venerdì 30 giugno 2017
Piccolo Uomo
Sei entrato puntando i piedi e adesso corri così forte che fatico a starti dietro.
Avanti tutta, anima bella!
giovedì 29 giugno 2017
L'amore è una cosa semplice - parte seconda
«Nic, che hai fatto oggi a scuola?»
«C'era l'Adele.»
«Mh. C'era anche l'Amelia?»
«Sì.»
«E che hai fatto con l'Amelia?»
«L'ho baciata.»
«Mh. E con l'Adele?»
«L'ho baciata.»
[ride di una risata maschia che mi fa accartocciare le budella]
«Perché ridi?»
«Ho giocato con l'Adele e l'ho chiamata Amelia.»
«Mh. E lei rideva quando l'hai chiamata Amelia?»
«No. Aveva la bocca dritta dritta.»
«E tu che facevi?»
«Ridevo.»
«E ti sembra giusto ridere mentre uno ha la bocca dritta dritta?»
«Sì.»
«No, invece, non si deve ridere se uno ha la bocca dritta dritta.»
«Ma non ridevo solo io!»
«Ah, no? E chi è che rideva con te?»
«L'Amelia.»
Domani è l'ultimo giorno di scuola. Dio ti ringrazio.
«Mh. C'era anche l'Amelia?»
«Sì.»
«E che hai fatto con l'Amelia?»
«L'ho baciata.»
«Mh. E con l'Adele?»
«L'ho baciata.»
[ride di una risata maschia che mi fa accartocciare le budella]
«Perché ridi?»
«Ho giocato con l'Adele e l'ho chiamata Amelia.»
«Mh. E lei rideva quando l'hai chiamata Amelia?»
«No. Aveva la bocca dritta dritta.»
«E tu che facevi?»
«Ridevo.»
«E ti sembra giusto ridere mentre uno ha la bocca dritta dritta?»
«Sì.»
«No, invece, non si deve ridere se uno ha la bocca dritta dritta.»
«Ma non ridevo solo io!»
«Ah, no? E chi è che rideva con te?»
«L'Amelia.»
Domani è l'ultimo giorno di scuola. Dio ti ringrazio.
mercoledì 21 giugno 2017
{POST SENZA PUNTEGGIATURA [che tanto non la so mettere e quindi]}
ma noi la mamma montessoriana che al buffet dell'albergo mette la pinza in mano alla bimba di un anno con l'intento di farle prendere i pisellini e intanto coordina tutto il alto tedesco antico ma a noi si rivolge in veneto con un la fa tuto da soa quanto cazzo la amiamo
lunedì 19 giugno 2017
Game Over
«Le regole, darsi delle regole», dice il Papi.
Sfortunatamente non si è buttato in politica, perché la forza di certi suoi
diktat si sgretola subito davanti ad un qualsiasi videogioco popolato da zombie
e nutrie in decomposizione, ecco perché credo che sarebbe stato un ottimo
ministro, perché l'occhio da bue messo in sella al trattore gli è esploso
in faccia solo dopo aver espresso il seguente pensiero
«Basta sala giochi!
Adesso andiamo all'altalena! All'aperto! All'aria! All'ombr... oh, ma guarda ci
sono gli zombie...»
Predire, dire, ridire, contraddire, eccole le meraviglie dell'essere genitori.
Poi vabbè a quelli bravi non succede mica di farsele fuori tutte le fasi dello
splendore e del disappunto, ma questa è un po' la cinquantunesima sfumatura che
nessuno conta mai.
Quelli bravi, genitori, col predire sono già a posto; quelli bravi sono bravi
punto e, fateci caso, si muovono bene in gruppo; esercitano il medesimo sguardo
vitreo; da lontano ti indicano con la mano alzata e gorgheggiano - sì, lo so,
ho detto gorgheggiano - e si accartocciano pure un poco dentro a quel loro
frenetico gesticolare.
Come gli zombie, appunto.
Ma per fortuna io c'ho il Nic adesso che ci spara addosso agli zombie - sì, lo
so, ho detto ci spara - e usa palline di gomma fluorescente e lo fa mandando in
aria risate e, si sa, fa più vittime una risata che una pistola laser - sì, lo
so, gli zombie sono già morti - vabbè, per fortuna che c'ho lui, ecco. Ma non
ditelo al Papi, eh, non diteglielo che fa leggi evanescenti perché magari
prende coraggio e si butta sul serio in politica. Ecco, no, mi manca solo
questo, dai. Poi chi li sente i detrattori della PlayStation appesa in classe
al posto del crocifisso. Chi li sente, mh?
E dire che pure io sono stata una brava genitrice, una volta, un po' come
Cenerentola è stata una colf e Biancaneve una drogata, ma è stato tipo quattro
anni fa, è stato tipo quando ero un'altra, è stato tipo quell'attimo prima di
mettere al mondo mio figlio.
mercoledì 3 maggio 2017
Insegnare il dolore
Forte. Ti dicono che devi essere forte, ma non ti insegnano
il dolore. E allora cresci educato, ma scoperto. Il pianto non conosce
dignità, le ferite non si rimarginano subito, alcune non si chiudono affatto.
Sono stata educata a non considerare il male e il capro espiatorio era sempre
il buon cuore di chi mi stava a guardare. Poi ho avuto un figlio e mi hanno
detto che non mi potevo più pulire gli occhi, che i fazzoletti erano per il
moccio al naso, il suo, e che io - la mamma - dovevo ripiegare sulla
plastica di un sorriso perenne.
Sono stata rammendata tante volte e a forza di tenerlo dentro - il pianto - mi si è deformata la faccia. La mandibola è massiccia, le rughe sono diventate profonde. Mio figlio sa esattamente quando sto per piangere anche se non lo faccio. Si avvicina e mi pianta il naso sotto il mento, con la mano destra mi tiene l'orecchio destro e restiamo così, in silenzio, per un po'. Qualche volta piango io, qualche volta piange lui. E non siamo soli, mai.
