò sentire, per ora, fidatevi di me che valgo un bel nulla, il suono che sento quando apro la porta a quella testa così diversa dalla mia è sempre lo stesso. Ed è simile ad un vecchio registratore di cassa, quelli che ormai vediamo solo nei film, quelli dove alla fine della moltiplicazione c'è un "plin" che suona e stabilisce il risultato. Un fratello è quella moltiplicazione lì, è il vostro numero che torna, è il singolo che diventa doppio, è un poco che diventa più. Perchè uno per due non fa mai uno, fa sempre due.

E sì, quel bidoncino biondo lassù sono io. E quell'altro spaventapasseri è lui. E forse già la vedevamo, seduti in mezzo a quell'erba secca, con i sassi piantati nel culo e perfetti come non mai, la necessità assurda di far contenti mamma e papà. E già ridevamo di noi, perché se lo provi lo sai che dell'amore la parte più faticosa è la famiglia, e allora ti fai andare bene tutto e impari a diventare un po' l'uno e un po' l'altro. 

E io sarò sempre un po' lui e lui sarà sempre un po' me.