L'immagine sopra è tratta dal libro Perché piangi, mamma? - Emme Edizioni.
mercoledì 19 aprile 2017
Le paure che non ti ho detto.
Eh, sticazzi, sì. La vita è un percorso a ostacoli dove per
sopravvivere devi solo fare due cose: maturare prontezza di spirito e imparare
un sacco di parolacce. Ecco io sulla seconda ero preparatissima, sulla prima un
po’ meno, decisamente meno. Ma tant’è che ci si indottrina in qualche modo,
pure nell’urgenza. Ecco, io adesso - per essere del tutto sincera e farvi
capire quindi come ci si sente nudi di qualsiasi poesia o religiosa credenza -
sono oggettivamente provata. C’ho tutti i muscoletti del cervello che urlano e
le fibre nervose perennemente in allarme. Ma niente paura, se sto messa come un
cubo di Rubik a cui hanno scollato le tesserine è anche perché il cerchio deve
chiudere il suo giro. Se vi venissi a dire che sto bene, benissimo, mentirei
spudoratamente e solo in virtù di una bella messa in onda, di una facciata
disonesta, di una tranquillità imprudente. In verità, in verità vi dico, che
sto ‘na chiavica. Il corpo reagisce e direi pure bene, ma la testa arranca. La
paura intacca lo spirito e c’è poco da fare, o accetti la sganasciata del
destino o ti metti lì in attesa che tutto prima o poi passi sul serio.
Ecco,
io sto in quel preciso frangente in cui l’attesa pare eterna. Sto in bilico sul
ciglio della sedia ad accusare ogni colpo di tosse come un attacco di
tubercolosi. Sto in allerta dietro la porta ad aspettare l’iperventilazione.
Sto affondata in quel preciso istante della notte in cui ogni ombra diventa
demone. Nessuno mi ha detto che devo stare lì, sia chiaro, ma ci sto uguale.
Questa è la vera verità: la paura è un fil di ferro che ti taglia in due il
cuore, e ogni ferita - si sa - non smette di sanguinare subito.
Lo
so, dovrei fare come fanno i cani, scrollarmi la pelliccia e sparare lontano
tutte le minuscole merdine che mi si sono appiccicate addosso. Lo so, ma il
punto è che non sono neppure un cane e la mia superficie è assurdamente porosa.
Io delle emozioni tiro dentro tutto, aspiro e mando giù senza darmi il tempo di
capire. Liberarsi del proprio sentire è un lavoraccio che comporta fatica e
rivoluzioni. Autentiche rivoluzioni. E chi ce l’ha sempre la forza di mettersi
a fare casino? Io sì - di solito sì - ma mi viene bene da sbronza, da euforica,
da incazzata, quando sto a metà strada tra la stanchezza e la lucidità di
spirito mi perdo come si perdono tutti.
C’è
però una cosa che mi salva sempre e di questa cosa certi giorni vado fiera,
certi altri no. Io tra il fegato e il pancreas ho installato un autentico
laboratorio di alchimia. Piastrellato di verde sta tutto affollato di ampolline
fumanti. Ecco, in quel minuscolo ambiente lì, dove l’aria è irrespirabile e il
fuoco pare portarti via il naso si rielaborano le emozioni. Non ci si mette due
attimi a trovarla la pace, ce ne voglio pure quattro o cinque di attimi e una
sana consapevolezza che quel disordine umano è tanto indisciplinabile quanto
prezioso. Dal laboratorio ogni ventisei o ventisette attimi escono delle
sottili asticelle d’oro, oro purissimo. Ho tutta una struttura interna che è
popolata di pagliuzze luminescenti pronte a piegarsi sotto il peso del mondo.
Io sono un cantiere aperto dove entra la luce senza uscirsene mai e mi scompongo
e destrutturo ogni volta come se fosse la prima e non sarò mai ultimata neppure
il giorno in cui penserò di esserlo.
E,
niente, ringrazio Eilish per aver generato questa creatura. L’ho acquistata
pochi giorni prima dell’intervento, volevo qualcosa che sostituisse in tutto e
per tutto la mia tiroide. Tra un diamante grosso come un molare e uno slogan
per una campagna elettorale ho scelto lo slogan, anzi no, la parola, anzi no,
la parolaccia. Che a me le parolacce calzano tutte dannatamente bene. Quindi,
sticazzi gente che se una è figa ‘n c’ha proprio le forze di smettere di
esserlo, pure col collo di Maria Antonietta, pure con l’abbronzatura del sovrano
della Valacchia, pure con l’umore di Darth Vader.
Ah
Ah
Ah
lunedì 3 aprile 2017
CARCINOMA. Il peso di certe parole.
Carcinoma è una parola brutta, come brutto è il suono che produce quando qualcuno se la fa passare in bocca. Con un’altra parola come - chessò - pantolofola ci si muove meglio, molto meglio. Pantofola è un termine morbido, lo mastichi come una gelatina di frutta e le consonanti non ti si infilano tra un dente e l’altro come pezzi di vetro.
Vabbè, questo per dire che
la mia tiroide ha deciso di dare ospitalità a taluni elementi poco graditi e
lo ha fatto a mia insaputa. Ecco perché ho deciso di sfrattarla senza
preavviso, che di tutti gli atteggiamenti cazzuti questo mi pare proprio il più
solenne. Del resto per un inquilino che non rispetta i regolamenti si applicano
sanzioni doverose e quindi «bye-bye little butterlfy, go away e passa la pezza
prima di chiudere».
Detto questo – e tutto d’un
fiato, che se replicate in coro vien qui Trump a controllare – voglio precisare
che sto bene. Non voglio quindi vedere emoticon piagnone, volpine affrante o
panda impiccati a uno Stecca Lecca, così come non voglio sentirmi sul collo il
peso di certi sospiri. Sono settimane che vivo in mezzo a una costante corrente
emotiva e c’ho i reumatismi che mi trapassano il cuore, credetemi. L’ansia
degli altri è pesante da sostenere, più della propria. Non che l’indifferenza
sia una passeggiata di salute, eh, ma questa è un’altra storia e merita un
passaggio a nord-ovest che in questo momento non riesco ancora a praticare.
E allora lo scrivo dentro a
un post, con il solo intento di dirlo a tutti senza guardare negli occhi
nessuno, perché la paura che si manifesta in mezzo alle ciglia degli altri
indispone quasi quanto la noncuranza e io, in questi mesi, ho fatto una
fatica disumana nel tentativo di sganciarmi dal senso di responsabilità che mi
lega alle persone. È un attimo sentirsi in colpa pure se non hai fatto
niente.
Per giorni ho portato
avanti la convinzione che dentro alla carte che maneggiavo non ci fosse il mio
nome, che la cosa di cui tutti discutevano non mi riguardasse affatto. Per
giorni mi sono convinta che non poteva essere vero. Ho sempre avuto il
controllo di tutto, perderlo mi pareva impossibile, inumano. E così ho messo in
pratica quello che fanno certi animali feriti, mi sono allontanata, ho lanciato
i chilometri a mio figlio, perché di tutte le interrogazioni le sue mi
sembravano le più insostenibili, ho finto come non ho mai finto in vita mia,
perché ogni lacrima che disperdevo pareva fatta di amianto e il terrore che gli
altri ci morissero dentro a mie spese era sempre troppo alto.
Carcinoma è un sostantivo.
Un sostantivo che ho sempre evitato di usare. E così adesso lo scrivo qui, per
esteso, con il solo intento di ridistribuirne il peso, con la sola volontà di
concedermi alla comunicazione facile e immediata. E poi devo lasciar fare al
cursore quello che non sono riuscita a fare per mesi: domare le coniugazioni,
ricollocare gli aggettivi, misurare gli avverbi. Le parole sono difficili da
gestire - l’ho urlato per giorni con una rabbia feroce che non sapevo gestire -
ma l’errore mi guardava da sotto in su mentre stavo lì a dondolarmi sul ciglio
del pregiudizio. Le parole sono l’opportunità che ci concediamo, che molto
spesso neppure vediamo e possono essere leggere, pure quando sono brutte e
sbrecciate, e possono volare in aria come farfalle pure dopo che le abbiamo
accusate come proiettili.
Quindi, questo è.
Ho sfrattato quella
sfaccendata della mia tiroide e ricominciato a mettermi il fondotinta fin
dentro ai calzini.
So che qualcuno in queste
settimane ha faticato a riconoscermi, perché ho smesso di adattarmi agli altri,
ho smesso di dire la cosa giusta in virtù del comportamento sbagliato, ho
smesso di curare le debolezze, di accudire, ho smesso di essere quella che
mi imponevo di essere. Qualcuno per questo si è allontanato, ma va bene, non
tutti sono come me e, per contro, io non posso essere come gli altri. E questa
consapevolezza – credetemi – di tutte le cure mi pare la più
efficace.
Quindi, amicici, pregate
per me, ma non nel senso religioso della questione, fate che sia una preghiera
corale in cui vi (e mi) augurate una sola cosa: che il vaneggiamento
perduri e lo scazzo pure, che io da placida sono noiosa e da buona per nulla
intrigante.
E comunque, nel giro di
qualche settimana tornerò più bella che mai, quindi se mi incrociate sotto
l’arco di un semaforo o tra i petti di pollo del supermercato mollate il
Labello rosa che divorate con così tanta insistenza e passatevi sulle labbra
dello scotch da cantiere, che la mandibola è un attimo che si sfracelli al
suolo e la meraviglia, si sa, genera sempre stupore.
Io ve lo dico, poi – come
sempre – fate un po’ quel cazzo che vi pare.
martedì 28 marzo 2017
Giornalismo 2.0
C’è una cosa che mi fa
vomitare più delle uova sode ed è il giornalismo mediocre. Quando inciampo
in quello trentino i conati si sommano ai singhiozzi e non so quale delle due
cose mi si incunea con maggior dolore dentro al corpo. E c'è un giornalismo
trentino, piuttosto recente (che a dire nuovo mi pare quasi di bestemmiare) che
stamattina è riuscito a recuperare il caffè con cui mi ero diligentemente
sfamata per farlo decollare dentro al lavello della cucina.
L'ostinazione
della notizia è a dir poco inquietante, già lo sapevo, ma quando la notizia si
fa succulenta i cannibali iniziano a ballare, il pentolone fuma e i commensali
arrivano. Tutti in fila, come pecore senza testa. Che per sfamarsi con una
decina di like si fanno follie e la bocca non serve mica, così come non servono
gli occhi e il cervello per ingoiare subdoli dettagli che trasformano la
notizia in poltiglia.
Di
un uomo che ha ucciso i suoi figli si dicono cose - cose - e se lo si
fa in casa propria, nulla da eccepire, ognuno è libero di pensare e di dirselo,
pure, cosa gli fa paura e di interrogarsi, anche, sul delirio del mondo. Scriverne
invece è un atto di rispetto che va a stabilire un confine netto tra
l'informazione utile e il narcisismo inutile. E scrivere con una puntualità
forsennata, quasi al limite dell'isterismo, mi pare uno di quegli atteggiamenti
tipici di chi solitamente non ha un cazzo da dire e allora, quando viene messo
nella condizione di poterlo fare, protrae l'orgasmo del verbo, fino al punto di
non ritorno, e ne usa e abusa fino ad azzerare qualsiasi stato di scarsamente
proficua umanità.
Aggiornamenti
costanti, questa è la predilezione di certe testate che lavorano online,
testate che si sentono in grado di precisare, ogni ventisei secondi netti, cosa
sta accadendo sul territorio e lo fanno con una modalità che somiglia tanto al
vociare di certi tinelli dove si mangiano patatine molli e si beve vino aspro.
E fanno bene questi individui che scrivono con ostinazione, sia chiaro, a farlo
con la stessa foga dello spaccalegna che si limona l'ascia e il bosco intero,
perché siamo noi i destinatari di questa folle destrutturazione umana.
Siamo noi la massa di beoti che legge e cerca notizie di cui ritiene necessario
ciucciare l’osso, e siamo noi quelli posseduti - tutti - da una becera
curiosità, così pruriginosa, che è limitata solo dalla batteria dell'iPhone. E
ci si rattrista tutti, sì, e ci si lascia frantumare il cuore, sì, quando lo
smartphone ci muore in mano. Quella è una morte per cui siamo in grado di
provare dell'autentico dolore, solo e unicamente quella.
A una sola persona ho
pensato mentre leggevo tutto quello che i giornalisti avevano da aggiungere,
una sola, e me la sono immaginata sorridente, disinformata, bella di una
bellezza che solo il procinto di una storia che brama di fiorire ti può dare. Un’adolescente
che respira, cammina, sorride, un’adolescente che ha tutta la vita davanti. Ho
pensato a quella figlia, sorella, che il telefono ce l'aveva in mano, ho
idealizzato la sua imminente possibilità di guardarci dentro, di consultare un
social network, un'informazione, una curiosità, ho costatato il fatto che a
dilaniarle il corpo e la mente non sarebbe stata solo la bomba a mano lanciata
da un demone di cui non si conosce il nome, ma le mille altre reinnescate più e
più volte da tutti noi. Perché siamo un popolo che balla sui morti, siamo un
popolo che mangia cadaveri, siamo un popolo che ha una squisita predilezione
per i giudizi, le condanne, i misteri. Siamo un popolo che non conosce e non sa
darsi pace. Ma siamo, soprattutto, un popolo che non sa stare zitto, che non sa
comprendere e rispettare il dolore di chi rimane.
E ho usato il plurale
certo, ho ghigliottinato la mia testa per prima, ho affondato su me stessa l'orrore
di un'epoca che ci rappresenta tutti, per intero. La funzione di un
giornalismo, se mai dovesse essercene una, non è quella di spingere
magistralmente l'informazione verso la non-verità di una coscienza e neppure
vendere oppio a un popolo che di lucido, ormai, mantiene solo le scarpe. La
funzione del giornalismo è quella di combattere la disinformazione, parte
anch'essa di un'ignoranza destinata fatalmente a imporsi sempre e comunque. La
funzione del giornalismo, quando è fatto bene, è anche quella di venderti una
pagina bianca, un signorile silenzio in grado di rispettare il futuro che
crolla - e continua tristemente a crollare - dentro a un presente che
non ha proprio più un beato cazzo da dire.
martedì 14 febbraio 2017
Il mio (piccolo) San Valentino
Oggi il Nic ha
assaggiato il brodo che gli hanno servito a scuola, poi si è alzato, è andato
dalla cuoca Monica e con una certa solennità ha detto: «tu la cipolla nel brodo non ce la devi mettere, perché
diventa cattivo e a me non mi piace», poi è tornato a posto e, senza battere
ciglio, ha aspettato il secondo.
Oggi il Nic mi ha
vista sulla porta di scuola, ha buttato fuori un sorriso che pareva un
Sofficino, poi si è messo a correre con una certa urgenza negli occhi e ha
detto: «io oggi ho baciato tante volte
l'Amelia, perché le voglio bene e a me mi piace», poi ha fatto una pausa e,
senza battere ciglio, ha aggiunto: «un
sacco».
E si fa fatica ad amare,
nella pretesa, nell'urgenza. Invece è semplicissimo quando lo accogli nello
stupore.
Che il vostro San Valentino
abbia inizio. Come il mio.
Buon amore a tutti, dunque.
lunedì 23 gennaio 2017
La paura di noi 2.0
Mi lascio alle spalle una
settimana che è stata un lungo spazio bianco. Il fiato mi è mancato così tante
volte che in certe sere pareva tutto fermo. La vita alterna pause infinite a
sorprese invadenti. C'è però una cosa che mi ha spinta in avanti come una
corrente sotterranea, ed era un po' la stessa cosa che in certi momenti mi
tirava giù cavandomi di bocca l'ossigeno: l'amore.
Ho passato una vita a
preoccuparmi per gli altri, a tirarli su da terra stropicciando i vestiti,
strattonando i capelli, è il mio modo di stare al mondo e prevede che sia io a
occuparmi degli altri, a salvarli, a curarli. È egoismo il mio, perché
così li controllo tutti, così mi rassicuro e mi tengo buona.
Niente - niente -
mi ha mai detto male e ho sempre pensato che sarebbe andata così per un pacco
di tempo, o forse non ci ho mai veramente pensato, perché è così che bisogna
vivere: senza pensarci affatto.
Resta il fatto che proprio
in questa lunga settimana tutto quell'amore mi è tornato indietro come un'onda
e sono stata immersa e sommersa dalle parole di chi mi vuole bene. E mi
vogliono bene così tante persone che sono ancora incredula. Non crediamo
mai di meritarlo l'amore e allora ci affatichiamo fino allo stremo delle forze
per dimostrare quanto siamo grandi, ma essere piccoli non è un male. E piegarsi
al bisogno alle volte è un po' come tornare embrioni e galleggiare dentro a un
ventre che non è più quello materno, ma ci sfama uguale e ci protegge e ci
permette, un'altra volta ancora, di tornare alla vita con la forza di chi non è
- e non sarà - mai solo.
sabato 8 ottobre 2016
45599
Oggi è l'ultimo giorno per inviare un sms al 45599.
La campagna di raccolta fondi SMA, l'associazione Onlus composta e gestita esclusivamente da genitori di bambini e da adulti affetti da SMA (Atrofia Muscolare Spinale).
A me l'ha raccontata direttamente Mirko tutta la storia, la sua storia, ma anche quella di tanti altri, bambini e genitori, e tanto mi è bastato per capire che non si deve stare mai fermi, soprattutto se di mezzo ci sono i sogni.
Quindi oggi spendete la vostra giornata a inviare sms sensati, il futuro non ci appartiene ma in questo oggi ci siamo dentro tutti!
E io chiamo la ricerca!
mercoledì 5 ottobre 2016
SAM 2016 - Settimana mondiale per l'Allattamento Materno
Ho allattato trentatré mesi. Trentatré, come gli anni di Cristo. Come i trentini che entravano a Trento. Come l’età che avevo quando sono rimasta incinta.
Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile.
Non ho rispettato una coincidenza, non ho proprio tenuto il conto di niente. Non sapevo neppure cosa facevo, mentre lo facevo. Non ho nutrito un autentico interesse verso la questione, mi sono sempre tenuta alla larga dalle madri che parlavano di legami assoluti, di dipendenze umane. I bambini allattati col biberon mi parevano un’immagine piuttosto romantica. Non ho mai considerato un abominio i ciucci, men che meno i letti singoli. Non mi sono informata, non ho letto testi, non ho chiesto niente a nessuno. E poi tenevo così tanto in considerazione la mia seconda vista mare che permettere a qualcuno di muoverci sopra delle pretese mi pareva decisamente un abominio. Nella visura catastale risultavo io la padrona delle mie tette e questa già di per sé era una certezza inalienabile.
Questa sono stata io, per anni e anni. Poi ho allattato trentatré mesi.
Ma devo dirlo: ho avuto culo. Un gran culo che si è comunque tramutato in rivelazione, perché la mia seconda vista mare è diventata una tavernetta con le panche scrostate.
E comunque adesso, quando incrocio mio figlio in corridoio, quando mi accorgo che stringe in mano un reggiseno e se lo butta sulle spalle come un moderno Conte Dracula, ecco, in quel momento lì la sento tutta la paura che mi sale dai calzini e va su, rapida, fin dentro le ghiandole salivari. Non c’è scampo, la sventura si abbatterà su di me con il più nefasto dei finali: mia nuora sarà proprietaria di un attico con le porte bombate e i tetti a punta e io, per questo, la odierò, in eterno.
Finché morte non ci separi.
venerdì 30 settembre 2016
Notti in bianco, baci a colazione. Un libro da vivere.
Sono andata alla presentazione del libro di Matteo Bussola: Notti in bianco, baci a colazione.
La mia amica Tiziana non poteva andarci e così ha chiesto a me di fare un sunto della serata. Io i sunti, come una miriade di altre cose, non li so fare e allora le ho scritto una lettera e i dettagli sono tanto apocalittici quanto veri.
Sono certa che non saranno le mie personali vicende a convincervi a comprare il libro, ma forse la curiosità si avventerà sulle vostre nervose falangi e alla fine cercherete Matteo su Facebook e leggere della sua normalità e la studierete tutta fino a sfinirvi e poi, un pezzo alla volta, capirete.
Vabbè, questa sono io e quello lì accanto è proprio lui.
Cara Tiziana, ecco cosa ti sei persa ieri sera.
Ti sei persa la Sartori che va al pastificio e compra cinque canederli freschi e fa ripetere alla commessa, per ben tre volte di fila, «li abbiamo fatti oggi, giuro». E poi si raccomanda che vengano impacchettati bene, perché devono entrare in uno zaino e cerca di ricostruirsi un alibi per sostenere l’interrogatorio della commessa, ormai insospettita dall’inquietudine della cliente, ma forse più dalla camicia di flanella che la Sartori sfoggia in un caldo pomeriggio di settembre.
«Sono per te? Sei sicura che ne vuoi solo cinque? Perché li metti in uno zaino? Non ce l’hai una borsa frigo? Ma dove li devi portare?».Ti sei persa quindi la Sartori che, stremata dalla sanguinaria avanzata verbale, narra tutta l’epopea del Bussola e convince infine la commessa ad annotarsi su un foglio a quadretti il titolo del libro, proprio accanto alla parola speck.
«Sono per te? Sei sicura che ne vuoi solo cinque? Perché li metti in uno zaino? Non ce l’hai una borsa frigo? Ma dove li devi portare?».Ti sei persa quindi la Sartori che, stremata dalla sanguinaria avanzata verbale, narra tutta l’epopea del Bussola e convince infine la commessa ad annotarsi su un foglio a quadretti il titolo del libro, proprio accanto alla parola speck.
Ti sei persa la Sartori che va dal Bussola e glieli porge, i suoi canederli. E sempre la Sartori che blatera qualcosa tipo «mettili in frigo e non sbatacchiarli in giro». E ti sei persa lui che gentilmente si volta, ride, ringrazia e fissa le spalle curve della Sartori che si tuffa di testa in mezzo alla folla sfiatando inadeguatezza e pudore.
Ti sei persa la Sartori che ad ogni rilettura del testo tira su col naso e declina la testa verso il basso come una che c’ha seri problemi con la cervicale. Ecco, prendi nota: mai leggere il Bussola se stai in quel giorno del mese, se sei indisposta, sì, insomma se hai le tue cose. Potresti sconfiggere la ritenzione idrica, far risalire la marea, ritrovarti addosso una strana umidità corporea. E mia nonna diceva: mai fare il bagno in quei giorni lì. E allora, ecco, mai andare dal Bussola in quei giorni lì.
Ti sei persa la Sartori che beve birra. E beve birra. E poi beve birra. E poi ride nervosamente e poi tira su col naso. E beve birra. Ancora.
Ti sei persa la Sartori che si morde nervosamente il rosso azalea delle unghie e pensa «Una domanda! Fatti venire una domanda! Ce l’hai una cazzo domanda?» e, niente, alla fine ingoia una scheggia di rosso azalea con lo stesso soave sorriso con cui Kate Middleton si sistema la veletta davanti al figlio che le vomita sulle scarpe.
Ti sei persa la Sartori che a un certo punto trattiene il fiato, alza la mano, mostra a tutti l’ascella sudata, blatera qualcosa e poi sorride alla risposta del Bussola. E niente, non chiedermi cos’ha risposto, perché credo che parlasse del CERN o una roba così. Ecco.
Ti sei persa la Sartori che si mette in fila con il suo librino in mano e pensa a qualcosa di brillante da dire al Bussola.
Ti sei persa la Sartori che chiude la fila e si presenta al Bussola con un intelligentissimo «mi chiamo Alessandra e sono quella dei canederli».
Ti sei persa la Sartori che sta lì come una stalker ad aspettare che il Bussola vada a pisciare e lo trattiene per la prostata per fare una fotina insieme.
Ti sei persa la Sartori che torna a casa felice e si diletta nell’unica attività casalinga che le riesce bene: farsi su un panino col prosciutto.
Ti sei persa la Sartori che mette a dormire il piccolo Nic raccontandogli di quella volta che la mamma è andata a sentire un signore che raccontava un sacco di storie belle dove la vita ti abbraccia tutta e a te non resta che farti abbracciare.
Ti sei persa la Sartori che si addormenta accanto al piccolo Nic e a tutte quelle storie così vere, così belle.
E, a riprova che quel che dico è autentico, ti allego uno foto dove si capisce che stavo vestita esattamente come una che è appena andata a far la legna e misuravo mentalmente l’idiozia delle frasi che ero riuscita a partorire con il sorriso più ebete della storia del West.
mercoledì 28 settembre 2016
Cara Bridget...
Ok. L'ho visto. Ho visto il terzo episodio di Bridget Jones ed è stato come scollinare a Medjugorje.
Per anni mi sono interrogata sull'origine della mia variegata esistenza. Alterno periodi di garbata autostima a scontri titanici con il destino e la sua malaugurata inventiva. La realtà è più o meno questa: ovunque rivolga l'attenzione vien giù un disastro, inciampo da ferma, frano in mezzo ai prati, dico cose che non vorrei dire, spicco per mediocrità in ogni attività sportiva. Da incinta sbattevo ovunque, la mia specialità era scrostare gli stipiti delle porte, mi tatuavo gli spigoli sulle cosce, ridisegnavo gli spazi, transitavo attraverso le cose come un ectoplasma ma, peggio ancora, procedevo in avanti nella certezza di poter indossare, comunque, una quarantadue.
Quarantadue era la taglia in cui sognavo di infilarmi anche a sedici anni, desiderio che si frantumava ogni mattina davanti allo specchio. L’anta dell’armadio spalancava le sue orrende fauci e vomitava insulti, mentre entravo con la testa dentro il maglione di mio padre. A sedici anni a cagarmi era solo il bidello della scuola perché gli scucivo di dosso dell’autentica compassione. Quando varcavo la soglia dell’Istituto in compagnia del mio fedelissimo cannolo alla crema, quel curvo essere umano così predisposto all’insulto e all’invocazione divina usciva dal suo antro di bestia e mi offriva la sedia e stava lì a fissarmi mentre ingurgitavo l’ultimo boccone prima di salire in classe. Per il resto del tempo il genere maschile non era cosa che mi riguardasse affatto, la mia vita era costellata da femmine belle e incredibilmente stronze. Ingoiavo libri e me ne stavo lì in disparte a fantasticare sulle potenzialità della mia esistenza futura. Ero vittima di un culo non mio e portatrice sana di un caschetto che ad ogni colpo di phon intonava ritornelli di Renato Zero.
Solo adesso realizzo e prendo coscienza di un'altra acuta quanto preoccupante somiglianza, la somiglianza con te Bridget e - diavolo d’un destino! - dobbiamo parlarne ora, subito, senza lasciar insoluta la benché minima richiesta. Quindi dimmi, ti prego, dimmi! Com’è che funziona? Com’è che si arriva all’happy ending? Com'è che se io da ubriaca varco una tenda buia a un rave party mi limono di sicuro il verduraio che piscia sui lampioni della statale e tu, invece, cara Bridget, finisci dritta dritta nelle mutande di Patrick Dempsey? Com'è? Mh? Qual è il sentiero del karma che devo imboccare per ritrovarmi infine così dannatamente sfigata ma felice?
Solo questo ti chiedo, cara Bridget.
E per mantenere viva l’attesta e non far scemare il destino in altre assurde possibilità ho deciso di sostare il resto dei miei giorni dentro il sempre fedele pigiama di pile, quello rosso, quello che ha le ginocchia sui polpacci e che ci fa sembrare attraenti come un termosifone, soprattutto adesso che nella quarantadue ci entriamo entrambe e l’elastico delle mutande si arrotola ancora, ma sempre nei punti sbagliati.
Vabbè, salutami tanto Mr Darcy e se ritieni di essere troppo occupata col pretty baby per rispondere a questa mia innocente missiva, don’t worry sore’, passa il mio indirizzo al buon Patrick e lascia fare a lui, tanto alle figure di merda ci penso da sola, i rapporti a distanza non mi spaventano affatto e gli algoritmi non li ho mai veramente capiti.
Ciao Bridget.
Grazie Bridget.
Ti voglio bene Bridget.
martedì 20 settembre 2016
Colloqui notturni
La fame delle 5 del mattino è peggio dell'insonnia delle 4. Devo inventare le patatine croccanti che non scrocchiano. Devo trovare qualcosa che soddisfi un senso senza destarne un altro. Perché di notte, in una notte dove in casa non ci sei solo tu, bisogna un po' vivere a comparti stagni.
Scrivo, mando mail, leggo. Adesso mangio. Pane da tramezzino, senza tramezzino, ho finito il prosciutto e la maionese è scaduta. Però vuoi mettere? Non fa rumore e il mio stomaco si riempie.
Poi tra un po' si alzerà pure il Papi, troverà briciole ovunque e penserà che sia passato Pollicino di ritorno dal Brennero, ma mica gli verrà in mente che sono stata io, perchè sarò lì nel lettone a dormire da cinque minuti e saranno i cinque minuti più intensi della notte. Poi suonerà la sveglia, manderò un ruggito di protesta e andrò a fare colazione. Che qui la digestione è rapida e i tempi di attesa nulli.
venerdì 9 settembre 2016
Storia di una prugna (e non solo)
- Nonno, oggi ho leccato la prugna.
- Era buona?
- No, era liscia.
- Ma l'hai mangiata?
- No, a me mi piace di più leccarla. La prugna.
- ...
- È bello leccarla nonno, sai?
- ...
Gli effetti della narrativa erotica in gravidanza.
E dire che ci sono puerpere che non mangiano i cavolfiori. Per dire.
lunedì 6 giugno 2016
Nic in Wonderland
Ieri ho indossato questa maglietta, era da un po' che non la tiravo fuori dal cassetto. Il Polpetta l'ha messa a fuoco, studiata, analizzata per bene. Era affascinato da qualcosa, ma non capivo cosa.
«Nic, che hai? Non ti piace?»
«È bella...»
Sorriso sghemo, fossetta destra marcata.
«E allora che c'è? Perché la guardi così?»
Alza il suo micromignolino, me lo punta contro.
«Perché lì c'è la mamma»
Abbasso gli occhi, guardo bene, rido anch'io. Rido perché scambia sempre Alice per la mamma e a me va benissimo, sia chiaro, mica glielo voglio dire che certi giorni sono pari pari alla Regina di Cuori e certi altri assumo completamente le sembianze sfrangiate dello Stregatto.
Sfioro la guancia di Alice, lui mi interroga con gli occhi, si gratta il naso che cola l'ennesima ondata di muco.
«Ma se io sono questa qui dimmi un po', tu che sai tutto, sai anche dirmi dov'è il paese delle meraviglie, eh?»
Alza le manine collose, se le batte sulla pancia, ride.
«Qui qui»
E quindi, niente, volevo dirvi che la mia di meraviglia odora di cracker rosicchiati, fango secco e kleenex appallottolato.
E la vostra? La vostra meraviglia di cosa profuma?
Buon lunedì, io vado a farmi un tè che per iniziare è sempre una gran cosa.
martedì 15 marzo 2016
A te (monologo - breve - sull'origine dei cazzi propri)
A te che te ne stai lì al pane e tutte le volte che stacco da terra mio figlio gli rammenti che è grande per stare in braccio;
A te che ti accosti alla pesa delle verdure con le tue dodicipeschenoci e tutte le volte che mi avvicino con una pallina di radicchio tra le dita mi chiedi se mio figlio parla e, davanti al suo mutismo coscienzioso, gli ricordi che è grande e che, pertanto, dovrebbe parlare e gli mimi un ciao come se fosse un neozelandese con seri problemi audiometrici;
A te che te ne stai annidata a pochi centimetri dalla cassa e che quando passo col carrello interrompi il conto apposta per ricordarmi che mio figlio con quel coso in bocca è brutto, bruttissimo e, sempre a te, che poi - ardita - ti rivolgi direttamente a lui per chiedergli se non si vergogna di girare con quel dannattissimo ciuccio appeso ai denti;
A te.
Sì, proprio a te, che chiedi sempre il prezzo delle spaccatine prima di ordinare un'altra volta - ancora - le spaccatine...
Sì, proprio a te, che appesa alle tue peschenoci ti carezzi il Moncler con l'aria orgogliosa di chi si porta appresso un rarissimo nido di pterodattili...
Sì, proprio a te, che hai il culo più grosso della testa, e non per una questione anatomica, ma per una necessità cerebrale...
te lo scrivo qui, così non ce lo dimentichiamo, mh?
I beati cazzi tuoi aiutano a vivere meglio. Non te li prescrive il medico e non sono esposti tra i prodotti biologici e neppure tra i farmaci da banco, no, ce li hai tu - proprio tu - e te li porti appresso tutti i santi giorni. Però devi rammentarti di cercarli, perché poi - vedi - accade che un giorno io mi incazzo e ti sbriciolo le tue spaccatine da treeuronovantailchilo; e ti tiro il cespo di radicchio lì in mezzo ai Persol nuovi fiammanti; e ti faccio rifare il conto della spesa perché mi sono ricordata che la tessera della raccolta punti ce l'ho sul fondo della borsa e lo voglio proprio quel dannatissimo servizio di tazzine con i fenicotteri rosa.
Ecco.
Tra l'altro - giusto per ultimare la spiegazione ed essere così esauriente, come sempre a te piace essere - i cazzi propri non costano nulla, te li fornisce madre natura e a te basta solo dedicarci attenzione, curarli e dimenticare così, di conseguenza, quelli degli altri, quelli per cui nessuno ti interroga, ti chiede, ti rincorre. È un'opera ardua, me ne rendo conto, ma ce la puoi fare e io ti sarò vicina. Credimi. Anzi, ti ho talmente a cuore - pensa - che, nell'eventualità che ti sfugga questo scontatissimo avviso, mi rendo disponibile a rispiegarti ogni concetto, punto per punto, con il sorriso entusiasta che sfodero puntualmente davanti allo scaffale degli assorbenti interni.
See you soon, darling.
venerdì 26 febbraio 2016
Consigli per gli acquisti: DANZAINFIERA 2016 (un weekend che spacca!)
Io lo so che non sapete che fare questo fine settimana, che mettono pioggia e che chiusi in casa - col delirio del ventitseiesimo puzzle da ricomporre - non ci volete stare. E quindi?
Un balzello sul treno, la Borbonese buttata sul sedile di dietro, vicino al bambolo che dorme beato, e via! Chicazzosenefrega dell'aspirapolvere che singhiozza dal retro del divano (lamenta solitudine, lo so...)! Ci sono Fred Astaire e Ginger Rogers a un passo dall'Arno che vi aspettano, altro che balle!
Segnalo l'evento perché io AMO Firenze, perché non devono mai mancare le occasioni per andarci, perché è lì che mi affacciavo da una camera (con svista) e meditavo sul da farsi della mia vita letteraria in tempi non sospetti. Perché lì ci ricasco, col cuore, non vi dico neppure quante volte e lo faccio sempre con il cervello che fa piroette e balzelli, perché la città è bella - bellissima - ma non solo.
Un balzello sul treno, la Borbonese buttata sul sedile di dietro, vicino al bambolo che dorme beato, e via! Chicazzosenefrega dell'aspirapolvere che singhiozza dal retro del divano (lamenta solitudine, lo so...)! Ci sono Fred Astaire e Ginger Rogers a un passo dall'Arno che vi aspettano, altro che balle!
Segnalo l'evento perché io AMO Firenze, perché non devono mai mancare le occasioni per andarci, perché è lì che mi affacciavo da una camera (con svista) e meditavo sul da farsi della mia vita letteraria in tempi non sospetti. Perché lì ci ricasco, col cuore, non vi dico neppure quante volte e lo faccio sempre con il cervello che fa piroette e balzelli, perché la città è bella - bellissima - ma non solo.
E proprio a Firenze questo fine settimana si terrà DANZAINFIERA 2016. E perché ve lo dico? Perché ci sarà tutto un mondo dedicato ai piccoli (mi dicono che sono ammessi anche gli adulti, e per fortuna, amici miei! Per fortuna!).
Comunque prendete nota! La BABY DANCE AREA ospiterà psicomotricità, hip hop, capoeira, ma anche tarantella, danza orientale, locking e molto altro e non mancherà il divertimento con truccabimbi e un'area gioco tutta colorata, la stanza allattamento, il guardaroba... vabbè leggete qui e salite in treno, domani.
RAPIDI EH!
Che qui è un attimo farsi risucchiare dalla gioia!
mercoledì 10 febbraio 2016
Outing 1.7: la resilienza di una mamma.
Ieri il Polpetta mi ha servito il solito caffè della sera, quello che mi fa con la sua stilosissima moca da uno. Si è accomodato dall'altro lato del tavolo, pronunciandosi poi con una certa sollenità.
«Io domani non ci vado a scuola».
Tanto era il trasporto emotivo che giurerei di essermi scottata la lingua.
«E perché, amore bello?».
«Perché a me non mi piace la scuola».
Gli ho chiesto quindi se poteva aggiungere un po' di zucchero al caffè e, giusto per prendere altro tempo, gli ho detto anche che avrei gradito un po' di latte freddo, servito a parte. Lui, in tutta risposta, è andato a cercare il brik nella sua sacca delle verdure col velcro.
E che minchia gli dico, adesso, mh?
Gli devo dare torto?
Gli devo quindi m.e.n.t.i.r.e. perché - giovani - io o.d.i.a.v.o. andare a scuola!
E i ricordi sono ancora così spinosi che non mi bastano le pellicine delle dita per farmi passare il nervosismo. Lo ricordo ancora benissimo, come fosse qui ora, l'odore che usciva dalla cucina dell'asilo, quel misto di brodo e nulla che mi generava una repulsione senza precedenti e ricordo anche che ero terrorizzata dagli occhi a fessura dell'ausiliaria. Non ho avuto una gran fortuna, devo essere sincera, si parla di circa trentaquattro anni fa, c'era tutto un sistema educativo che ora manco sei in grado di immaginare. Per farvi un esempio, io a pranzo non volevo mangiare, mai, certe volte la maestra mi faceva sedere al suo tavolo e allora mi si assestava lo stomaco, prendevo sicurezza e qualcosa buttavo giù. Altre volte invece arrivava l'ausilaria che, forse rinvigorita dal suo ruolo di esperta del settore vettovaglie, mi afferrava il mento, strizzava la bocca fino a farmi male e ci schiacciava dentro gli spinaci. Piangevo e però la lasciavano fare, anche perché, qualcuno, si premurava pure di tenermi ancorata alla sedia e allora mi saliva sempre un po' di paura. Sono ricordi piuttosto netti ed è inutile dirvi che ad oggi io gli spinaci li mangio proprio se a cucinarmeli è Antonella Clerici con tutto un parterre di gattini al seguito.
Sì, insomma, non ho avuto un gran culo in quanto a educazione alimentare e mia madre qualcosa aveva subodorato, perché mi ero ostinata ad ingoiare solo biscotti al cioccolato, ma valli a capire i bambini, valli a scagionare i capricci, le ostinazioni, i fastidi. Non è affatto semplice. Non lo è stato per me, men che meno per lei. Ne sono certa.
E quindi io quei tre anni di scuola materna li ho passati seduta sul bordo della mia seggiolina a spalmarmi di colla vinilica nell'attesa che qualcuno venisse a prendermi. Non ho altri ricordi, ve lo assicuro. Non ricordo una canzone, non ricordo un'amicizia e neppure un dettaglio in grado di restituirmi un luccichio di meraviglia. Niente.
Vabbé, questo per passarvi un concetto piuttosto leggero di quello che dalla mente di un bambino transita fino all'età adulta, quello che ci allena a stare al mondo e quello che un po' ci rende schiavi di paure e fastidi di cui forse faremmo anche a meno.
Ma torniamo al Polpetta, al suo caffè macchiato.
«E dimmi, amore bello, perché non ti piace andare a scuola».
Si siede sulla sua seggiola rossa, appoggia i polsi al tavolo, mi guarda dritta negli occhi e lascia passare quei cazzo di otto secondi che mi vedono con gli occhi a palla e le coronarie in subbuglio.
«Perché io a scuola piango cento volte».
Una caprioletta del ventricolo destro, una caprioletta del ventricolo sinistro, due litri di saliva ingoiati in un sol boccone. Smile.
«E perché, amore bello, piangi cento volte, mh?».
Si alza, fa il giro del tavolo, si piega sulle mie ginocchia e bisbigla pianissimo.
«Perché a me mi manca cento volte la mamma».
Non potevo fare altro, la risposta c'era ed era piuttosto chiara.
L'ho preso in braccio, gli ho dato cento baci - non uno di meno - e ogni bacio era per me, non per lui. Perché ogni giorno che passa me ne accorgo sempre di più e sempre di più si fa salda la certezza che è lui che si prende cura di me, più di chiunque altro abbia mai saputo fare.
«Ascolta, Nic, ma alle maestre piace il caffè che gli fai?».
Scivola via, prende la moca e sorride.
«Sì, ne bevono sempre tre».
«E allora sai che c'è? Fammene altri due, và, ma non li zuccherare eh, che sto già bene così».
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